L’attesa sul Colle

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di Enrico Cuccodoro e Luana Leo*

È interessante rilevare come ciascuna Presidenza della Repubblica sia nata in un contesto storico segnato da eventi incisivi. Tale circostanza affiora dal messaggio che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha reso al Parlamento nel giorno del suo giuramento, avvenuto il 3 febbraio 2015. Egli tiene a sottolineare come tale momento coincida con l’auspicio del completamento di un percorso verso una riforma della Costituzione, esprimendo l’obiettivo di “rendere più adeguata la nostra democrazia”, senza però sottovalutare un’altra priorità; l’approvazione di una nuova legge elettorale, legge di sistema del quadro politico.

Il tema delle riforme costituzionali, dunque, ha interessato dal principio l’azione del dodicesimo Capo dello Stato. Si coglie una sottile linea di continuità con il predecessore Napolitano, giacchè emerge un lampante segnale di incitamento a portare avanti il disegno riformatore, proprio al fine di salvaguardare i connotati fondamentali del sistema democratico nazionale. Appare opportuno segnalare come le “mosse” del Presidente Mattarella sul versante della riforma in materia elettorale abbiano suscitato sostanziale interesse. La ragione di ciò risiede nel ruolo di primo piano assunto dalla normativa elettorale nella lunga esperienza istituzionale del Capo dello Stato uscente: su spinta del referendum del 1993, il Parlamento approva una legge definita “Mattarellum” (in realtà, tale nome derivava anche dalla presenza di regole “singolari” nel corpo della legge), con la quale si introduce un sistema misto, qualificabile come maggioritario con correzione proporzionale, volto a incoraggiare le formazioni politiche, nonché una competizione di tipo virtualmente bipolare.

Sebbene risulti impossibile prevedere il “tipo” di Presidenza che rappresenterà l’Italia nei prossimi sette anni, vi è comunque la certezza che il Capo dello Stato sarà chiamato a “pilotare” un Paese ancora, purtroppo, in piena emergenza.

Quel che desta preoccupazione non è soltanto la pandemia ancora in corso e le sue implicazioni, ma anche (e soprattutto) le prevedibili tensioni politiche che accompagneranno l’elezione presidenziale, indipendentemente da chi salirà al Colle; uno scenario del tutto in divenire.

Occorre specificare come la scelta del Presidente della Repubblica, nonché figura di riferimento della comunità, si rivela particolarmente complessa, specie in un clima politico acceso come quello attuale: ancora, è sul tappeto la discussione intorno al ruolo esponenziale del Quirinale, se come in passato, influenzato dai partiti, ovvero “liberato” in favore della personalità dei diversi Presidenti e del protagonismo del popolo. Si vuole evidenziare, così, metodo, intese e rischi connessi alla scelta che il Parlamento dovrà compiere.

Come ben noto, l’elezione del Capo dello Stato segue una consuetudinaria liturgia, contraddistinta da regole e riti inossidabili, dentro e fuori il Palazzo.

Nel 1992, anno della salita al Quirinale di Oscar Luigi Scàlfaro (allora Presidente della Camera), fecero la loro prima apparizione i c.d. “catafalchi”: a seguito di numerosi inviti al Presidente dell’Assemblea, per assicurare la completa segretezza del voto dei Grandi Elettori, sotto il banco della Presidenza comparse inizialmente quella storica tenda elettorale drappeggiata in panno scuro.

Il predetto rimedio avrebbe tutelato nella riservatezza l’esercizio di scelta dei singoli componenti il Collegio, prevenendo così sguardi indiscreti e soprattutto, fuori dalla portata di telecamere ed obiettivi posti nel Tribune del pubblico dell’Aula di Montecitorio. Tuttavia, nell’intento di agevolare e proteggere le delicate operazioni elettorali, si decise di sostituire il catafalco con nuove cabine, esteticamente in linea con lo stile architettonico eclettico di Montecitorio.

Il risultato si rivelò presto ottimale e funzionale: gli elettori secondo l’ordine della rituale “chiama”, una volta ricevute la scheda (di colore diverso per ogni scrutinio fissato della Presidenza) e la matita avrebbero espresso il voto dentro le cabine semicircolari e deposto nella tradizionale urna di vimini (la c.d. insalatiera con i nastri tricolore) il biglietto votato, sotto l’accurata attenzione del Presidente e dell’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea.

