Oltre il referendum: Costituzione e mitologia securitaria

di Claudio Stefano Tani

Ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli” (Leonardo Sciascia, Fine di un carabiniere a cavallo- Saggi letterari 1955/1989, 2016, p.61). L’imbecillità come categoria della politica. Don Gaetano, custode dell’Eremo di Zafer, confessava di guardare troppo spesso la televisione per potersi dire immune dalla “lebbra dell’imbecillità…Perché, me ne confesso, la contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio” (Leonardo Sciascia, Todo modo, 1974, Adelphi 1995, 21).

La caratteristica dei fascisti, non come seguaci di un partito politico ma come persone immature presenti in tutti gli ambienti sociali, è di non porsi domande su ciò che fanno.  Vale la pena di ricordare che è ancora vigente la XII Disposizione finale della Costituzione che vieta la riorganizzazione “sotto qualsiasi forma” del disciolto partito fascista, ossia in prospettiva storica ogni sua manifestazione, non solo quelle catalogabili con i caratteri lugubri e buffoneschi del ventennio. La Corte costituzionale (sent. 254/1974) scrisse che la XII  Disposizione finale “ha conferito in modo tassativo al legislatore non solo la potestà-dovere di fissare sanzioni penali in casi di violazione del divieto costituzionale di ricostituzione del disciolto partito fascista, ma anche di ricercare il modo e le forme più idonei e più incisivi per la realizzazione della pretesa punitiva, pur nella salvaguardia dei diritti fondamentali che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini, al fine di combattere il più efficacemente e sollecitamente possibile quel pericolo che la citata disposizione, in accordo con l’ispirazione antifascista della nostra Costituzione ha inteso direttamente e imperativamente prevenire. In sostanza la legge, in tutti i suoi aspetti, e quindi anche in quello processuale, si inserisce nel vasto quadro di quelle esigenze politiche e sociali delle quali lo stesso Costituente ha voluto farsi interprete vincolante.. Il vincolo cui si riferiva la Corte riguarda, senza possibilità di equivoci, ogni espressione più o meno camuffata di ricostituzione di un partito fascista.

La storia repubblicana avrebbe insegnato che il fascismo, con la mafia la più grande vergogna dell’Italia, non era stato una parentesi, ma la profonda conseguenza di uno Stato fragile, “borsaiuolo” (L. Sciascia, Todo modo, cit.115). Don Gaetano si rivolge al ministro e al presidente, convenuti per gli annuali esercizi spirituali a Zafer, dove si consuma il noir degli omicidi tra ricatti politici trasversali: “spero non mi darete il dolore di dirmi che lo stato c’è ancoraAlla mia età, e con tutta la fiducia che ho avuto in voi, sarebbe una rivelazione insopportabile. Stavo così tranquillo che non ci fosse più…” (Todo modo, cit.,116).     

La domanda per lo storico e per il giurista è perché sia mancata una seria distinzione tra piano storico e piano politico che rendesse possibile che Resistenza e antifascismo diventassero per tutti elementi costitutivi e non discriminatori della Repubblica. Tentativi seri vi sono stati come il convegno del 1998 sulle leggi fasciste contro gli ebrei indetto da Luciano Violante presso la Camera dei Deputati in collaborazione con gli Istituti per la storia della Resistenza e il Ministero della pubblica istruzione. Ogni tentativo è fallito – forse prevedibilmente si può dire, senza sminuirne il valore e senza recriminazioni inutili – perché per il centro-destra non sono mai state da criticare le diverse interpretazioni della Resistenza, ma doveva essere rimossa la stessa Resistenza come problema politico e presupposto della Repubblica. Bersagliati da ogni specie di revisionismo, facciamo sempre più fatica a combattere le menzogne che in versioni attualizzate, hanno ricominciato a diffondersi nella memoria individuale e collettiva.

