Debito è asservimento – La catastrofe come orizzonte

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di Claudio Tani

Negli anni settanta del secolo scorso le grandi banche (Citibank e Chase) mandavano i loro agenti in giro per il Terzo mondo a convincere i dittatori locali a chiedere prestiti (il go-go banking), con tassi di interesse  bassissimi, ma che si impennarono rapidamente (oltre il 20%) a causa delle dure politiche monetarie americane degli anni ottanta: costringendo i debitori a subire l’intervento del FMI, il quale rifinanziava, ma a condizione dell’abbandono di politiche di difesa dei prezzi dei generi alimentari di base, di un sistema sanitario e di pubblica istruzione gratuiti, portando così al collasso di ogni sistema di protezione sociale minima delle fasce più povere e fragili del pianeta.

La crisi del 2008 nasceva dall’abuso di creazione di strumenti finanziari derivati ad opera delle grandi banche deregolamentate. Interi stati finirono sotto scacco di creditori corrotti e senza scrupoli, che ridussero le libertà democratiche a misura dello spread sui titoli pubblici. Non era in gioco soltanto il debito del Terzo mondo al quale siamo abituati a guardare con compassionevole assuefazione.

Ma i debiti vanno onorati, altrimenti dovrai asservirti al controllo dei creditori e come sempre il diritto conferma la sua impotenza quando non è applicato a un rapporto tra pari.

Tutti ricordiamo come fu affrontata la crisi dei PIGS e in particolare quella della Grecia che non fu mai salvata; anzi, al costo del disprezzo di un voto popolare, fu costretta al paradosso di contrarre nuovi debiti a condizione di ridurre le entrate. Quello fu il più moderno attacco alla democrazia, condotto non da colonnelli golpisti, ma dagli esattori della Troika, “entusiasticamente impegnati a tagliare le entrate” in nome di quel “disonesto moralismo” presentato con il nome di “austerità” (Yanis Varoufakis, Adulti nella stanza – La mia battaglia contro l’establishment europeo, 2017) che aveva irretito, da molti anni, anche la sinistra italiana. La memoria va all’altera austerità berlingueriana e alla torsione che in nome del tramontato idolo del “borghese austero” si sarebbe consumata in danno della classe operaia e della piccola borghesia.

In Italia la Troika raggiunge l’apice del successo nel 2012, in forma di costituzionalizzazione (artt.81 e 97 della Costituzione) di trattati ispirati ai principi privatistici. Trattati anomali, asimmetrici, persino impossibili, ma estremamente reali e razionali nel perseguimento dello scopo (MES Il trattato impossibile AA.VV. a cura di Alessandro Mangia, 2020). L’Europa non lo imponeva, ma il mandato presidenziale e l’azione di un governo insediato con quella precisa missione vincolarono l’Italia, data l’influenza che il loro recepimento in Costituzione avrebbe comportato, non solo in termini politici. Oggi l’efficacia di una norma costituzionale e di riflesso di intere parti della Costituzione, dipende da quello che decide l’Europa, se non addirittura soltanto l’Eurozona.

Ragionando sui temuti pericoli per la democrazia italiana e avendo a che fare con la crisi pandemica che si è abbattuta sulla stagnazione secolare in corso, si vede che la causa non è l’inadeguatezza del Titolo V della Costituzione e neppure l’eccesso di DPCM, magari non rispettosi del riparto di competenze, o la competizione tra Stato e Regioni e tra Regioni che è conseguenza della mancanza di procedure certe di leale collaborazione. Il decreto legge n.6/2020 non ha inventato una nuova minacciosa via di fuga dal sistema legale dei poteri costituzionali. Solo per fare un esempio, la temporanea sospensione per motivi di sanità pubblica delle funzioni religiose non c’entra niente con la repressione della libertà religiosa, che è ben altra, più seria e tragica questione, collocata al centro della sostanza etico-storica contemporanea.

Oggi la vera questione democratica è il debito pubblico, che aumenterà con il ricorso, di fatto già deciso, a un nuovo indebitamento e relativi controlli. E’ pura ipocrisia cercare di indorare la pillola con il Mes o con il Recovery fund. Non si tratta di sputare sui soldi che il Mes o la Bce mettono sul piatto, reso più appetibile quanto al Mes con il miraggio del tasso di interesse addirittura negativo e quanto al Recovery fund con la durata del rimborso. Si tratta di ammettere che il Mes è soltanto la cassaforte ideata per gli stati già falliti. E il Recovery fund si rivelerà per quello che è, ossia un invito agli stati più indebitati e sull’orlo del default a spendere senza freni (si passa dal metadone del quantitative  easing di Draghi all’overdose mortale di Lagarde) per tentare di superare la crisi, ma con nessuna garanzia che quelli che, forse, riusciranno a superare la tempesta applicheranno politiche di bilancio “sane”, ossia finalizzate a un abbattimento “selettivo” di deficit e debito. Attuare politiche di bilancio “sane e selettive” significa infatti muoversi in direzione opposta a quella delle politiche di “austerità” e “rigore” di montiana memoria, con i danni sociali che hanno provocato senza raggiugere alcun risultato strutturalmente positivo, nemmeno dal punto di vista industriale e del lavoro. L’Italia non uscirà dalla morsa tra aumento del debito pubblico e abbattimento dello Stato sociale con il ricorso al Mes e al Recovery Fund, che già nel medio periodo aggraveranno la situazione, con conseguenze sociali ed economiche catastrofiche che si abbatteranno su un sistema industriale destrutturato e in svendita. Lo scandalo ILVA è emblematico su tutti. 

