Il nuovo gruppo “Psi-Italia viva” al Senato: le falle della riforma “antiframmentazione” del Regolamento

Print Friendly, PDF & Email

di Gabriele Maestri

Può succedere di tutto in due settimane, specie in politica. Il 5 settembre il secondo governo presieduto da Giuseppe Conte giurava davanti al Presidente della Repubblica, essendo composto da tre compagini:due nettamente maggioritarie – M5S e PD – e una decisamente minoritaria, ma dalla presenza politicamente significativa, cioè Liberi e Uguali (il che restituiva visibilità a un soggetto politico – Leu, appunto – che esiste ormai solo come gruppo alla Camera ed “etichetta” nel gruppo misto del Senato). Gli equilibri sono stati sostanzialmente confermati quando il 13 settembre è stata resa nota la lista di viceministri e sottosegretari: questa, tra l’altro, ha reso visibile la presenza nella maggioranza del Movimento associativo italiani all’estero, grazie alla nomina a sottosegretario del suo leader Ricardo Merlo.

Tempo una manciata di ore e la decisione di Matteo Renzi e di una pattuglia di parlamentari a lui vicini ha fatto passare da tre a quattro le forze di maggioranza, dovendosi aggiungere il nascente soggetto politico Italia viva, che al momento esprime due ministre (Bellanova e Bonetti) e un sottosegretario (Scalfarotto). Oggi si è compiuto l’ultimo passaggio, che rende maggiore visibilità a uno dei partiti che ha dato al governo il proprio appoggio esterno: il Partito socialista italiano. Non è certo l’unico soggetto che sostiene il governo senza farne parte, visto che ci sono anche Civica popolare, Centro democratico (al quale si possono aggregare quei deputati eletti con +Europa che hanno votato la fiducia, a differenza di Emma Bonino al Senato), il Patt, Sicilia futura e l’Uv, ma il ruolo del Psi è decisamente più rilevante in questo frangente. Grazie a Riccardo Nencini, che del Psi era il segretario al momento delle elezioni (nonché, di fatto, unico eletto del partito in Italia), la compagine di Italia viva può infatti costituirsi in gruppo, oltre che alla Camera, anche al Senato.

La questione era dibattuta da settimane – da quando cioè si erano fatte più concrete e insistenti le voci di una scissione dal Pd – e, al di là degli aspetti politici, riguardava un profilo di diritto parlamentare molto delicato. Fino alle ultime elezioni politiche, infatti, era sempre possibile formare un gruppo autonomo a Palazzo Madama anche in corso di legislatura, purché fosse composto da almeno dieci persone elette in Senato: con l’unico requisito di questa minima consistenza, ogni forza politica nata dopo il voto avrebbe potuto costituirsi in gruppo, con indubbi vantaggi per sé in termini di visibilità, tempi durante le discussioni in aula e soprattutto spazi e risorse per l’attività parlamentare.

L’ultima modifica al regolamento, approvata dall’aula il 20 dicembre 2017, dunque quando il mandato parlamentare era ormai agli sgoccioli, sembrava aver ristretto notevolmente questa possibilità: per porre un limite e magari scoraggiare la nascita di nuove formazioni politiche, il nuovo testo dell’art. 14, comma 4 continua a prevedere la consistenza minima di 10 senatori, ma precisa che ogni gruppo «deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori»; specifica poi che un gruppo può rappresentare – e quindi riportare nel nome – tutti i partiti che abbiano presentato «congiuntamente liste di candidati con il medesimo contrassegno», quindi tutte le forze federate o riunite in cartello. L’unica deroga riguarda il gruppo delle minoranze linguistiche (Per le autonomie): esso può essere composto infatti anche solo da cinque senatori. L’art. 15, comma 3 precisa che «nuovi Gruppi parlamentari possono costituirsi nel corso della legislatura solo se risultanti dall’unione di Gruppi già costituiti»: il testo fa capire dunque che gli unici movimenti concessi tra i gruppi in Senato, in base alla riforma, sono quelli per aggregare, non per disgregare; per tutto il resto, ovviamente, c’è il gruppo misto.