Si ritiene necessario marcare come il Parlamento in seduta comune, quale collegio (imperfetto), convocato tassativamente per l’elezione presidenziale (e in altri rari casi previsti dalla legge), costituisca solo un “seggio elettorale”, dove non è consentito esprimere opinioni o intervenire, salvo che il Presidente d’Assemblea autorizzi e conceda voce a chi intenda parlare, vincolato all’esclusivo motivo di affermazioni legate al mero esercizio del diritto di voto o di ulteriori connesse modalità, quali ad esempio la successione temporale di votazioni e pause tecniche, di volta in volta fissate in calendario secondo quel ritmo intenzionalmente impresso alle riunioni per l’esigenza di favorire il raggiungimento di possibili accordi.

È incontestabile la difficoltà di avviare in sede di Assemblea discussioni e deliberazioni attinenti a presentazioni di candidature, o addirittura dibattiti con dichiarazioni apposite circa le designazioni ufficiali, promosse o meno dai partiti e loro direttivi dei gruppi parlamentari o leader di valore. Sebbene tale prassi sia consolidata, essa sembra porsi solo come un autovincolo per il Collegio ai fini di opportunità e correttezza della Seduta comune e “continua”, volendo scongiurare confronti e animati contrasti tra candidati per la suprema magistratura del Paese.

Particolare considerazione merita la presentazione delle dimissioni del Governo, in seguito all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, reputata un mero atto di cortesia (c.d. “dimissioni di cortesia”). In realtà, il predetto passaggio della vita politica assume rilievo, in quanto esalta l’incisività del ruolo del Presidente del Consiglio dei Ministri, espressione di riferimento unitario per la maggioranza parlamentare, proprio nel corso della trattativa e degli incontri preliminari, indispensabili per individuare il candidato da votare in Assemblea.

È doveroso sottolineare come la tradizione repubblicana non si sia voluta privare di un’armoniosa risonanza metallica. Oltre l’altana di Palazzo Montecitorio, spunta il caratteristico “torrino” con l’orologio e le tre campane del vecchio edificio sede dei Tribunali pontifici, poi dimora rinomata della Camera dei Deputati. Nel preciso momento in cui si raggiunge il quorum utile per la vittoria del candidato prescelto, dopo tanto silenzio e applauso alla raggiunta soglia di consenso, dal torrino le campane (che nel bronzo hanno impressa la significativa dicitura “Diligite justitiam qui judicatis in terra”) riemettono, in modo prolungato, i loro rintocchi cerimoniali di giubilo. Si tratta dell’annuncio informale di avvenuta elezione del Presidente, il quale dovrà solennemente giurare fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione, davanti alle Camere (art. 91). I Presidenti parlamentari, resi pubblici i risultati dello scrutinio, comunicano formalmente al neo Capo dello Stato l’esito della votazione.

Il Cerimoniale dispone, allora, che il Presidente eletto attraversi il Transatlantico, e preceduto dai Presidenti della Camera, faccia successivo ingresso in Aula, nella seduta parlamentare di giuramento alla Costituzione e, quindi, per leggere il messaggio di insediamento. 

È opportuno evidenziare come il Parlamento in seduta comune sia composto non solo da tutti i membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, ma anche dai delegati regionali. In tale scenario, la partecipazione di quest’ultimi amplia la base elettorale, mediante il coinvolgimento delle maggiori articolazioni territoriale della Repubblica.

La rappresentanza regionale, pur non avendo un forte “peso” politico, riveste comunque un quid simbolico, in quanto è per loro tramite che le Autonomie locali intervengono sulla scelta della figura chiamata a rappresentare nella sintesi l’Unità nazionale, pertanto non esclusivo appannaggio delle formazioni politiche che concorrono all’elezione del Capo dello Stato.

All’atto del giuramento, tuttavia, i delegati regionali possono assistere all’evento solo nella Tribuna del pubblico: questo è l’atto solenne di avvio del settennato.

Il mandato prende avvio con il giuramento ed il discorso di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica. In tale occasione, il Capo dello Stato precisa l’indirizzo politico-costituzionale cui ritiene di volersi attenere, esprimendo, per la prima volta, un’interpretazione personale e di stile del proprio ruolo costituzionale e delle prerogative connesse.

Il discorso di insediamento deve essere concepito, fondamentalmente, come esplicitazione del “modo di intendere” le funzioni e i poteri presidenziali, nonché l’interpretazione complessiva che i diversi Presidenti adottano all’inizio del loro mandato. Da ciò ne discende l’ipotesi di un quasi “programma presidenziale”, spettando a tale figura una valutazione “ideale” in ordine ai doveri che la Costituzione assegna al ruolo super partes dello stesso, anche bilanciando il peso dell’evoluzione formale e materiale della carica al vertice dello Stato, alla luce della Carta Costituzionale.  