Con il mutamento della situazione politica generale, accelerato a partire dagli anni Novanta, il lascito politico e culturale dell’Assemblea costituente ha ceduto al suprematismo di classe e coloniale di un nuovo fascismo, nazionale e internazionale. Si è consolidato il muro di classe e si è consumata la delegittimazione della Costituzione e delle sue idee fondanti umanitarie, evoluzioniste, in parte marxiste, in parte cattoliche e in parte liberali; un processo di erosione che, anche a prescindere dal risultato, comunque importantissimo, del prossimo referendum del 22 – 23 marzo, non si fermerà, solo che si consideri che molti dei contrari alla riforma lo sono soltanto perché è mal congeniata, non per fondamentali ragioni storiche e politiche; il che non lascia presagire nulla di buono.

In tutta la storia italiana la Costituzione è stata il tentativo più serio di guadagnare le classi subalterne non a un modello democratico prefigurato in astratto (anche perché non c’è un “modello” nella storia), ma all’esercizio nuovo per loro della democrazia, che fino ad allora era stata riserva delle élites nobiliari e dell’alta borghesia. Queste ultime, pur negli scontri politici, cetuali e generazionali, forti di un’esperienza e di una cultura politica consolidate nell’esercizio del potere, hanno dimostrato una notevole capacità di  riconversione e adattamento, custodendo integri i propri tratti culturali di base e con essi il proprio potere, anche a danno della media e piccola borghesia che stava dalla loro parte nella solita illusione di riuscire a ricavarne, almeno di rimessa, qualche vantaggio (cfr. Maria Malatesta, Storia di una élite – La nobiltà italiana dal risorgimento agli anni sessanta, Torino, 2022). La sconfitta del fascismo, oltre al concorso tra guerra patriottica, civile e di classe, fu anche l’esito di questa competizione interna alle élites; ma la loro lealtà verso la democrazia costituzionale è sempre stata con riserva, revocabile appena se ne fosse presentata l’occasione e ora nella nuova situazione politica sono tornate al loro tradizionale posto alla destra, anche più estrema, dello schieramento.

Quel che è mancato è la capacità dei tremuli successori delle componenti politiche che fondarono la Repubblica di interpretare i tempi nuovi facendo leva su una Costituzione non solo di principi, ma di energie e mezzi per attuarli e che è stata dissanguata, con la rinuncia apertamente rivendicata o tacita ai mezzi indicati nella prima parte, riguardante i rapporti civili, etico-sociali, economici e politici che servivano per realizzare i fini stabiliti nei principi fondamentali. La legislazione tributaria dal 1983 in poi e la riforma (l. cost. 1/2012) degli articoli 81 e 97 della Costituzione hanno distrutto lo stato sociale.

Il welfare degli anni Settanta e Ottanta (statuto dei lavoratori, legge 160 sulla droga, legge 180 sui manicomi, assestamento ope legis del personale universitario, riforma sanitaria, decentramento politico-amministrativo, equo canone, smilitarizzazione della polizia) e le leggi sui diritti civili (divorzio e interruzione di gravidanza), anche in forza del sistema elettorale allora vigente, furono la continuazione dell’antifascismo politico e l’affermazione del nesso tra democrazia, antifascismo, sviluppo economico e stato sociale (Franco De Felice, Nazione e sviluppo: un nodo non sciolto, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. II, La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri, pp. 783 ss., Einaudi, Torino 1995; Giovanni De Luna, La storia sempre nuova dei quotidiani, in Fascismo e antifascismo, a cura di Enzo Collotti, pp. 445 ss., Laterza, 2000).

Lo “sdoganamento” degli anni Novanta della destra neofascista, nonostante la storia mai veramente ripudiata da cui nasceva, fu salutato come una redenzione, l’attesa svolta dopo una conventio ad escludendum durata troppo a lungo e diede inizio al processo di delegittimazione storico-politica della Costituzione, con l’attacco concentrato, anche con leggi elettorali incostituzionali, al binomio democrazia-sviluppo dello Stato sociale.

La Costituzione era un testo complesso e razionale di principi, di regole e di indicazioni attuative, una mediazione ad altissimo livello tra contrasti politici e ideologici assai aspri, l’unico vero “compromesso storico” mai realizzato, “argine al passato e limite alla politica” (Roberto Bin, Capire la Costituzione).