Il già citato art. 14, comma 4, tuttavia, contiene anche un periodo in base al quale, anche in corso di legislatura, possono costituirsi gruppi autonomi sempre di almeno 10 senatori, «purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati». Dire «uniti» o «collegati» non è affatto la stessa cosa: il primo aggettivo rimanda alle forze che costituiscono insieme una lista (magari con più simboli raccolti nello stesso contrassegno); il secondo fa pensare invece alle liste collegate in coalizione, che sostengono il medesimo candidato nei vari collegi uninominali. Questo avrebbe permesso, in linea teorica, a ciascuna delle liste presentate per l’elezione del Senato, a patto naturalmente che almeno dieci senatori avessero deciso di creare una compagine autonoma sotto quelle insegne: tale possibilità, tra l’altro, avrebbe potuto riguardare pure liste che non avevano superato la soglia di sbarramento, facendo perno sui senatori eletti nei collegi uninominali (magari quelli eletti proprio nella coalizione cui era collegato il partito che intende farsi gruppo).

Chi aveva proposto la modifica forse pensava a liste che, ottenendo poco più del 3% a livello nazionale, in sede di distribuzione regionale non fossero arrivate ad almeno 10 eletti, potendo dunque attingere al bacino dei senatori della quota maggioritaria. Non si sa se quegli stessi proponenti avessero avuto in mente di consentire di avere un gruppo, evidentemente con l’apporto di fuoriusciti da altri gruppi, anche a partiti coalizzati che avevano ottenuto pochi eletti e tutti nei collegi uninominali. Era, come si diceva, il caso del Psi e della lista Insieme, che poteva contare sull’elezione di Riccardo Nencini, candidato del centrosinistra nel collegio uninominale di Arezzo (non eletto invece nel collegio plurinominale Lombardia-02 con Insieme).

Proprio oggi è stata diffusa una nota dello stesso Nencini e di Enzo Maraio, suo successore alla segreteria dei socialisti, con cui si dà notizia che «è stato costituito un nuovo gruppo al Senato: “Partito Socialista-Italia Viva”». Al di là delle considerazioni politiche che contiene il comunicato (il Psi non confluirà nel partito di Renzi, ma «manterrà la sua autonomia politica e la propria identità», sostenendo il governo e vigilando sul programma), non può non colpire il fatto che una disposizione regolamentare introdotta meno di due anni fa con un chiaro intento restrittivo abbia permesso la nascita di un nuovo gruppo che rappresenta innanzitutto un partito che ha avuto un unico eletto (per giunta non sotto le proprie insegne), mentre la quasi totalità della nuova compagine rappresenta un partito nuovo, che non ha corso alle elezioni.

Va segnalato, tra l’altro, che nei giorni scorsi si era immaginato che il nome utilizzato per l’operazione potesse essere Insieme, cioè il cartello cui il Psi aveva partecipato insieme a Verdi, Area civica e “ulivisti”: il nome neutro, in effetti, avrebbe potuto facilitare la formazione di un gruppo autonomo, aperto anche all’ingresso di altri parlamentari, e non avrebbe esposto direttamente il partito. La soluzione, peraltro, avrebbe avuto anche alcuni punti critici: il contrassegno della federazione Insieme era stato depositato su mandato di Nencini, ma anche di Natale Ripamonti (Verdi) e di Maurizio D’Amore, riconducibile all’area “prodiana”. Proprio D’Amore, in base alla dichiarazione di trasparenza depositata al Viminale, era il legale rappresentante di Insieme, nonché titolare del contrassegno: questi, dunque, avrebbe potuto avere qualche voce in capitolo circa l’uso di un emblema che formalmente non aveva propri eletti in Parlamento (nemmeno Nencini, come detto). Il problema è però rimasto sulla carta, visto che il Psi ha permesso l’uso del suo nome.

