Dopo il “taglio” dei parlamentari

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di Antonio D’Andrea

La riduzione dei deputati e senatori da eleggersi da parte del corpo elettorale (come si sa non propriamente coincidente per le due Camere e con la perdurante necessità costituzionale di preservare la “base regionale” per il Senato) è stata dunque approvata con larga maggioranza degli elettori… che, come è stato sottolineato, hanno partecipato in buon numero a questa delicata consultazione elettorale, richiesta in modo inconfondibilmente strumentale da un gruppo di senatori, in massima parte espressione di Forza Italia, nonostante il fronte parlamentare si fosse, almeno alla fine dell’iter legislativo, pronunciato alla Camera in modo pressoché unanime sul punto: consultazione che tuttavia ha finito progressivamente per coinvolgere nel dibattito pubblico (sulla rappresentanza e sulla efficienza delle istituzioni politiche), più di quanto ci si poteva forse attendere, una parte crescente della pubblica opinione, ben oltre gli addetti ai lavori. Naturalmente la partecipazione popolare è stata certamente stimolata in questa circostanza dall’essere stato il referendum confermativo abbinato – per ragioni legate al suo slittamento in avanti dovuto al verificarsi della pandemia proprio a ridosso della data di celebrazione prevista lo scorso 29 marzo – ad un delicato turno elettorale regionale e amministrativo (oltre che a due elezioni suppletive di senatori), ma è certo prova dell’attenzione che da qualche tempo gli elettori riservano alle “questioni costituzionali” e di ciò è sperabile che gli attori politici tengano conto.

In queste ore è scontato che, al di là della specifica “questione costituzionale”, finiscano per accavallarsi commenti e valutazioni che certo danno conto dell’esito referendario (mai stato realmente in discussione per tanti ragioni: la prima delle quali, a mio avviso, incrocia una spiccata insofferenza popolare nei confronti del ceto politico – del tutto meritata sia chiaro – almeno osservando fatti e comportamenti che avvengono sotto gli occhi di tutti anche all’interno delle istituzioni parlamentari) ma che descrivono, più in generale, il quadro politico attuale con i riflessi parlamentari indotti in conseguenza di quanto accaduto tra Veneto e Toscana, passando dalla Liguria alla Puglia, per esemplificare, così da considerare abbastanza sicura la naturale conclusione della Legislatura corrente. Non si ipotizzano perciò né scioglimenti anticipati né alcuna significativa variazione della maggioranza giallo-rossa che esprime il Governo del Paese dallo scorso agosto e si suppone piuttosto una certa “redistribuzione psicologica” del peso politico tra le due sue principali componenti a vantaggio di quella che attualmente ha il minor peso parlamentare. In ogni caso sia il M5S sia il PD si sono detti disponibili, con modalità e toni non propriamente coincidenti, a “completare” le riforme istituzionali che dovrebbero conseguire alla riduzione numerica dei seggi parlamentari.

Questo adesso diventa il punto dirimente che certo interessa tutti e in verità molto preoccupa almeno il sottoscritto.

Mi viene perciò facile chiedere, per quel poco che valgono le “suppliche” a questo riguardo, proprio alla maggioranza governativa certo “stabilizzata” se non addirittura “rafforzata” (ma non a seguito della vittoria del sì) di essere particolarmente prudente nel tornare a metter mano agli ingranaggi istituzionali e di limitarsi a scrivere, come promesso, una nuova legge elettorale con criteri logici (dunque conforme ai precetti costituzionali a partire da quelli già individuati dalla Corte costituzionale), sperabilmente in grado di restituire agli elettori dei singoli territori la individuazione dei parlamentati. Potrebbero andare bene a tal proposito, tanto i collegi uninominali quanto l’uso della preferenza con possibilità di esprimere un doppio voto di genere e, ove ci si orientasse verso un sistema proporzionale, parrebbe inevitabile la previsione di una ragionevole soglia di sbarramento nazionale per la sola Camera (il Senato ha una sua derivazione regionale che a mio avviso merita di essere confermata al di là della parificazione dell’elettorato attivo a quello della Camera), che serva ad impedire una deleteria frammentazione della rappresentanza politico-parlamentare (tra il 3 e il 5%, senza cadere nella tentazione di “barattare”, a questo punto, la riduzione dei parlamentari con soglie ridicole che potrebbero essere richieste da leader senza – più –  seguito elettorale sufficiente). È inutile e pericoloso andare oltre; certo ci dovranno essere aggiustamenti delle norme regolamentari da prendere in considerazione ma, anche su questo terreno, almeno a mio avviso, è preferibile che facciano le nuove Camere quando sperimenteranno direttamente la riduzione dei propri membri. Non mi pare che in questa fase si “debba” fare altro: o meglio, sarebbe bene limitarsi a governare Il Paese, impresa sempre più complicata per la portata dei problemi che devono essere affrontati, sforzandosi semmai, da parte in primis delle forze di maggioranza, di individuare, sul terreno squisitamente istituzionale – quando sarà, ma di ciò si inizia a parlare – un nuovo Capo dello Stato che possa considerarsi una autorevole garanzia per tutte (la maggior parte) le componenti politiche e parlamentari a prescindere dall’avere o non avere una specifica responsabilità di governo. In sostanza occorre perseguire responsabilmente proprio all’interno di queste Camere il dialogo tra gli attori politici: non è più tempo né di “spallate” né di tattiche demagogiche, sarebbe il segno di una recuperata vitalità dell’istituzione parlamentare ben prima che diventi operativo il “taglio” così largamente condiviso dai diretti interessati e dagli elettori. Speriamo, ancora una volta.       

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