La Costituzione era un atto pensato da dirigenti politici dotati del dono descritto da Dante attraverso il poeta Stazio che riconosce i propri debiti verso Virgilio, colui che fece “…come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte…” (Purgatorio, XXII, 67-69). Nel 1946 non si trattava di debiti religiosi e di illuminare la scala che porta a Dio e alla Rivelazione; fuor di metafora, in un mondo che doveva rialzarsi dopo la catastrofe di mezzo secolo di generazioni falcidiate in due guerre mondiali, lo scopo dei Costituenti era di rendere le nuove generazioni consapevoli del cammino che le attendeva, preparandole alle nuove esigenze di giustizia, a un nuovo “tempo umano”: “Secol si rinova; torna giustizia e primo tempo umano” (Purgatorio, XXII,70-71).

I classici interrogano la contemporaneità; ora ancora di più, in tempi di guerre che fanno regredire “alla psicologia dei tempi dei Neanderthal”, come scrisse una grande rivoluzionaria, assassinata il 5 gennaio 1919 dalle milizie del Freikorps, i corpi paramilitari anticomunisti reclutati dal ministro socialdemocratico Gustav Noske (Rosa Luxemburg, Lettera del 27 agosto 1917 a Hans Diefenbach da Un ardente desiderio di primavera, Ed. Casagrande, 2025, p. 116).

Tutta la prima parte della Costituzione era la consacrazione delle idee di Rousseau: un arsenale delle libertà (Il contratto sociale), il limite alla trasformazione della proprietà in usurpazione e alla disuguaglianza come mezzo di dominio (Discorso sull’origine della disuguaglianza), l’affermazione che educare significa rispettare l’uomo e il ritmo dello sviluppo, non piegarlo a fini esterni (Emile).

La Costituzione è stata usurpata da scorribande, dalla smodata ambizione di intelligenze minime, perché la complessità descritta da Roberto Bin come “argine al passato e limite alla politica” – in un Paese non allenato alla complessità, ma all’ossequio e all’obbedienza – è nemica delle intelligenze minime, le quali, come avrebbe detto Sciascia, sono più a loro agio nella zona confortevole dell’imbecillità dei luoghi comuni da dove consolidano il loro potere.

Nell’argine al passato si è aperta una breccia sempre più larga. Siamo da troppo tempo in una crisi normativa senza sbocchi, un sistema di regole scritte in modo avventuristico, senza senso di responsabilità, parole senza ragionamento.

Siamo in un sistema che predica legge e ordine, ma persegue il disordine come programma per giustificare le limitazioni della libertà.

È in questo contesto che si voterà nel referendum sulla più pericolosa, per ora, proposta di legge di riforma costituzionale, che tutto si propone, tranne di fare fronte all’inadeguatezza del sistema giudiziario. Il sistema penale non sarà più giusto, né più imparziale e anzi aggraverà la persecuzione dei più deboli per quali il carcere è diventato la forma esclusiva della pena, non un sistema di garanzie fino al termine di un giusto processo, ma un dispositivo disciplinare preventivo e spesso tragico di controllo sociale.

L’ordinamento penale ha aumentato la funzione di disciplinamento e di controllo sociale (Foucault); il sistema giudiziario non è più pensato come garanzia di ordine, ma come un meccanismo di protezione della proprietà (non di quella piccola, che rimane esposta alla violenza legale e sociale), dei privilegi delle classi dominanti, della casta degli alti burocrati e dei politici per i quali non bastando più i privilegi delle immunità di carica si eliminano i reati scomodi. Mentre con i vari decreti sicurezza, che avrebbero dovuto far saltare sulla sedia tutti gli avvocati penalisti, si sono inventati ossessivamente nuovi reati per le classi inferiori, la “plebe odiosa” da emarginare e disconoscere.