In ogni caso, si è avverata la profezia che aveva formulato su questa testata – amaramente e con la speranza che restasse sulla carta – Salvatore Curreri il 22 gennaio 2018, una volta concluso il deposito dei contrassegni elettorali per il rinnovo delle Camere. Guardando alle numerose «liste-matrioska» presentate, Curreri temette che tra le ragioni alla base di quel fenomeno ci fosse proprio «la possibilità di costituire gruppi parlamentari autonomi», aggirando proprio l’ultima modifica regolamentare del Senato, anzi infilandosi in una delle modifiche fatte. L’autorevole estensore di questo parere/timore, in realtà, si era limitato a immaginare che uno dei partiti che aveva corso all’interno di un cartello elettorale potesse «costituirsi in gruppo parlamentare autonomo, magari grazie al “prestito” compiacente di qualche senatore da parte di forze politiche alleate per raggiungere» la consistenza minima richiesta. Curreri non era arrivato a immaginare che un gruppo di nuovo conio, staccatosi dal gruppo di un partito numericamente rilevante, potesse aver bisogno dell’apporto di un altro soggetto politico con una presenza minima allo scopo di costituire un gruppo autonomo e ottenerne i vantaggi ricordati. Praticamente un mini-taxi, molto efficace.

Di fatto si è replicato un meccanismo molto simile a quello cui si assiste con una certa costanza alla Camera per le componenti del gruppo misto, grazie all’apporto di partiti che hanno corso alle elezioni ma magari non hanno eletto nessuno (prassi che sempre Curreri aveva stigmatizzato qui alcune settimane fa). Un fenomeno che traeva origine dalle disposizioni che, nella XIII legislatura, avevano permesso di dare visibilità, spazio e agio nell’azione ai partiti che, dopo le elezioni, avevano una presenza significativa a Montecitorio ma avevano meno di dieci deputati e non bastavano per costituire una componente: allora si decise che eccezionalmente potevano bastare tre eletti, purché rappresentassero «un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci e abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali». Dalla XIV legislatura certe componenti iniziarono a nascere a legislatura inoltrata (Udeur) o quasi alla fine (Repubblicani europei); addirittura nel 2005 si permise alla Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi, nata nel 2004, di creare una sua componente grazie ai Verdi-Verdi, candidati senza eletti nel 2001 (e quella volta si utilizzò persino un nome diverso, «Ecologisti democratici», per non scatenare l’ira della Federazione dei Verdi). Fu l’inizio di un fenomeno puntualmente replicatosi in tutte le legislature successive (qualche volta persino producendo l’esenzione dalla raccolta firme alle elezioni successive).

Le conseguenze politiche di questo passaggio si vedranno in seguito; qui conta semplicemente notare che regole nuove non hanno affatto impedito una delle eventualità che si sarebbero volute bloccare. Difficile dire se la regola sia stata scritta (più o meno volutamente) male, se – come temeva Curreri – sia il sistema politico a essere irriformabile o se i problemi siano altri. Di certo, qualcuno in uno spiraglio di una regola nuova e dallo scopo ben chiaro è stato capace di vedere la via d’uscita, senza preoccuparsi di quanto fosse stretta o poco confortevole: una via che, tra l’altro, è potenzialmente replicabile anche per altri soggetti. È l’eterogenesi degli spiragli, bellezza, e tu non puoi farci niente. O meglio, si potrebbe, ma c’è chi non vuole e forse non vorrà mai.

Condividi!

Un commento su “Il nuovo gruppo “Psi-Italia viva” al Senato: le falle della riforma “antiframmentazione” del Regolamento

  1. Non critico il dotto commento con i soliti ipse dixit fra illuminati, ma il testo commentato, l’articolo 14 comma 4 del regolamento del Senato, votato poco prima della scadenza della legislatura dalla rimpianta maggioranza riformista di allora. Mi sembra che Di Maio sia il miglior discepolo di quella stagione politica quando propone ora apertamente di introdurre il vincolo di mandato: liste bloccate, limiti bizantini alla formazione dei gruppi parlamentari, statuti rigidi dei partiti e vincolo di mandato a favore di autorità extra-parlamentari sono tutti figli della stessa concezione anti-liberale (significa libertà e responsabilità degli individui, da soli o associati) di una finta (significa fare come se) democrazia da tempo in disintegrazione. Il populismo viene da lontano e ha radici molto profonde in questo paese. Il populismo rispecchia la debolezza della dottrina. Toccherebbe agli esperti spiegare per evitare che questo possa avvenire.

Lascia un commento