L’Unione europea al tempo del coronavirus: solidarietà cercasi

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di Riccardo Cabazzi

« L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli […] Promuove la solidarietà tra gli Stati membri ». Queste chiare ed inequivoche parole non sono affatto un utopia, bensì quanto letteralmente prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione Europea. La ragione della nascita dell’UE risiede infatti nella presa di consapevolezza, da parte degli Stati che vi hanno aderito, della necessità di assicurare ai propri cittadini un duraturo spazio di pace e libertà, storicamente minate dalle due sanguinose guerre mondiali che avevano lacerato il contesto sociale ed economico del continente europeo. Tuttavia, ad avviso di chi scrive, nonostante i più di sessant’anni trascorsi dalla firma del Trattato di Roma (1957), le istituzioni dell’Unione non si sono dimostrate ancora all’altezza di costruire una vera e propria dimensione solidaristica europea, in grado di  fronteggiare efficacemente gli shock che colpiscono i singoli membri. Il bilancio europeo, di dimensioni assai esigue, non può infatti assolvere a tale funzione.

Le note vicende di questi giorni costituiscono emblema di quanto affermato. La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha, almeno in prima battuta, escluso il possibile impiego dello strumento finanziario dei cosiddetti coronabond, richiesti a gran voce anche dal governo italiano. Trattasi di obbligazioni emesse dai singoli Stati nazionali, ma garantite da tutti i paesi dell’UE, funzionali a finanziare le spese statali straordinarie per fronteggiare il coronavirus. Ai coronabond si sono tuttavia opposti alcuni esecutivi “falchi” degli Stati del nord Europa tra cui, ad esempio, l’Olanda, da sempre contrari ad ogni forma di sussidio che possa, anche solo teoricamente, comportare la mutualizzazione del debito di altri membri. Tali Stati, pur non negando la necessità di un intervento europeo per sostenere l’azione di contrasto alla pandemia che ha colpito, in particolare, il nostro Paese, sono invero favorevoli all’impiego del Meccanismo europeo di stabilità (MES), noto anche come fondo salva Stati.

Tuttavia questo appare ben lontano dall’essere uno strumento solidaristico in favore del Paese beneficiario. Il MES si fonda infatti su un principio chiaramente iscritto nei Trattati, ovvero quello della condizionalità. Precisamente, il comma terzo dell’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea afferma: « la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità ». A che condizioni deve quindi sottostare lo Stato richiedente aiuti finanziari in caso di attivazione del MES? La Troika (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) diviene una sorta di “garante” dell’integrità del fondo, con il compito di vigilare affinché il Paese beneficiario adotti una serie di misure, solitamente incisive, di riforma del proprio ordinamento, come previsto da un apposito memorandum of understanding. E’ proprio questa la logica dei soldi versus riforme. Investita di tale funzione, la Troika funge dunque da catalizzatore di riforme nazionali che elevano il principio di concorrenza a paradigma dello stare insieme come società, così sacrificando i valori archetipici del costituzionalismo democratico.

Il caso degli aiuti alla Grecia nell’era del governo Tsipras è paradigmatico in questo senso. La Troika impose infatti all’esecutivo greco una sostanziale destrutturazione (ma si potrebbe parlare di smantellamento) del proprio Stato sociale, con tagli lineari alla spesa per sanità, istruzione, previdenza, nel maldestro tentativo di riportare sotto controllo l’elevato indebitamento pubblico del Paese. Inoltre, tra le varie riforme imposte, vi furono anche quelle implicanti l’affievolimento dei diritti riconosciuti ai lavoratori, in linea con il modello europeo di flexicurity. Questo perché la Commissione, negli anni, ha considerato la legislazione lavoristica quale strumento macroeconomico di rilancio della competitività esterna degli Stati GIPSI, sulla base dell’assunto per cui se si abbassa il costo del lavoro e si adeguano i salari alla produttività le merci nazionali prodotte dovrebbero divenire più competitive sul mercato intra-europeo.  L’esito di tale riforme? La profonda alterazione della funzionalità della rappresentanza politica, con lo svilimento del Parlamento ellenico, il quale divenne mero ratificatore di quanto richiesto dalla Troika e, quanto al contesto economico, il generale depauperamento della nazione.

