La presunta impunità dei magistrati e le responsabilità del Ministro

di Fabio Ferrari

In principio era l’impunità. I sostenitori del sì denunciavano l’assoluta mancanza di credibilità della giustizia disciplinare del CSM: ai giudici era consentito disonorare la toga e danneggiare la vita dei cittadini, senza mai rispondere ad alcuno dei propri errori.

Poi emersero, anche per i non addetti ai lavori, i dati reali. Si scopriva che in seno alla sezione disciplinare del CSM le condanne pareggiavano le assoluzioni, con percentuali di certo non meno rigorose di quelle che caratterizzano la ‘severità’ degli ordini professionali nei confronti dei propri iscritti (a partire dagli avvocati).

A ciò si aggiungeva un altro dato sorprendente. Negli ultimi tre anni, meno del 20% delle sentenze di assoluzione dei magistrati venivano impugnate innanzi alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, metà per mano del Ministro della giustizia, metà per iniziativa dell’altro soggetto titolato a chiedere la riforma delle decisioni del CSM, ossia il Procuratore generale: pur trattandosi di un magistrato (e dunque, a seguire la narrazione, di un soggetto propenso a coprire i propri colleghi), le sue impugnazioni si attestavano su percentuali pressoché identiche a quelle del Ministro. A partire da questi dati, era dunque difficile comprendere le accuse di impunità indirizzate dal Ministro ai magistrati, vista la sua chiara accondiscendenza verso l’operato della sezione disciplinare. 

I sostenitori del sì replicavano allora in altro modo: per il centinaio di casi trattati ogni anno, più di mille venivano archiviati a monte, prima ancora di essere esaminati. È bene però fare chiarezza sul punto.

Anzitutto, il CSM non ha alcuna responsabilità sui procedimenti archiviati. Spetta infatti al Procuratore generale il primo vaglio, e del fascicolo archiviato non arriva notizia al CSM, che nemmeno volendo potrebbe dunque valutare nel merito i casi. Pertanto, se il problema è l’altissimo numero di archiviazioni, ciò non può certo essere imputato all’organo di autogoverno della magistratura.

Vi è poi un altro elemento da tenere in considerazione. Per espressa previsione legislativa (art. 16, comma 5-bis, d.lgs. n. 109 del 2006), le richieste di archiviazione sono tutte comunicate ad un unico organo, il quale è il solo a venirne conoscenza: il Ministro della giustizia. Questi può imporre il procedimento disciplinare nei confronti del magistrato al CSM, rovesciando la decisione del Procuratore generale; e poiché, dati alla mano, il Ministro non esercita di fatto mai questo potere, i casi sono due: o il Ministro è colpevolmente negligente, o il Ministro condivide le archiviazioni del Procuratore generale.

Nulla esclude che tra le mille e più segnalazioni che ogni anno cadono nel vuoto, tolte quelle pretestuose e seriali, ve ne siano alcune che meritino maggiore attenzione: ma è proprio il Ministro della giustizia che, nell’interesse di noi cittadini, dovrebbe svolgere il dovuto controllo; e se il circuito rappresentativo avesse ancora un senso, di questa mancata vigilanza dovrebbe essere chiamato a rispondere innanzi al Parlamento anzitutto dalla sua maggioranza politica.

Il Ministro Nordio (15 marzo 2026 su Il sole 24 ore) ha affermato che, fosse per lui, abolirebbe il controllo ministeriale sull’azione disciplinare, e ciò per esaltare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Si potrebbe obiettare, giusto con un eufemismo, che ad oggi non sembra esservi traccia di tale intenzione, la quale peraltro andrebbe discussa nel merito di una proposta legislativa e non in un’intervista. In ogni caso, fintantoché il sistema è quello attualmente in vigore (e su questo punto tale rimarrebbe anche con la vittoria del sì), le responsabilità del Ministro rimangono inalterate.

Resta dunque da comprendere a quale titolo il Ministro della giustizia si lamenti del sistema disciplinare del CSM, senza però essere chiamato – Lui, in prima persona – a risponderne.

link per la consultazione dei dati

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