Al termine del messaggio ufficiale, il Capo dello Stato, dalla Piazza Montecitorio si reca in corteo presidenziale lungo via del Corso e sosta a Piazza Venezia. Presso l’Altare della Patria, egli riceve gli onori militari e depone una corona davanti al sacello del Milite Ignoto. A seguito del saluto augurale del Sindaco di Roma, con il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente sale a bordo della berlina d’epoca sempre utilizzata in tale ricorrenza (Lancia Flaminia decappottabile del 1959) e riprende il percorso da via Quattro Novembre alla lieve salita di via Ventiquattro maggio, fino a varcare l’ingresso del Palazzo del Quirinale, scortato dalla guardia di onore dei corazzieri.

Il Presidente della Repubblica, al Quirinale, trova schierato il picchetto solenne in alta uniforme. A fianco del Tricolore e della bandiera europea sul pennone del torrino è issato il vessillo presidenziale, stendardo con lo stemma dorato della Repubblica in campo azzurro, esposto per tutto il corso del mandato, quando il Capo dello Stato risieda sul Colle del Quirinale per adempiere alle sue funzioni al servizio della Nazione.

Al Presidente uscente spettano gli onori militari di saluto e la consegna del vessillo presidenziale che viene ammainato e che tutto il suo settennato è stato posto sul torrino del Quirinale, a fianco del Tricolore e della bandiera europea. Lo stendardo presidenziale è il dono ricordo al Capo dello Stato che lascia il Quirinale.  

Al Presidente Mattarella si riconosce il pregio di avere escluso qualsiasi lettura della figura e delle funzioni presidenziali, se resi in difformità da quanto sancito nella Costituzione compromettendone la posizione. È doveroso segnalare come egli sia riuscito a far maturare un consenso “diffuso” sul testo costituzionale.

Il successore, dunque, non soltanto avrà il compito di applicare e di far correttamente attuare la Costituzione nella dialettica delle forze politiche, ma anche di legittimarla davanti agli occhi della comunità. A prescindere dai numerosi interventi “politici” è indiscutibile l’importanza che, in Italia, continua a rivestire una Presidenza della Repubblica super partes, con una funzione di moderazione e di stimolo nei confronti degli altri poteri statuali. È altrettanto innegabile che il Capo dello Stato costituisca tuttora, tra gli organi costituzionali, il primo punto di riferimento della Nazione, nonché il garante di quel minimo sostrato di armonia sociale che tuttora resiste nel Paese. Peraltro, i referenti identificabili nel dettato costituzionale consentono di escludere le storiche concezioni estreme: da una parte, l’idea che il Presidente costituisca un organo puramente simbolico e decorativo (propria di taluni); dall’altra, la convinzione che egli sia un organo decisionale risolutivo e protagonista, specialmente in occasione delle crisi di sistema. La prima ricostruzione è impraticabile non solo in ragione dei poteri cruciali che la Costituzione conferisce a tale figura, ma anche alla luce dell’intera storia della Repubblica, nella traiettoria diversi mandati presidenziali.

La seconda ricostruzione, invece, è sconfessata dalla considerazione secondo la quale, ove sorgano impasse di sistema, spetta a tutte le forze intervenire con le risorse legali a disposizione, compreso il Presidente della Repubblica, garante di funzionalità e governabilità. In passato, il Capo dello Stato è stato qualificato come la figura più “sfuggente” tra le cariche costituzionali, strutturalmente vaga e, come oggi sottolineato, con natura c.d. “porosa” al contesto politico, anziché essere il risoluto garante super partes, con qualificata veste di indipendenza e stabilizzazione nella vigente forma parlamentare di governo: un ruolo neutrale non statico, bensì dinamico secondo l’annotazione di Luigi Einaudi quando “gli avvenimenti si seguono; e fanno sì che mutino atti e decisioni”.

La figura di Sergio Mattarella, impeccabile giurista, e caratterizzato da una storia personale peculiare, esce di “scena” portando a termine la missione di “tenuta” del sistema in stagioni di formidabile complessità e incidente crisi sanitaria legata alla pandemia in atto. Egli, dunque, lascia al suo successore un’eredità “senza precedenti”. “Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore. Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere”.

 

*Professore di Diritto Costituzionale nell’Università del Salento; Dottoranda di ricerca in Diritto Costituzionale nell’Università LUM Jean Monnet

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