Questo excursus per affermare che cosa? Che gli aiuti condizionati del MES non sembrano essere affatto lo strumento adeguato per risolvere l’attuale emergenza sanitaria (ma anche sociale) che il nostro Paese sta vivendo. Servono invece scelte coraggiose e veramente solidaristiche da parte delle istituzioni dell’Unione, le quali, se attuate, avrebbero almeno due conseguenze rilevanti. In primis, trasformare l’UE in una vera comunità politica basata sulla condivisione sia di rischi che di benefici. In secundis, rafforzare il senso di appartenenza di tutti i cittadini (sia quelli degli Stati debitori che degli Stati creditori) all’Unione, così mettendo il silenziatore ai quei partiti nazionali euro-scettici che, oramai da tempo, stanno costruendo il loro consenso sulle aporie della costruzione europea.

Da ultimo, poiché l’attuale epidemia comporterà delle serie conseguenze per l’economia del nostro Paese, è necessario che le istituzioni europee riconoscano l’opportunità della sospensione dei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita, anche una volta che l’emergenza sanitaria sarà superata. Inoltre, pare altresì necessario l’abbandono dell’ossessione tedesca per la stabilità dei prezzi, al fine di consentire agli Stati più colpiti di porre in essere politiche keynesiane improntate alla spesa sociale e all’immissione di liquidità e risorse nella realtà economico finanziaria nazionale. Finora, infatti, il “binomio” di austerità e riforme strutturali, patrocinato dalle istituzioni europee, non è stato affatto funzionale alla risoluzione degli atavici problemi dell’economie più deboli degli Stati dell’Unione, causando invece un generale impoverimento dei cittadini di questi. La pandemia in corso e le sue conseguenze dovranno infine portarci ad una riscoperta dei valori e principi sui quali fondare la “ricostruzione”, ovvero quelli enunciati dalla nostra sempre attuale Costituzione, la quale riconosce, in particolare, che i diritti sociali sono presupposto e finalità dell’azione pubblica e che il lavoro è strettamente funzionale al pieno sviluppo umano di ogni persona (artt. 1, 4, 35).

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3 commenti su “L’Unione europea al tempo del coronavirus: solidarietà cercasi

