Responsabili, costruttori ed emergenze

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di Alessandro Morelli e Fiammetta Salmoni

A dispetto di Flaiano, la situazione è grave ed è anche seria, nonostante i toni grotteschi che il dibattito sulle sorti del Governo ha assunto in queste ultime ore.

Dopo le dimissioni degli esponenti di Italia Viva – le ministre Bellanova e Bonetti e il sottosegretario Scalfarotto – incerta è la forma, ancor prima dell’esito, di una crisi annunciata ma non ancora dichiarata (occorrono le dimissioni del Presidente del Consiglio per aprirla formalmente e non è detto che arrivino).

Da quanto si legge nell’ordine del giorno approvato dalla riunione della Conferenza dei Presidenti di Gruppo, lunedì 18 gennaio il Presidente Conte si recherà alla Camera dei deputati per comunicazioni relative alla situazione politica in atto. Al termine del dibattito che seguirà le comunicazioni dei diversi gruppi parlamentari, saranno presentate risoluzioni e poi, alle 17.00, il Governo porrà la questione di fiducia su uno degli atti di indirizzo presentati. Quindi si passerà alle dichiarazioni di voto sulla fiducia e alle votazioni per appello nominale.

Il precedente al quale ci si vorrebbe rifare è quello del Governo Berlusconi IV che, nel 2010, rimase in carica senza che il suo Presidente si dimettesse, dopo l’uscita dall’esecutivo degli esponenti di Futuro e Libertà (gruppo parlamentare cui aveva dato vita Gianfranco Fini dopo la rottura con Berlusconi). In quel caso il Governo pose la fiducia al Senato, mentre le opposizioni presentarono una mozione di sfiducia alla Camera: l’esecutivo fu salvato da un gruppo di senatori provenienti da altri partiti (celebri i nomi di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, che erano stati eletti nelle liste di Italia dei Valori, ma anche l’Udc ebbe varie defezioni), i quali formarono il gruppo “Iniziativa Responsabile” (nome successivamente mutato in “Popolo e Territorio”). Pochi giorni dopo, la nuova maggioranza approvò la riforma Gelmini sull’università; tempo qualche mese e i “Responsabili” approdarono al governo (e comparvero anche alla Camera, con il nome ancora diverso di “Coesione nazionale”).

Oggi non si vuole parlare di “responsabili” ma di “costruttori”, usando un termine impiegato dal Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno, che si presta bene sia a marcare la differenza tra l’attuale situazione e quello scomodo precedente (che però sosterrebbe la stessa praticabilità della soluzione che si vuole adottare), sia a polemizzare con il “rottamatore” Matteo Renzi, leader del partito che, facendo venir meno il proprio sostegno al Governo, ne ha messo in discussione la sopravvivenza. Quello al quale si fa riferimento è comunque – lo ribadiamo – un precedente controverso. Il soccorso dei “responsabili”, nel 2010, non fu accolto bene e suscitò proteste che portarono a scontri per le strade di Roma.

Sul piano giuridico, nessuna disposizione costituzionale vieta espressamente che un simile scenario si compia: l’articolo 94 della Costituzione si limita a prescrivere che il Governo abbia la fiducia delle due Camere. Una fiducia che si misura attraverso gli strumenti parlamentari ai quali si vorrebbe ricorrere nei prossimi giorni. Se, dunque, c’è una maggioranza – qualunque essa sia – il Governo va avanti. E tanto basta.

In altri termini, per ottenere la fiducia al governo basterà che voti in suo favore la maggioranza dei parlamentari presenti, con il dettaglio, niente affatto insignificante, che dalla passata legislatura il Regolamento del Senato (dove la maggioranza è più frastagliata e il voto favorevole più a rischio), consente di non contare gli astenuti, ottenendo di riflesso un abbassamento del quorum. Insomma, per votare la fiducia al “nuovo” governo conteranno solo i SÌ e i NO.