In Europa la Germania dirige l’orchestra e si difende mettendo in campo anche tutti i meccanismi istituzionali e qualcosa si potrebbe imparare, per superare la nostra provinciale riluttanza a riflettere seriamente su come anteporre i principi della Costituzione a quelli dei Trattati europei che li hanno imbrigliati con la riforma del 2012.        

La sentenza della Corte di Karlsruhe sulla BCE non è un’improvvisazione tattica di aiuto a una politica, ma è al centro della questione del nazionalismo economico tedesco, che è mente e cuore di chi non riconosce altra autorità che sé stessa. La sentenza è il sintomo di un problema che non può essere esorcizzato con un’alzata di spalle, perché l’Europa e le sue istituzioni sarebbero assoggettati soltanto alla giurisprudenza della CGUE. Merkel, Schauble e la Corte di Karlsruhe non sono sovranisti di basso rango o nazionalisti tout court, o esponenti di un Quarto Reich, ma sono figli di una storia che è passata da Weimar e dal Terzo Reich, ha toccato il fondo dell’abisso e ha fissato l’orrore e la disperazione, per dirlo con le parole finali di Serenus Zeitblom (Thomas Mann, Doctor Faustus, 1949), è risalita dall’anno zero dell’estrema disperazione e dallo smembramento all’unità. Robert Musil (L’uomo tedesco come sintomo, 1923) e Thomas Mann (Doctor Faustus, 1949 – I Buddenbrook, 1901) ci hanno dato il quadro più vero dell’uomo tedesco e della storia dell’anima della borghesia europea. Dopo Karlsruhe non sono tornati a volare i falchi. E’ stato posto il problema dominante da oltre un secolo della storia europea: quello della condizione asimmetrica di potenza non solo tra Italia e Germania (si legga il bellissimo saggio di Giulio Sapelli Da Dante a Lutero – Asimmetrie e parallelismi italo-tedeschi, in Limes, n.4/2020 Il vincolo interno), ma con tutta l’Europa.    

Il capitalismo tedesco in Europa è sempre stato il più dinamico e innovativo, e il più espansionista. I trattati europei rappresentano il grado di dominio delle aree di espansione per il tedesco che, dopo l’interruzione del post Norimberga, ha ripreso il suo posto in Europa. Sono le tragedie del ventesimo secolo che hanno insegnato alla Germania – non all’Italia refrattaria a fare i conti con la storia – che il vero pericolo per la democrazia è l’asservimento al debito. La Germania ha imparato a sue spese, e dell’Europa, che le rivoluzioni hanno fatto la loro comparsa chiedendo la cancellazione del debito e i populismi sono arrivati al potere grazie alle richieste di radicale amnistia del debito. Nel mondo antico il programma dei rivoluzionari era “Cancellare il debito e restituire la terra”. Al cuore politico della sentenza di Karlsruhe non c’è soltanto “il mito della “neutralità” della politica monetaria e i nodi irrisolti del processo di integrazione europea” (Pasquale De Sena). C’è una storia che il capitalismo italiano familistico, predatore di risorse pubbliche, protetto da un ceto politico che oggi ha raggiunto il culmine della sua più insolente vocazione faziosa e clientelare, non ha mai capito.

Però in Italia ci si distrae con le slides degli “Stati generali”, mentre diecimila Comuni sono al default e intanto i 55 miliardi del pokeristico decreto rilancio andranno tutti a Confindustria che, come da tradizione, non farà prigionieri nella guerra per l’accaparramento anche delle risorse pubbliche in arrivo dall’Europa e non avrà da temere da sindacati acefali e senza sponde politiche. L’Olanda non è più cattiva di Confindustria. Anzi chi è più pericolosa?

