Linguaggio pubblico ed educazione costituzionale

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di Beatrice Porcellato*

Lasciate le ruspe, e dismesso per qualche ora l’abito del Ministero dell’Interno, momentaneamente in sosta al tunnel del Brennero, il neo-ministro dell’amore si trasforma in “compagno” svestito, tra le lenzuola, in un post pubblicato su Instagram dall’ormai ex-fidanzata, che annuncia ufficialmente, con una frase dell’artista Gio Evan, la fine della loro relazione.

Non si può fare altro che tornare Ministro dell’Interno.

Intanto il neo-ministro dell’intrattenimento e delle feste, a proposito del progetto sulla ricostruzione del ponte Morandi, dopo la tragedia di Genova, annuncia: “non vogliamo solo rifare velocemente il ponte Morandi, ma anche renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovino, possano vivere, giocare e mangiare”. E con l’approvazione del “decreto Genova”, in effetti, Toninelli ha fatto gol. Eccellente traguardo per il neo-ministro del tifo, che al novantesimo raggiunge il grande risultato e si lascia andare a un atto di euforia agitando il pugno. Allo stadio, del resto i toni si accendono.

Scuse e spiegazioni di rito sono d’obbligo, “dopo”, come sempre, e così si torna a fare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti: ci sono 43 vittime da rispettare.

E’ tutto così semplice e normale?

Risparmiare sull’educazione significa investire sull’ignoranza. Risparmiare su un linguaggio politico educato, e quindi su un pensiero educato, significa “investire” deliberatamente su una dequalificazione delle istituzioni.

Ma è costituzionalmente accettabile questo tipo di linguaggio?

Cominciando da lontano, ossia dal fondamento costituzionale del diritto all’onore e alla reputazione, è possibile citare un passaggio della sentenza n. 86/1974 della Corte costituzionale: «La previsione costituzionale del diritto di manifestare il proprio pensiero non integra una tutela incondizionata e illimitata della libertà di manifestazione del pensiero, giacché, anzi, a questa sono posti limiti derivanti dalla tutela del buon costume o dall’esistenza di beni o interessi diversi che siano parimenti garantiti o protetti dalla Costituzione. E tra codesti beni ed interessi, ed in particolare tra quelli inviolabili, in quanto essenzialmente connessi con la persona umana, è l’onore (comprensivo del decoro e della reputazione)».

Il punto è che secondo la Corte (sentenza n. 20/1974) anche lo Stato e le sue istituzioni hanno un loro «prestigio», che si aggiunge, dunque, a quello dell’onore individuale dei loro titolari. Si sottolinea l’importanza di un onore che non sia “di facciata”, che non si riduca a mera formalità: la protezione dell’onore delle istituzioni è essenziale perché funzionale a garantire lo svolgimento dei compiti ad esse affidati.

Sicché un linguaggio poco consono, un’ostentazione della vita privata di rappresentanti del Governo può arrecare pregiudizio, in primis, all’organo stesso, e provocare una sfiducia collettiva nelle istituzioni.

Sul linguaggio della politica, recentemente, si è espressa anche la suprema corte dell’italiano, l’Accademia della Crusca.

Vittorio Coletti, dell’Università di Genova, ha osservato che “una singolare trasformazione ha coinvolto anche la sfera dello ‘stato’ e della cosa pubblica, con una prevalenza dei contorni negativi (‘il peso, il costo dello stato’) su quelli positivi (‘servizio pubblico’). Si sono moltiplicati “i modi per dileggiare la ‘vecchia’ politica organizzata (‘teatrino della politica’, il ‘dire contro il ‘fare’) ed esaltare quella diretta, realizzata con l’affidamento della guida a un leader indiscusso e padronale”. Si è cercato di “alleggerire e rendere gradevole la lingua facendo ricorso a termini e immagini dello sport (‘discesa in campo’, ‘fare squadra’, ‘Forza Italia’, ‘il governo non farà da punching ball’) o dell’informatica (‘fare sistema’, ‘fare rete’) o a espressioni giovanilistiche (‘li asfaltiamo’ per dire che si vinceranno le elezioni, ‘Silvio è al game over’, ‘partito cool)”. Inoltre: “Se nel suo livello più informale e diretto ha riammesso i dialetti e gli italiani regionali (‘vaiassa’, ‘gabina’) o i gerghi giovanili (‘Bersani spompo’), in quello più colto e formale la lingua politica ha abbondato in forestierismi, dal celebre ‘I care’ alla ‘moral suasion’ dal ‘question time’ alla ‘spending review’, mostrandosi poco rispettosa dell’italiano perfino nelle sedi più istituzionali”. Complessivamente, “il potere più forte (o uno dei più forti) appare linguisticamente debole, con più debiti (da altri settori, giornalismo soprattutto) che crediti (con la lingua comune); rivela una certa fragilità sintattica e un profilo lessicale più basso che in passato”. Fragilità sintattica e basso profilo linguistico, dunque; che indirettamente indeboliscono il prestigio e il valore della Carta costituzionale.

Non possiamo lamentarci di aver avuto una nonna Costituzione che ci ha insegnato male o poco.

In passato, la specie “ministro- camaleonte”, quello che è dell’amore e dell’interno, quello che è delle feste e dei trasporti, era una specie isolata, e condannata dal sentimento comune di riverenza che la collettività sentiva e dimostrava di dovere nel rispetto delle istituzioni. Oggi, invece, espressioni e comportamenti non adeguati al contesto istituzionale sono diventati la normalità.

L’italiano ricercato e le forme di cortesia, che un tempo segnavano il confine dell’autorevolezza, sono usate come barocchismi ipocriti. Svuotati del loro significato originale, fungono, in alcuni casi, da triste formalismo di necessaria straordinarietà ed urgenza: durante i funerali post-tragedie, per capirsi. In altri casi, invece, sono utilizzati dalla retorica del momento come pretesto per affossare le lungaggini e i formalismi della vecchia politica, e, di conseguenza, come scusa per legittimare un linguaggio piatto, trasversale ad ogni contesto: più povero e irrispettoso.

Nell’era di “Una mamma per amica”, anche la politica vuol esserci amica. C’è un naturale e fisiologico rispecchiamento, tra genitori e figli, che sembra esserci anche tra cittadini e politici.

Il “ragazzo” diventa “adulto” quando comincia a pensare con la propria testa, quando il parametro del giusto e sbagliato diventa un parametro scisso da quello di mamma e papà. Un parametro che permette di valutare anche le decisioni prese dai genitori, di non di accettarle passivamente e di individuare gli eventuali errori. I figli, da adulti, diventano i “nuovi genitori” dei propri genitori e anche dei loro nonni, se sono fortunati. Se i politici sbagliano, spetta ai cittadini la responsabilità di diventare “adulti” e di garantire fedeltà alla buona educazione di nonna Costituzione.

* studentessa della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento

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