Né, tantomeno, i partiti politici hanno a propria disposizione strumenti utili a impedire che i propri esponenti in Parlamento cambino collocazione, lasciando i rispettivi gruppi, per sostenere un Governo che fino al giorno prima avevano osteggiato. Esiste – aggiungiamo: per fortuna! – il principio del divieto di mandato imperativo, previsto dall’articolo 67 della Costituzione, a norma del quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Un principio che, pur essendo un cardine della nostra democrazia rappresentativa, costituisce un bersaglio storico del MoVimento 5 Stelle, da sempre contrario a quelli che finora aveva descritto come intollerabili “cambi di casacca” perpetrati dagli esponenti di una casta politica nemica del popolo.

Nel “Contratto per il Governo del Cambiamento”, siglato dal M5S e dalla Lega e posto alla base del primo Governo Conte, si affermava infatti che occorresse “introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo. Del resto – si specificava –, altri ordinamenti, anche europei, contengono previsioni volte a impedire le defezioni e a far sì che i gruppi parlamentari siano sempre espressione di forze politiche presentatesi dinanzi agli elettori, come si può ricavare dall’articolo 160 della Costituzione portoghese o dalla disciplina dei gruppi parlamentari in Spagna”. Se si fosse portata a compimento tale riforma, oggi i “costruttori” avrebbero vita difficile.

È, invece, proprio grazie al divieto di mandato imperativo sancito dalla Costituzione, tanto criticata e che, in verità, un po’ tutti i partiti hanno mostrato di voler modificare (chi scardinandone i principi fondanti seguendo la strada dei “piccoli passi”, chi mediante revisioni complessive della sua gran parte), che il Governo riuscirà ad avere una maggioranza purchessia. Perché è di questo momento la notizia che al Senato, dove, lo ricordiamo, il Governo corre i maggiori rischi, è nata una nuova componente interna al Gruppo misto: MAIE-Italia23, di cui, oggi, fanno parte quattro senatori, che nel suo comunicato stampa ha dichiarato ufficialmente di essere sorto “per costruire uno spazio politico che ha come punto di riferimento Giuseppe Conte”. Un nome evocativo, diremmo quasi auto-dichiarativo, “Italia23” (che si aggiunge all’acronimo del Movimento associativo italiani all’estero) pronto a votare la fiducia al Governo e supportarlo fino al 2023, anno della scadenza naturale della legislatura. Quanti saranno i senatori che confluiranno in questa nuova componente politica è, ovviamente, da verificare, ma fino a martedì 19 gennaio, giorno in cui toccherà al Senato votare la fiducia, il Governo e le forze politiche hanno tutto il tempo per raggranellare i voti necessari alla sua sopravvivenza. Insomma, ancora una volta sembrerebbe volersi giustificare i mezzi con il fine.

Nei manuali di diritto costituzionale si continua a parlare di norme non scritte, consuetudinarie e convenzionali, e di regole di correttezza costituzionale, ma anche volendone sostenere, in teoria, l’esistenza, non si può non riconoscere che ogni schema è saltato e che, pur potendosi rinvenire precedenti adattabili al caso – a patto però di evitare accuratamente qualsiasi comparazione tra i contesti –, tutto è ormai sostanzialmente possibile.

Gli stessi principi che dovrebbero orientare le dinamiche di funzionamento della forma di governo parlamentare possono essere declinati in modi diversi e persino antitetici. Tanto che il ministro Dario Franceschini è giunto a sostenere, in queste ore, che “nel passato il termine responsabili indicava una negatività, non è più così: non siamo più in un sistema bipolare con due poli e due candidati premier in cui il cambio di schieramento veniva giustamente classificato come ribaltone. Siamo in un sistema parlamentare in cui le maggioranze di governo si cercano in parlamento, apertamente, alla luce del sole e senza vergognarsene. E così sarà anche questa volta”.

Se però vuole prendersi sul serio il concetto di responsabilità (politica), occorre considerare attentamente il contesto entro cui si stanno svolgendo le attuali vicende: il contesto di un’emergenza che è, al tempo stesso, sanitaria, economica e costituzionale. Un contesto che costringe il costituzionalista a fare i conti con principi e nozioni che sono il frutto di una rivisitazione squisitamente politica ex parte principis, ma che non appartengono al suo, pur vasto, bagaglio concettuale, se non a costo di gravi forzature.

