Il minuetto della politica e le strade costituzionali per uscire dalla crisi

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di Antonio D’Andrea

L’insopportabile minuetto delle forze politiche della maggioranza parlamentare che ha sostenuto il II Governo Conte (dimessosi per evitare la bocciatura al Senato della relazione del Ministro della giustizia, dopo aver incassato – anche al Senato sia pure con numeri risicati – la riconferma della fiducia costituzionalmente necessaria, pur dopo il “ritiro” della componente renziana), sembra il patetico tentativo di rendere seria una cosa che non lo è affatto, almeno se si guarda alla sostanza costituzionale della vicenda. Occorre, in ogni caso, che qualcuno dica ai “ballerini” che farebbero bene a smettere di dimenarsi evitando di apparire goffi e patetici agli occhi imbarazzati di chi guarda, suo malgrado, lo spettacolo offerto e desidera perciò che i musicanti ripongano i loro strumenti e cali il silenzio.

Non è una cosa seria la determinazione manifestata dai discepoli del sen. Renzi, ormai accreditato solo da qualche azzimato notista politico di capacità strategica di grande respiro politico-istituzionale, quasi addirittura di lucidità “superiore” nel porre questioni sostanziali di interesse nazionale e oltre, eluse dalla compagine ministeriale della quale hanno fatto parte sino a qualche giorno fa alcuni suoi plenipotenziari in realtà da posizioni abbastanza di rincalzo.

Non è una cosa drammatica per il Paese constatare una certa disinvoltura mostrata dal dimissionario Presidente Conte (dimissionario ex ante rispetto al voto sulla relazione del Guardasigilli ed ex post dopo aver comunque richiesto e ottenuto la fiducia in entrambe le Camere) nell’ignorare che il suo accresciuto – lasciamo perdere perché –  potere politico-mediatico è da tempo mal tollerato all’interno dei gruppi pentastellati che, distogliendolo dalla sua lucrosa attività professionale e dai suoi brillanti studi di diritto civile, lo avevano strumentalmente indicato quale “punto di equilibrio” di due diverse coalizioni governative di cui quel movimento è entrato a fare parte come forza di maggioranza relativa.

 Non è una cosa sorprendente il tentativo di mettere in atto l’ennesima operazione di compensazione numerica in soccorso di un  Governo “in difficoltà” promuovendo da Palazzo Chigi passaggi di personale parlamentare di secondo livello da un gruppo all’altro se non addirittura la formazione di un gruppo parlamentare ad hoc anche derogando, come pur è stato scritto, alle severe regole interne che proprio il Senato aveva voluto darsi nella passata Legislatura, così da allontanare lo spettro di una anticipata conclusione della corrente Legislatura che per molti deputati e senatori ovunque collocati rappresenta l’ultima occasione per fruire di un’ottima paga collegata ad un lavoro ancora socialmente riconosciuto come importante.

Non è neppure una novità constatare modalità di discutibile, inelegante per così dire, approccio istituzionale della parte più lanciata e consistente dell’opposizione nel richiedere, in verità da ben oltre un anno, le elezioni anticipate pur sapendo che questa evenienza, sempre collegata alle cangianti vicende parlamentari e alle conclusive determinazioni del Capo dello Stato, nel pieno manifestarsi della pandemia e della complicata “campagna vaccinale”(e a parte la gestione del possibile cospicuo finanziamento europeo collegato a questa  catastrofe sanitaria ed economica), sarebbe meglio fosse “congelata” per provare a condividere – certamente anche condizionando – scelte sperabilmente oculate da fare metabolizzare e accettare alla comunità nazionale, come in genere  accade in altre democrazie europee  con le quali condividiamo istituzioni sovranazionali destinate a sopravvivere alle nostre imprevedibili “beghe” interne.