Ci dicono che tutte le istituzioni devono andare nella stessa direzione e che i giudici devono rispettare la volontà popolare di cui le variabili maggioranze governative sarebbero espressione; così si nega sia il principio dell’assoggettamento del giudice soltanto alla legge e sia la garanzia di indipendenza, che in uno Stato di diritto realizzano l’unico collegamento possibile tra il giudice – che non è elettivo, non ha un’investitura politica e quindi non è politicamente responsabile – e la sovranità popolare di fronte alla quale non i magistrati, ma soltanto il Parlamento e il Governo sono politicamente responsabili, con il solo dovere di guardare agli interessi generali della comunità e non a quelli particolaristici di partito (art. 67 Cost.). Non è possibile altro rapporto tra giudice e sovranità popolare, cercando nella politica canali di collegamento della magistratura con una presunta volontà popolare, perché sennò si altera la gerarchia di posizioni tra il giudice e la legge e si finisce per stabilire arbitrarie e pericolose forme di responsabilità politica incompatibili con la garanzia di indipendenza di giudici e pubblici ministeri.

La riforma è presentata come uno strumento legale senza apparenti rotture istituzionali, ma in realtà è politicamente distruttiva, perché arriva al culmine di una stagione politica in cui ha trovato sempre più seguito la linea della stretta repressiva, una propaganda efficace di guerra ai diritti, il suicidio della democrazia, in cui governi e parlamenti dell’era securitaria fanno a gara ad emularsi in una competizione in cui sono rifiutati gli strumenti culturali per interrogare la complessità della storia e quindi del presente.

Nella guerra ai diritti non si fanno eccezioni soltanto a favore di politici o imputati eccellenti, ma addirittura eccezioni di “genere”, come la fascistica pretesa di cui al disegno di legge n.1715 in tema di violenza sessuale, a tutto assurdo vantaggio dell’imputato, di imporre alla donna l’onere della prova del dissenso, della volontà contraria al rapporto sessuale dato che, beninteso, è sempre lei che deve essere processata e sentire vergogna. Anche qui il silenzio della maggioranza dei penalisti.

 Con l’art. 3 della Costituzione,  che non riguarda soltanto il minimo di pari dignità e giustizia sociale tra uomini e donne, ma l’assoluta libertà personale e la perfetta uguaglianza nei rapporti, anche come tutela dell’onore e della propria sessualità,  ci eravamo illusi che fosse per sempre rifiutato l’odioso retaggio inconfessabile del fascismo dell’impossibilità che la donna possa sottrarsi all’endiadi madre e/o puttana e del fatto che per il fascismo è scandaloso il riconoscimento del femminile tout court, come educazione sentimentale e “coscienza di una dignità da preservare”, prima ancora di diventare scelta politica che porta a rigettare il fascismo come corpo estraneo. Di questo parlava Lalla Romano nel 1979 nel suo Una giovinezza inventata e ora ci parla Elisa Donzelli nel recente “Inventare la memoria: giovinezza e antifascismo: Lalla Romano, Mario Soldati, Carlo Levi (Marsilio-Saggi/Storia, 2025), un saggio che invita a immaginare, ora nel presente, l’impatto dell’oscurantismo fascista su vite e su corpi non conformi alla sanità e alla virilità littorie.

Primo Levi all’inizio della Tregua racconta che a guerra finita un gruppo di sopravvissuti incontra ad Auschwitz quattro soldati liberatori dell’Armata Rossa, i quali non parlavano, non sorridevano, apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno”, la vergogna per il male commesso da altri. “Era la stessa vergogna a noi ben nota“ (P. Levi, La tregua, Einaudi, 1997, p.4).

In Italia soltanto Luce D’Eramo nel 1979, nel suo capolavoro Deviazioni, renderà con pari intensità il tema della vergogna e della complicità tra vittime e colpevoli nella sua storia di ragazza di buona famiglia fascistissima di un sottosegretario della repubblica di Salò, che si arruola volontaria nei lager nazisti, finisce per toccare il fondo di uno “sviamento” e diventare una vittima che, una volta risalita dall’altra parte, si vergogna di essere sopravvissuta, in un mondo accecato che, con un processo di rimozione collettiva, si illude che ciò che è accaduto non potrà più accadere.

