Migliorare la democrazia? Il bilancio partecipativo

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di Martina Trettel*

La democrazia è in crisi, è un dato di fatto. Più precisamente sono in crisi i meccanismi previsti dalla costituzione per canalizzare la volontà popolare, in particolare quelli della democrazia rappresentativa. I dati sull’affluenza alle elezioni dimostrano lo scarso interesse e la sfiducia dei cittadini nelle sfere della politica, i partiti politici faticano a trovare nuovi iscritti e i movimenti populisti sono in forte espansione in tutta Europa. È innegabile che tra la popolazione e le istituzioni si sia creato un profondo divario, difficile da colmare.

Qualcuno vede negli strumenti della democrazia diretta (referendum, iniziativa legislativa popolare, petizione ecc.) una possibile via d’uscita da questa crisi, qualcun altro invece propone nuove modalità di adozione delle decisioni che valorizzino la attiva partecipazione dei cittadini, la deliberazione – da intendersi in senso anglosassone –, la discussione e il confronto per favorire l’individuazione di decisioni di compromesso capaci di armonizzare diversi interessi, creando un legame più diretto tra politici e cittadini. L’insieme delle pratiche democratiche che rispondo a questi principi viene generalmente definito come democrazia partecipativa.

Il capostipite delle pratiche della democrazia partecipativa è unanimemente riconosciuto nel c.d. bilancio partecipativo, sviluppato in Brasile e applicato per la prima volta a Porto Alegre nel 1989. Il meccanismo funziona in modo piuttosto semplice. L’ente pubblico decide di includere i cittadini della comunità di riferimento (Comune, Regione, Stato) nell’elaborazione del bilancio e chiede loro come spendere una specifica porzione di risorse pubbliche. Per questo, si decide di dedicare una fetta del bilancio (generalmente non superiore al 5% del totale) al processo partecipativo e si organizzano assemblee pubbliche, incontri tematici e workshop a cui tutti i cittadini sono invitati e in cui vengono applicate metodologie di discussione che servono a far maturare idee rispetto a come spendere quelle risorse. Generalmente questo strumento viene impiegato a livello locale, dove il numero dei cittadini è piuttosto ridotto, dove il cittadino è più vicino ai politici e dove i cittadini possono davvero contribuire con la loro esperienza a definire progetti interessanti ed utili per lo sviluppo della comunità.

Nei (quasi) vent’anni trascorsi dalla prima esperienza di bilancio partecipativo il modello è stato replicato ed esportato in tutto il mondo, e l’Italia non fa eccezione. Un caso particolarmente interessante è quello della Regione Sicilia che non solo ha deciso di dare attuazione al bilancio partecipativo, ma lo ha reso addirittura un passaggio “quasi” necessario nel policy- making di tutti i 390 Comuni siciliani. Come ha fatto? L’art. 6 co. 1 della l. reg. 5/2014 (legge regionale di stabilità per l’anno 2014) prevede che «ai comuni è fatto obbligo di spendere almeno il 2 per cento delle somme loro trasferite con forme di democrazia partecipata, utilizzando strumenti che coinvolgano la cittadinanza per la scelta di azioni di interesse comune». In parole povere si richiede di impiegare proprio lo strumento del bilancio partecipativo per acquisire la volontà popolare in ordine alla destinazione di queste risorse. Peraltro, tale norma è accompagnata da un’ulteriore disposizione di legge, contenuta all’art. 6 co. 2 della l. reg. 9/2015, che prevede per i casi di inadempienza l’obbligo di restituire nell’esercizio finanziario successivo le somme non utilizzate secondo tale finalità.

Nel vastissimo panorama delle pratiche e delle sperimentazioni partecipative, il caso siciliano si pone come un unicum proprio per aver individuato una sorta di meccanismo sanzionatorio che, pur non obbligando i Comuni ad avviare il bilancio partecipativo, condiziona la preziosissima erogazione di risorse economiche all’inclusione dei cittadini in processi di questo tipo. La realtà dei fatti dimostra che per tanti Comuni che hanno dato il via a questa sperimentazione ce ne sono altrettanti che ancora sono rimasti inerti, vedendosi quindi obbligati a restituire il due percento delle risorse ricevute.