Quella al Covid 19 è solo una battaglia. La guerra vera è quella per la dislocazione delle risorse, che la pandemia ha soltanto accelerato. Siamo già dentro il 1929 e non manca molto – ne riparleremo in autunno – a un quadro paragonabile a quello descritto da John Steinbeck (Furore, 1939). Siamo nel mezzo di una tempesta, non tutto si trova nei libri e non possiamo farci distrarre dalle “tecniche di manipolazione di massa”, (Noam Chomsky). Come diceva il capitano MacWhirr al giovane primo ufficiale “Una tempesta è una tempesta signor Jukes…. Tenete la prua al vento. E’ quanto basta. E nervi a posto” (Joseph Conrad, Tifone, 1919). Appunto. Altrimenti pagheremo il fio.   

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Un commento su “Debito è asservimento – La catastrofe come orizzonte

  1. Sarei incoerente se non commentassi. Potrei essere d’accordo forse con la metà degli argomenti, ma l’altra metà mi sconforta, contraria la mia visione della realtà e aumenta la mia preoccupazione per quello che potrà succedere. In parte per ragioni teoriche. L’autore fa un uso contestabile, tutto sommato populista, del concetto di sovranità. Il governo greco ha indetto un referendum intendendo rafforzare la propria posizione nella trattativa con i partner europei, ma non ha osato rispettare il verdetto, che solo lui poteva interpretare: accettare le condizioni della “troika” o uscire dall’euro-sistema? La Grecia e i Greci sono stati perfettamente sovrani, al comando del loro destino; il governo legittimo ha optato per la troika. Gli Olandesi e i Tedeschi non avrebbero il diritto di insistere sui loro diritti sovrani (di approvare l’aggravio dei loro obblighi fiscali), mentre gli Italiani avrebbero il diritto di approvare politiche fiscali nazionali che prima o poi, in un modo o in un altro, obbligheranno i contribuenti degli altri stati membri di pagare per loro? Strana concezione. La risposta negativa a questa domanda è il significato (palese) della recente sentenza (di cui critico il giudizio concreto della politica monetaria della BCE, ma di cui approvo la parte motivazionale, la quale replica la dottrina di Dieter Grimm di cui ho scritto un paio di mesi prima della sentenza). Altre ragioni del mio sconforto riguardano l’interpretazione storica. Non mi sembra giusto denigrare Weimar, semmai il rischio sarebbe la Prussia e l’Impero (II e III). Francamente non vedo un pericolo imminente. La paura e la distruzione creata in Europa, diciamo dal 1938 al 1945, non sono colpa solo della Germania, ma anche dell’Italia, suo poco affidabile e molto opportunistico alleato. La Germania ha voltato pagina, individuando i colpevoli e gli errori da evitare ad ogni costo (AfD permettendo), mentre dopo 75 anni l’Italia non può dire altrettanto. Altre ragioni di preoccupazione riguardano la politica fiscale. La crisi del 2008 non è stata (solo) una crisi dei prodotti finanziari troppo sofisticati, ma una crisi del debito facile, fasullo. Il debito italiano non è stato creato da forze straniere, ma dal governo e dal parlamento supportati dall’elettorato, dall’opinione e dalla classe pensante. Ora è facile, come fa l’autore, piangere sul latte versato. La partecipazione all’euro implica degli impegni (di tipo internazionale) che incidono sui margini di manovra del legislatore nazionale, soprattutto in materia fiscale. Per ultimo non mi convincono le referenze letterarie. Thomas Mann, che negli anni 20 criticava ancora la democrazia liberale, ha capito troppo tardi il (non solo) suo errore. Da sempre mi ha colpito soprattutto il suo Tod in Venedig (1911), genialmente messo in scena dal grande Luchino Visconti. Gustav von Aschenbach, l’uomo del nord affascinato dalla Grande Bellezza (!), non capisce, o capisce troppo tardi che è tutto un inganno (il gondoliere sdentato che lo riceve al suo arrivo con mille complimenti, la bellezza vera dei palazzi infetti dalla colera, il parrucchiere che lo lusinga con la bellezza fasulla, la bellezza del ragazzo che non si è nemmeno accorto di lui) che trascina tutto nel baratro, o almeno rovina tutti coloro che non comprendono l’illusione, l’apparenza che copre il vizio profondo. Conclusione: bisogna finalmente capire che sovranità non vuol dire fare quello che si vuole, ma assumersi le conseguenze di quello che si fa. Le ingenti risorse europee fra poco disponibili, di cui il governo non sa che cosa accettare e soprattutto non sa che cosa fare, implicano CONDIZIONI (come da mesi provo ad argomentare CONTRO TUTTI). La questione di politica fiscale, di progetto europeo, di democrazia e di sovranità è la seguente: chi definisce le condizioni? Il governo italiano o la Commissione? Formalmente saranno gli organi costituzionali nazionali, ma chi determinerà le scelte, quale narrativa si servirà al paese? È una questione di capacità (comprendere, progettare, realizzare), di onestà del discorso pubblico (di cui fa parte questo forum) e di responsabilità. Se gli Italiani capissero veramente, voterebbero per la “troika”, contro i loro politici.

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