 E’ da poco in libreria una raccolta di saggi di Carlo Ginzburg, scritti tra il 2005 e il 2024, Il vincolo della vergogna – Letture oblique (Adelphi, 2025). In un post scriptum di agosto 2025 al saggio del 2010, “Il vincolo della vergogna” che reca lo stesso titolo della raccolta, Ginzburg scrive di aver pensato a Primo Levi guardando all’oggi, alla criminale risposta del governo israeliano al massacro del 7 ottobre, per dirsi convinto che negli uomini e donne delle comunità palestinesi che non si sono riconosciute nella violenza di Hamas sia sorto il sentimento di vergogna per il massacro. Egli è anche convinto che almeno in una parte della società israeliana e della diaspora ebraica sia presente il senso di vergogna per il massacro impietoso degli inermi che non si ferma e che “le soluzioni che vengono proposte dal governo israeliano sono ripugnanti e alimentano l’antisemitismo, ripugnante sotto qualsiasi forma” (ivi, p. 27).

La ripugnanza suscitata dal governo israeliano alimenta l’antisemitismo di chi non sa distinguere tra uno Stato e un popolo reso complice della criminalità suo governo. Ma tutto il diritto internazionale si fonda sul principio di responsabilità dello Stato, per cui ogni Stato deve rispondere dei suoi crimini e dei suoi obblighi e Israele non fa eccezione perché per il diritto internazionale conta solo quello che fa e non la religione che professa.

Viene in rilievo un altro aspetto dello stesso problema, ossia l’inganno di proposte come quella del disegno di legge n.1722 approvato per ora dal Senato in tema di “Disposizioni di contrasto all’antisemitismo”; una deviante forzatura della Risoluzione del Parlamento europeo  del 1° giugno 2017 in tema di “Lotta all’antisemitismo”, nella misura in cui, prescindendo dalle violazioni commesse da Israele in quanto potenza occupante almeno dal 1967, identifica oggettivamente a priori come antisemite le manifestazioni di dissenso e di critica politica allo Stato israeliano e ogni forma di solidarietà verso i palestinesi.

Non è culturalmente, né moralmente azzardato rilevare che oggi i veri alimentatori che infiammano l’antisemitismo sono, con quello israeliano, gli Stati che sostengono, materialmente o politicamente, una guerra spiegata all’inizio come rappresaglia, ma che si è manifestata subito come la fase finale di un lungo processo, iniziato almeno dal 1948, di metodica distruzione di un’etnia e di una società tra le più colte al mondo. Gaza trasformata in un immenso panottico a cielo aperto. E la stessa fine attende il Libano e la Cisgiordania. Ovunque Israele applica il diritto civile soltanto ai coloni occupanti, mentre per i palestinesi, bambini compresi, applica la legge militare. I risultati sono noti.

Se la riforma costituzionale passerà la prova del referendum e in breve tempo sarà approvato anche dalla Camera lo stesso testo legge sul contrasto all’antisemitismo la domanda è: quale sarà la linea interpretativa che verrà dettata alle Procure della Repubblica nei confronti di ogni manifestazione culturale o politica di difesa dei diritti umani in Palestina? Tutti antisemiti, anzi antigiudaici per definizione da criminalizzare? Quale vita per l’art. 21 della Costituzione, con la repressione di manifestazioni non contro una religione, ma contro uno Stato per quello che fa non per la religione che professa?

Sul versante sociale, il mondo del lavoro è nell’instabilità assoluta, non soltanto nei livelli più bassi e più fragili della piramide economica e più esposti alla violenza sociale e istituzionale. Il sistema giudiziario, ha molte colpe, ma non quella dell’inefficienza e dell’ingiustizia strutturali del sistema economico. Le morti sul lavoro sono sempre più confinate tra le notizie di secondo ordine, come le morti in carcere o nei CPR; tanto, come dice Don Gaetano, “quello che non si sa non esiste”.