Le modalità con cui i Comuni siciliani hanno elaborato i loro percorsi di bilancio partecipativo presentano alcuni elementi di differenziazione. Per esempio, nel Comune di Ferla (SR) si è deciso di adottare un regolamento che recepisce la disposizione legislativa regionale, disciplinando il procedimento di partecipazione dei cittadini per il finanziamento di progetti proposti dalla cittadinanza. La Giunta Comunale definiva per l’anno 2017 in €. 14.480,00 il tetto massimo di spesa da destinare alla procedura partecipata e dava il via alla raccolta delle proposte progettuali. Alla scadenza del termine, dopo un vaglio tecnico e una valutazione di merito – in accordo con quanto previsto dal Regolamento –, le risorse venivano proporzionalmente ripartite tra i tredici progetti pervenuti.

Un altro esempio è quello del Comune di Caltanissetta dove si è deciso di prediligere un modello diverso. Qui, tra le varie proposte pervenute, si eroga il finanziamento soltanto ad una di queste, quella più votata dai cittadini, nel momento elettorale che viene previsto a questo scopo. Si incontrano peraltro anche casi in cui la partecipazione è canalizzata in assemblee pubbliche ed è proprio in queste sedi che – con un approccio dibattimentale – emergono gli interventi considerati necessari e per cui si spenderanno le risorse dedicate.

Andando oltre alla casistica, l’assessore alle finanze di Caltanissetta sottolinea con veemenza come quella del bilancio partecipativo si ponga come un’occasione unica per i siciliani di contribuire attivamente alla vita locale, influenzando una decisione molto rilevante come quella riguardante la spesa pubblica. Dando per assodato che i tradizionali meccanismi della democrazia siano in crisi, forse le nuove metodologie dibattimentali di acquisizione della volontà e di rilevazione degli orientamenti degli interessi dei cittadini – come il bilancio partecipativo per l’appunto – potrebbero essere utili per integrare le dinamiche della democrazia rappresentativa al fine di arginare il profondo gap che è venuto a crearsi tra politica e cittadini. Osservare i progressi dell’esperienza partecipativa dei Comuni siciliani potrà aiutarci a capire in che misura e in che modo sarà necessario investire su questo genere di strumenti.

* Ricercatrice dell’EURAC

Un commento su “Migliorare la democrazia? Il bilancio partecipativo

  1. Prima di illudermi sulla così detta democrazia partecipativa, spesso semplice pretesto di ulteriore giustificazione dei governanti, proverei ad attuare e correggere la democrazia prevalentemente rappresentativa sancita dalla Costituzione. Il pezzo fondamentale che da ormai quattro legislature manca è la scelta dei singoli eletti dagli elettori sostituita dal 2006 da un potere di nomina extra-elettorale, privato, non regolamentato, spesso occulto. Nessun costituzionalista di questo paese denuncia questo elemento, in violazione palese con l’art. 48, come il principale vizio della procedura vigente, causa profonda della deviazione personalista e populista della democrazia. L’ultimo a difendere le liste bloccate in nome dell’esigenza (più che del diritto) dei partiti di selezionare i propri esponenti è il prof. Claudio De Fiores sulla rivista Costituzionalismo.it (26 aprile 2018). Da anni sono apparentemente l’unico a porre il problema in questi termini. L’illustre docente confonde tuttavia selezione degli eletti con selezione dei candidati. La maggior di parte dei giuristi è prigioniera dell’alternativa imprecisate potenzialmente fuorviante fra maggioritario è proporzionale. Non facendo parte del corpo accademico le mie analisi, le mie ricerche, i miei articoli sono snobbati, ma disponibili su Accademia.edu. E poi c’è chi si stupisce che i partiti sono gradualmente diventati semplici strumenti di conquista del potere personale e che alcuni si sono inventati democrazie private digitali o non per supplire alla lacuna creata dalle liste bloccate.

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