  1. Questo articolo fa una serie di affermazioni corrette per far passare un messaggio profondamente viziato, non corrispondente alla realtà e quindi ingannevole. A ben vedere, la narrativa fuorviante è acqua al mulino dei post-democratici, populisti, nazionalisti, sovranisti e anti-europei.
    Tutto è fondato su una rappresentazione falsa della sovranità, del costituzionalismo democratico liberale E SOCIALE, della natura dell’UE, delle cause del degrado della situazione economica degli Italiani; si inserisce in un discorso pubblico non veritiero che consolida il consenso sempre più ampio a favore degli attori politici summenzionati.
    Nessun dubbio, dopo la crisi economica provocata dall’epidemia saremo tutti più poveri. Tutti gli stati dovranno aumentare l’indebitamente pubblico in proporzioni mai viste dalla seconda guerra per evitare che la povertà, la disoccupazione, i fallimenti aziendali, i crolli bancari non prendano dimensioni incontrollabili, inimmaginabili, insostenibili. Tutti i paesi dell’UE sono già solidali in una certa misura, attraverso i fondi strutturali che fino all’ultimo grande allargamento beneficiarono proporzionalmente all’Italia, da allora diventata contribuente netto. Alcuni paesi sono più solidali attraverso la moneta unica, alla quale l’Italia ha voluto aderire, accettandone le regole e promettendo certe riforme, non chiaramente definite per rispetto della sovranità nazionale. Numerosi paesi hanno saputo approfittare di quell’opportunità, per esempio l’Irlanda e il Portogallo. Per venti anni gli accordi legati all’euro sono stati sostanzialmente disattesi dall’Italia, a parte brevi parentesi (i governi Prodi, Monti e in una certa misura Renzi).
    Il caso della Grecia è emblematico, proprio sotto il profilo della sovranità nazionale e democratica (formulata in modo davvero esemplare dalla Costituzione italiana, ma non inventata dai costituenti). Contro la preferenza del popolo sovrano espressosi attraverso un referendum indetto dal governo per rinforzare la propria posizione nella trattativa con gli altri Stati (Bruxelles, Troika, poco importa la forma) chiamati ad aiutare il paese annullando con fondi pubblici (anche italiani) una parte dei debiti greci. Le condizioni sono state troppo severe, perché gli Stati terzi temevano che un eccesso di generosità sarebbe un pessimo precedente, pensando ovviamente all’unico vero malato cronico di peso in Europa.
    L’Italia ha imparato la lezione (di realtà, delle responsabilità rispettive e delle conseguenze di comportamenti irresponsabili)? Apparentemente no. Il discorso pubblico di cui l’articolo commentato è un triste esempio spinge sempre nella stessa direzione sbagliata: l’austerità, l’egoismo degli altri stati, i difetti della costruzione europea e dell’unione monetaria. A nessuno viene a pensare che il degrado (economico, politico, ideologico, e forse il peggio deve ancora venire) italiano non è causato da austerità imposta, ma da incapacità propria. Non c’è, infatti, mai stata austerità, ogni anno i conti pubblici si sono saldati con deficit. Non è stata imposta, il paese scelto liberamente ogni passaggio, anche se dopo si diffondono narrative diverse di mancanza di chiarezza, di accordi ingiusti, di procedure nazionali non rispettate, di imposizione da parte dei paesi più forti, e così via. Detto fuori dai denti l’Italia -i diversi governi che godevano della fiducia delle camere elette “democraticamente” – non ha onorato gli impegni presi con l’adesione all’euro e con la firma del patto di stabilità (ormai saltato) seguita dall’introduzione del pareggio di bilancio nella costituzione. L’Italia non ha fatto le riforme di convergenza (non c’era un professore a Roma pagato dal governo per occuparsi di questo? quello che ha redatto il contratto di coalizione dopo le elezioni del lontanissimo 2018) attese e sottintese dall’appartenenza ad una moneta unica e da una certa solidarietà degli altri paesi membri. L’inadempienza dell’Italia sta danneggiando gli altri paesi dell’eurozona da almeno tre lustri. Si può invocare l’ominoso Jobs Act in senso contrario, ma analizzato correttamente confermerebbe solo la miseria delle politiche italiane volte alla modernizzazione del paese, al superamento dei vizi atavici, alla competitività intesa come fattore di attrazione degli investimenti privati, quindi di occupazione, reddito, servizi sociali, ricchezza intesa come benessere e sicurezza. L’articolo critica invece l’elevamento del principio di concorrenza a paradigma dello stare insieme come società, così sacrificando i valori archetipici del costituzionalismo democratico.
    Ora siamo al capolinea. Quello che non è stato fatto in venti anni non si farà in sei mesi. Il problema più profondo è che manca proprio l’ideologia (concetti, scenari, consenso), la lucidità (un narrative veritiera contro quella che serve sostanzialmente a coprire le vere responsabilità) e il coraggio (comprendere, convincere, realizzare) per recuperare.
    La chiusura del circolo infernale è l’anello politico: il discorso fuorviante dà ragione a coloro che hanno sempre combattuto l’UE e che meno di una settimana fa hanno confermato di intendono tuttora sfasciarla; loro godono nei sondaggi di almeno 45% dei consensi. Potrebbero essere i grandi vincitori delle prossime elezioni, legge elettorale che nel frattempo sarà escogitata permettendo. Che cosa possono valere le promesse di un paese con tali prospettive politiche e che già nel passato ha sistematicamente messo in questione gli impegni assunti in precedenza. Tutti l’hanno capito: il governo elemosina fantasmagorici eurobond, un vero virus se fossero emessi alle condizioni chieste dall’Italia, cioè sostanzialmente senza condizioni, facendo promesse che non intende e non sarà in grado di onorare e lanciando il messaggio minaccioso che i soldi servono per evitare che vinca la destra anti-europea. La Commissione evita lo scontro e prova a proporre una soluzione alternativa, ma ovviamente con condizioni. La tripla destra posizionata in agguato contesta le condizioni come un’umiliazione. La dottrina accademica, l’opinione sedicente esperta, asseconda tale narrativa con un’apparenza di analisi che non fa che occultare le cause delle difficoltà reali del paese e ostacola così una soluzione effettiva, valida, proficua. Prima o poi gli Italiani potrebbero comprendere che le autorità e gli esperti del loro modello di decisione collettiva, bellissimo sulla carta, ma pessimo in concreto, non li garantisce come lo farebbe un’autorità diversa. Ora l’autorità diversa, di natura convenzionale internazionale, si chiama Europa o Troika. Ma domani potrebbe anche indossare un’altra maschera, quella dei pieni poteri. Prima o poi si raccoglie quello che si semina, e allora saranno guai veri.

  2. Segnalo su osservatoriocpi.unicatt.it un’interessante proposta, pubblicata ieri e firmata Giampaolo Galli e Enrico Letta, su come finanziare i costi della crisi con un’iniziativa europea. Una proposta che tiene cont della realtà, dello stato di diritto e di fatto.

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