Tuttavia “sorvegliare e punire”, appunto, società disciplinare (Foucault) e società del controllo (Deleuze), è l’unica risposta di classe ora a un livello più alto e più esteso sia dei governi di destra e sia di una sempre più disorientata socialdemocrazia che sembra vergognarsi del suo stesso nome. Sono colpiti anche i quadri, da sempre massa di manovra a difesa della proprietà, sotto il controllo a loro volta di manager e avvocati e del loro sempre più opaco e complesso sistema legale, che mette a rischio lo stato di diritto. La produzione legislativa, in tempi di neoliberismo estremo, non serve a dare giustizia, ma a difendere e aumentare la ricchezza di pochi e offrire loro strumenti legali per sottrarsi al controllo di qualsiasi altro potere.

In ogni campo siamo dinnanzi al disastro sociale con molteplici cause; la principale il rifiuto di riconoscere la centralità e la dignità culturale, economica, sociale, ambientale del lavoro per salvare la democrazia. L’altra causa più preoccupante della decadenza, un veleno letale, è la crisi dell’istruzione, del rapporto tra strutture sociali, poteri economici e pratiche educative. L’analfabetismo funzionale della Repubblica fondata sull’ignoranza, con una scuola che non trasmette il dantesco amor di conoscenza e che invece della vita insegna la barbarie aveva ammonito Tullio De Mauro sin dagli anni settanta (Storia linguistica dell’Italia repubblicana, Laterza, 2014 e in un’intervista del 28 marzo 2016 a Filomena Sorrentino, L’analfabetismo italiano e la Repubblica fondata sull’ignoranza, in VNY – La voce di New York – America oggi ); la questione educativa è stata meritoriamente riproposta dalla pubblicazione dei saggi di Cesare Luporini dal 1962 al 1983 in Luporini. Per una pedagogia critica, a cura di Alessandro D’Antone, Scholé, 2025).

La proposta di riforma è un inganno perché non persegue neppure lo sbandierato efficientismo secondo canoni meramente statistici, cioè ad alto rendimento, che data la cronica mancanza di investimenti in uomini e mezzi resterà un miraggio propagandistico; ma ha lo scopo eversivo di annullare per via normativa il valore dell’interpretazione della legge, considerata un’inammissibile interferenza del giudice rispetto al potere politico.

La Costituzione era un argine al passato anche perché lasciava alle spalle il dogma “tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato” e assumeva come fondamento la presenza di valori, elementi e fattori diversi, sociali, politici, culturali, associativi, il riconoscimento e la promozione di tutte le formazioni sociali e politiche di diversa ispirazione ove si svolge la personalità dell’uomo (il cosiddetto pluralismo), fermo restando l’unico limite della citata XII Disposizione finale. La mitologia securitaria ha abbattuto l’argine. Il nuovo autoritarismo, almeno per ora, non ha di mira i principi fondamentali della Costituzione, ma le parti già indebolite dei mezzi per darvi attuazione.

L’enfasi sulla cosiddetta “separazione delle carriere” è maturata in una situazione di costante volgere le spalle alla Costituzione e di progressivo decadimento dello stato di diritto. La matrice politica è di classe, non è una questione di autonomia e di indipendenza di giudici e pubblici ministeri gli uni dagli altri, già garantita dalla diversità delle funzioni e dalle rigide condizioni di passaggio da una all’altra funzione. La separazione istituzionale delle carriere, per i suoi presupposti politici, indebolirà la difesa dei cittadini comuni che incapperanno nel processo penale, perché il pubblico ministero sarà condizionato dalle direttive politiche sulle priorità dei reati da perseguire e su questa base controllato per i risultati raggiunti, in due parole il numero di condanne e per fare questo non vi è bisogno di una formale sottomissione al Governo, perché la subordinazione si realizza da sé.

La bugiarda dichiarazione di guerra alla “lottizzazione” nel Csm – in realtà una guerra al bilanciamento tra le componenti laiche e togate di un organo costituzionale, fissato dall’attuale art 104 della Costituzione –  la divisione del Csm per farne uno apposta per i pubblici ministeri, il rebus irrisolto dell’Alta Corte disciplinare sono questioni gravi che destano un più che fondato allarme per la tenuta dell’impianto costituzionale.

