La portata istituzionale del Qatargate

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di Andrea Guazzarotti

Alcuni aspetti del Qatargate colpiscono particolarmente chi è avvezzo agli scandali parlamentari italiani.

Innanzitutto il dato per cui i membri di un’istituzione sovranazionale vengono sottoposti a indagini penali da parte della magistratura inquirente di un singolo Stato membro: non c’è alcuna corrispondenza tra il livello “para-federale” dell’istituzione indagata e le autorità inquirenti. Possiamo dirci fortunati che la sede del Parlamento europeo si trovi in uno Stato con forti tradizioni garantiste, ma il paradosso rimane. C’è da chiedersi quanto questo disallineamento tra istituzioni “di governo” para-federali e istituzioni inquirenti e giudiziarie statuali non abbia contribuito all’accumularsi per un periodo di tempo troppo lungo dei problemi di lassismo e scarsa trasparenza all’interno di un’istituzione come il Parlamento europeo. L’indagine in corso ci rivelerà quanto ramificate e profonde sono le radici della malapianta che ha parassitato l’istituzione parlamentare europea.

In secondo luogo, manca nella forma di governo dell’UE, un organo come il Capo dello Stato di un sistema parlamentare che possa agire come “moralizzatore di ultima istanza”, al pari di quello che fu il ruolo esercitato da Scalfaro nell’Italia di Tangentopoli. Qualora lo scandalo giungesse a toccare più parlamentari, specie posti in ruoli chiave come la Vicepresidente Kaili, chi potrebbe minacciare lo scioglimento anticipato del Parlamento europeo? Attendere le elezioni del 2024 potrebbe essere fatale per la reputazione delle istituzioni europee, se lo scandalo si allargasse. La crisi della Commissione Santer nel 1999 non è paragonabile a questa, posto che allora l’elemento risolutore fu proprio la minaccia di una mozione di censura da parte del Parlamento europeo.

In terzo luogo, non è chiaro a quale partito rispondono i parlamentari indagati: la struttura “destrutturata” dei partiti europei sembra impedire sia la critica al partito d’appartenenza, sia la possibilità dello stesso partito di assumersi l’onere di fare pulizia al suo interno.

Infine: un’istituzione politica che si fregia del nome di Parlamento si è da anni impegnata in iniziative ispirate a logiche diverse da quelle di un organo politico-legislativo, tramutandosi in una sorta di super-ONG o di grande inquisitore della moralità internazionale, intesa nel senso del rispetto dei diritti umani da parte di Stati Terzi e di Stati europei. Un’istituzione cui il Trattato di Lisbona ha attribuito poteri cruciali nella politica commerciale estera; poteri in grado di bloccare accordi di portata epocale, come quello sugli investimenti esteri faticosamente raggiunto dall’UE con Pechino dopo sette anni di negoziati, bloccato proprio dal Parlamento europeo a seguito del braccio di ferro sul rispetto dei diritti umani in Cina. Le note caratteristiche dell’ordinamento dell’UE e l’assenza di un’autentica sfera pubblica europea hanno impedito fin qui al Parlamento europeo di fondare la propria legittimazione sulla politica partitica e sulla logica dell’alternanza, spingendolo verso i perigliosi lidi della moralità umanitaria. Il che lo espone – come il Qatargate sta dimostrando – a crisi di legittimità assai più radicali di quelle che toccano i “comuni parlamenti mortali”, fatti di politica e di partiti. I parlamentari hanno da sempre il ruolo di custodi dei diritti dei cittadini e preziosissima è la loro prerogativa di poter ispezionare le carceri del proprio stato senza alcun permesso; ben altra cosa è, però, visitare Stati terzi per attribuire loro, in condizioni di scarsa trasparenza, patenti di buona condotta circa il rispetto dei diritti umani, come avvenuto nei confronti del Qatar.

I costi di scandali come questo – è stato detto – non stanno tanto nell’indebolimento della reputazione di questa o quella istituzione europea, bensì nel colpo inferto alla fiducia nella nostra capacità di agire collettivamente (politicamente) per affrontare su scala sovranazionale questioni la cui dimensione sovrasta quella dei singoli stati.

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