Non è parsa neppure cosa particolarmente sorprendente e anzi del tutto in linea con le attese, la mossa del Presidente Mattarella di promuovere una specie di mandato esplorativo a tempo lungo (?) per risolvere la crisi “a partire” dalla riconferma della maggioranza giallo-rossa con renziani dentro, attivando alla bisogna il Presidente della Camera, esponente di una corrente minoritaria di quel che resta del movimento ex grillino già evocato direttamente negli “ambienti” del geniale promoter della attuale crisi e accreditato quale primo – magari anche ultimo – interlocutore cui affidarsi per provare a ricompattare la maggioranza uscente. Questa scelta tuttavia a me è parsa amplificare erroneamente il tatticismo fine a sé stesso di prestigiatori incastonati sulla scena politica nostrana con i loro valletti di supporto. Vedremo come andrà a finire!

In effetti se la “vecchia” maggioranza parlamentare si profila ancora adesso all’orizzonte, come parrebbe o potrebbe emergere dalla stessa richiamata iniziativa presidenziale, si sarebbe forse potuto subito chiedere al Presidente Conte di tornare senza indugio dinanzi al Senato (dove è emerso il problema di tenuta numerica) promuovendo un nuovo, esaustivo dibattito alla presenza dei gruppi, anche quello appena formatosi appositamente per sostenere l’attuale leadership governativa, arrivando ad un voto esplicito in grado di confermare o meno – una volta per tutte –  la fiducia al suo Esecutivo. Ottenuta, a maggioranza semplice, la fiducia è ovvio che, se qualche delibera promossa dal Governo viene respinta – questo vale sempre, anche alla Camera dove i numeri non sono mai mancati al II Governo Conte – l’Esecutivo ne dovrebbe prendere atto preoccupandosi di cambiare indirizzo ma non già di dimettersi a seguito del dissenso emerso nella sede parlamentare. Tuttavia se il problema di tenuta della maggioranza dipende dalla presenza o meno di un Ministro in carica sarebbe sempre possibile non solo azionare la sfiducia individuale, prevista da regole interne di ciascuna Camera, ma anche mettere in campo, magari sollecitandole, iniziative ad opera dello stesso Presidente del Consiglio: a parte il c.d. rimpasto, vale a dire la sostituzione concordata all’interno della stessa maggioranza di qualche ministro o la loro diversa collocazione negli incarichi, sono molti tra i costituzionalisti più autorevoli che ritengono compatibile con il dettato costituzionale la stessa proposta di revoca ministeriale  indirizzata al Capo dello Stato.

Ho richiamato velocemente questi elementi di fondo solo per dire che un conto è la sostituzione di uno o più Ministri (incluso naturalmente il Guardasigilli) altro è la permanenza in carica del Presidente del Consiglio e, in questo caso, di Conte, come è sembrato essere richiesto, almeno in un primo momento, dalla componente renziana. In ogni caso se il problema continuasse ad essere la sostituzione del Presidente Conte e la stessa redistribuzione degli incarichi ministeriali così come attualmente ripartiti tra gli alleati, perché non recidere gli esasperati tatticismi da parte del Presidente Mattarella provocando, per quanto di sua competenza, un voto esplicito sulla guida del Governo senza lasciare che nessuno sfugga alle proprie responsabilità dinanzi al Paese? Se il Presidente Conte, una volta respinte dal Capo dello Stato le sue dimissioni volontarie e costituzionalmente non dovute, richiesto di andare al Senato non lo facesse o fosse in effetti sfiduciato, magari senza più compiacenti astensioni, allora sì che la crisi sarebbe ampiamente giustificata per fatti concludenti e aprirebbe in modo chiaro a tutti il problema della leadership di questa maggioranza e, correlativamente, del futuro della corrente Legislatura.

Basta perciò stucchevoli minuetti accompagnati peraltro da toni apocalittici, le strade nel nostro ordinamento per fare rapidamente chiarezza ci sono e vanno percorse tanto più che il Paese appare stremato per altre ben più serie ragioni che non sono né il braccio di ferro Conte-Renzi né lo scontro latente, sopito ma sempre vivido all’interno del M5S né lo stesso destino dei moderati europeisti collocati, pare con qualche disagio,  all’interno dello schieramento di centro-destra a trazione sovranista.

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