Tuttavia (si parva licet) con la prevalenza di argomentazioni tecniche, pur rilevantissime, ma di non immediata percezione, il cittadino destinatario finale dell’esito della riforma, si è sentito chiamato a schierarsi in una lotta di potere fra la casta dei politici e quella dei magistrati, di cui non ha ben chiara la posta di un gioco con le carte truccate. E potrebbe essere tardi quando si accorgerà dell’inganno di chi gli ha raccontato che con la riforma la giustizia sarebbe stata più giusta, perché sarà il contrario: più lieve per sempre meno e più ingiusta tutti gli altri.

Per dirla chiara siamo di fronte alla sinora più pericolosa proposta di riforma della Costituzione. il cui scopo non è la razionale funzionalità delle istituzioni (ché se così fosse sarebbe sufficiente investire risorse economiche e personale), ma una “normalizzazione” di tipo autoritario già drammaticamente sperimentata in forme diverse ma con scopi sempre uguali. Proprio come avvenne in Europa negli anni trenta, con strumenti legali, progressivamente e senza apparenti rotture istituzionali venne distrutta la democrazia. “I nemici intimi della democrazia” descritti da Tzvetan Todorov, oggi il neo liberismo avido e senza regole, la deriva populista, sono sempre in azione. La riforma è l’esito di un lungo processo di revisionismo contro la Costituzione. E nessuno può chiamarsi fuori.

I variabili posizionamenti individuali di importanti, noti giudici o ex giudici, di avvocati o di accademici e i loro cambiamenti di opinione sono spiegati come manifestazione di spirito critico. Sia lecito dubitare, almeno per alcuni degli argomenti proposti. In un tale contesto il gioco delle parti, ancora una volta, è una variante della sceneggiatura del perenne opportunismo italico.

Ci viene detto che i giudici e i pubblici ministeri non sarebbero indipendenti perché sono colleghi, lavorano nelle stesse sedi, si incontrano e si parlano tutti i giorni. Chiunque abbia un minimo di frequenza delle aule giudiziarie sa bene che anche gli avvocati delle parti – in ispecie quelli professionalmente e quindi anche “politicamente” nel senso oggettivo del termine più autorevoli – hanno con i magistrati relazioni, confronti di opinioni, anche fuori dall’ufficialità delle aule, senza per questo inquinare l’autonomia decisionale, che dipende dall’onestà intellettuale di ognuno e non dall’ubicazione dell’ufficio.

Nelle grida che emergono nello spazio pubblico a favore della riforma costituzionale colpisce soprattutto l’assenza di approfondimento e di collegamento con lo stato reale di una società considerata soltanto come un agglomerato indistinto preda della violenza di invasioni barbariche. Nel mucchio, va da sé, oltre agli immigrati da confinare nei CPR (meglio se oltremare), ci stanno anche i lavoratori che scioperano e a volte fanno i blocchi stradali e ferroviari, i centri sociali rei di una contro-storia culturale, gli studenti e i giovani, sollecitati ad essere “esigenti”; anche loro “plebe odiosa” da disconoscere ed emarginare.

Vi è purtroppo di più. La cronaca nera non è mai stata asservita alla propaganda come di questi tempi. Con il caso Garlasco si è superato scandalosamente ogni limite molto più che per altri crimini relazionali che suscitano forti emozioni, ben oltre il racconto del caso criminale, per mascherare la politica dietro la cronaca. Il caso del pusher di Milano è un altro tassello, ma quando le indagini hanno sepolto la prima versione ed è emerso un caso assai più complesso e torbido la vicenda ha perso ogni evidenza informativa. Con il caso della “famiglia nel bosco” si assiste a una contestazione mediatica indecente, senza alcuna serietà professionale e politica,  dello stato sociale di cui il diritto minorile è parte.