Ci riferiamo a tutti gli “accadimenti giuridici” che sembrano allontanare giorno dopo giorno, sempre di più, le Istituzioni dal dettato costituzionale e dalla responsabilità politica cui dovrebbero soggiacere in virtù del principio democratico. Assistiamo, inermi, a eventi che, per l’economia della presente breve riflessione, possiamo solo limitarci a enumerare: la controversa dichiarazione dello stato di emergenza; l’accettazione della limitazione di tutta una serie di diritti fondamentali attraverso meri atti di normazione terziaria (quando non amministrativi a portata generale); la crescente e perniciosa conflittualità tra ciò che viene deciso a livello statuale e ciò che dispongono Regioni ed Enti locali; la continua e costante emarginazione del Parlamento da tutti i processi decisionali; l’accentramento di poteri e funzioni nelle mani del Governo, quando non dei singoli ministri, la pratica estorsiva della posizione di questioni di fiducia su tutti i provvedimenti governativi e così via.

Per non parlare dell’inaccettabile ruolo assunto dal Comitato tecnico-scientifico, che detta le linee programmatiche del Governo, pur essendo privo di qualunque legittimazione democratica e conseguente responsabilità politica, legittimato a decidere in vece degli organi a ciò deputati nel nome della presunta e sedicente neutralità e infallibilità della tecnica, che – come già affermava Schmitt – “può essere rivoluzionaria e reazionaria, può servire alla libertà e all’oppressione, alla centralizzazione e alla decentralizzazione”. Insomma, la tecnica, in una sublime sintesi, è “culturalmente cieca”.

Ma torniamo infine alla nostra crisi di governo.

Il Governo che nascerà (o che, se si vuole, sarà confermato) la prossima settimana dovrà continuare a gestire l’emergenza pandemica, la gravissima crisi che sta mettendo in ginocchio l’economia reale del Paese, il Recovery Plan e tutti i denari che l’Italia richiederà all’Unione europea impegnandosi, in cambio, a effettuare significativi investimenti e importanti riforme, e ancora dovrà ridurre deficit e debito per cominciare a riportare il nostro Paese all’interno dei vincoli del Patto di stabilità e crescita (che, per ora, è sospeso solo fino al 2021), dovrà scegliere se chiedere o meno i soldi del MES, e dovrà, insomma, adottare le decisioni più impegnative dal secondo dopoguerra a oggi.

Resta, dunque, una domanda: siamo sicuri che sia sufficiente un governo purchessia per rispondere in modo adeguato alle sfide epocali che ci attendono? Si dirà: è questione politica, non giuridica. Le (pochissime) regole costituzionali scritte sul procedimento di formazione del governo e sul rapporto di fiducia consentono la permanenza in vita di un esecutivo retto da una maggioranza risicata. Tuttavia il contesto, oggi più che mai, dovrebbe illuminare il testo.

Le istituzioni democratiche – come ha scritto Böckenförde a proposito dello Stato liberale di diritto – vivono di presupposti che non possono essere garantiti con i soli strumenti giuridici: la solidarietà politica, economica e sociale e la lealtà verso le istituzioni. È indispensabile un grande sforzo comune che, superando egoismi e interessi personali, consenta di costruire responsabilmente, tutti insieme, il futuro di un paese in ginocchio.

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Un commento su “Responsabili, costruttori ed emergenze

  1. Meriterebbe un approccio tipo “sfiducia costruttiva” la netta bocciatura del “inaccettabile ruolo assunto dal Comitato tecnico-scientifico. Vorrei capire quale sia l’alternativa a questa forma di consulenza tecnica, che è apparsa inevitabile. Da cittadino, nei mesi del primo lockdown, di fronte alla babele dei numeri e alle rivalità stato/regioni, ho trovato conforto nelle parole spesso ellittiche del prof. Locatelli, ben più che in quelle più involute dell’avv. Conte.

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