Attenzione ai trucchi della propaganda. Con il referendum non si chiede al cittadino aderire o non aderire a un’idea di organizzazione della giustizia più razionale, ma si chiede molto di più perché questo è solo il fine simulato; quello reale, come da qualche anno, è convincere ad aderire a una politica che individua il nemico nella società nel suo insieme per la diversità che esprime e nella quale le componenti di provenienza delle classi più deboli e più colpite dalla crisi tentano di relazionarsi tra loro.

Uno dei fili che costituiscono la trama dei saggi di Carlo Ginburg è la propaganda intesa come insieme di false notizie. Fake News? Prendere le distanze dal presente (ivi, p. 247 segg.) è il titolo dell’ultimo capitolo. Ginzburg esamina quanto è stato scritto da vari autori: Vladimir Drabovitch, Robert Merton, Aldous Huxley, Gustave Le Bon, Walter Benjamin. La propaganda politica più efficace è quella commerciale perché è basata sull’uso di immagini suggestive a sostegno di “parole senza ragionamento” (Huxley), a volte vere e proprie intimazioni, la volgarizzazione di ogni cosa, dalla religione alle lettere, dalla scienza alle arti. Ma così si fa solo paternalismo, non si scrive la storia, come ha detto lo stesso Ginzburg in una recente intervista (L’Espresso, 23 gennaio 2026). Per soccombere basta guardare la televisione e coltivare come Don Gaetano, che però si divertiva a fingere, il vizio della “contemplazione dell’imbecillità”.

Il titolo dell’opera di Carlo Ginzburg muove dalla scoperta, verificata con amici di altri paesi, che “il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”.

La vergogna (aidos), come ricorda Ginzburg, è inclusa da Aristotele tra le passioni, ma non è una virtù (Etica 1108 a 30-31). La vergogna è anche un sentimento collettivo; spesso è associata alla rassegnazione e di meno alla rabbia, all’indignazione (nemesis); opprime la vittima, mai l’autore del delitto, dell’ingiustizia, il quale, in Italia, tutt’al più si pente guadagnandone dal sacerdote l’assoluzione e dal giudice la mitigazione della pena.  Nella sua complessità la vergogna è a volte un sentimento che induce alla ribellione, a tirare fuori il coraggio di lottare e resistere, di combattere quando l’onore collettivo è ferito.

Ginzburg (cit. p. 19/20) ricorda l’Iliade dove aidos è usato per ispirare coraggio sul campo di battaglia e per rimproverare i guerrieri: “Siate uomini, compagni” dice Nestore  ”e serbate il senso della vergogna/ al cospetto degli altri combattenti e si ricordi ognuno/ dei figli e delle spose e dei beni posseduti e dei genitori / sia chi ancora li ha in vita sia chi li ha perduti./ In nome di essi che sono lontani io qui vi scongiuro/ di resistere intrepidi senza voltarvi indietro  e fuggire” (Iliade, XV, 661-666, a cura di F. Ferrari, Mondadori, p.539).

Ancora una volta fuor di metafora, proviamo la stessa commozione e serbiamo il senso della vergogna non per rassegnarci, ma per combattere e difendere il futuro, difendendo e applicando la Costituzione come ci è stata consegnata nel 1948.

Condividi!

Scopri di più da laCostituzione.info

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Utilizziamo cookie (tecnici, statistici e di profilazione) per consentire e migliorare l’esperienza di navigazione. Proseguendo con la navigazione acconsenti al loro uso in conformità alla nostra cookie policy.  Sei libero di disabilitare i cookie statistici e di profilazione (non quelli tecnici). Abilitandone l’uso, ci aiuti a offrirti una migliore esperienza di navigazione. Cookie policy

Alcuni contenuti non sono disponibili per via delle due preferenze sui cookie!

Questo accade perché la funzionalità/contenuto “%SERVICE_NAME%” impiega cookie che hai scelto di disabilitare. Per porter visualizzare questo contenuto è necessario che tu modifichi le tue preferenze sui cookie: clicca qui per modificare le tue preferenze sui cookie.