L’ Italicum già orfano prima di nascere

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di Salvatore Curreri

Davvero strano il destino dell’Italicum, rimasto ormai orfano ancor prima d’emettere il primo vagito.

Il documento approvato lo scorso 5 novembre dalla commissione sulla legge elettorale, incaricata dalla direzione nazionale del Pd (presieduta dal vicesegretario Guerini, e composta dal presidente Orfini, dai capigruppo Rosato e Zanda e, in rappresentanza della minoranza, Cuperlo), sembra, infatti, mettere una pietra tombale sulla nuova legge elettorale della Camera, ad appena quattro mesi dalla sua entrata in vigore.

Le ragioni di tale svolta sono note e possono essere sintetizzate in tre punti.

Innanzi tutto il sempre più diffuso timore che il secondo turno di ballottaggio favorisca la vittoria del M5S, più in grado, grazie alla sua natura trasversale e antisistema, d’intercettare il consenso degli sconfitti al primo turno. È il c.d. effetto Appendino, dal nome del Sindaco pentastellato di Torino che, meno votata al primo turno, ha sconfitto al secondo il sindaco uscente del centro sinistra grazie all’appoggio di parte degli elettori di centro destra. Sembra quasi che l’assetto tripolare del nostro sistema politico sia improvvisamente apparso nelle amministrative della primavera 2016, quando invece fu proprio per rimediare al suo prorompere nelle politiche del 2013 che l’Italicum venne approvato. Sotto questo profilo, la scelta di modificare l’Italicum pare inopportuna, perché certo non dettata dal “velo d’ignoranza” e in contrasto con la raccomandazione contenuta nel Codice di buona condotta elettorale varato dal Consiglio d’Europa, di non cambiare le regole elettorali nell’anno precedente alle elezioni politiche.

In secondo luogo, non va dimenticato che sull’Italicum pende la spada di Damocle del giudizio (saggiamente rinviato) della Corte costituzionale. Giudizio la cui ammissibilità, pur dopo l’apertura della sentenza n. 1/2014, potrebbe essere dubbia, considerato che talune eccezioni sono state sollevate prima dell’entrata in vigore ed altre ancor prima della sua applicazione. In ogni caso, l’approvazione della riforma potrebbe risolvere il problema, grazie all’introduzione del controllo preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali da parte di almeno un quarto dei deputati o un terzo dei senatori (art. 73.2 riforma Cost.). Il timore delle conseguenze che nuove censure d’incostituzionalità potrebbero avere sul più complessivo spirito riformatore dell’attuale Governo sembra non essere estraneo alla volontà di cambiare subito la legge elettorale.

Ma non c’è dubbio – e veniamo al terzo punto – che l’Italicum sia oggi l’agnello da sacrificare sull’altare della riforma costituzionale, di cui costituisce – inutile negarlo – l’implicito presupposto. Infatti, anche se per ragioni di propaganda i sostenitori del SI tendono a negarlo, è evidente che la legge elettorale è il presupposto perché si creino le condizioni politiche per permettere al governo di avere il sostegno della Camera dei deputati, in cui, se fosse approvata la riforma, si concentrerebbe esclusivamente il rapporto fiduciario.

Da qui l’estremo tentativo del Presidente del Consiglio di cercare di recuperare alla causa della riforma quelle frange di dissenso – interno ed esterno al partito da lui guidato – terrorizzate dall’effetto del famigerato “combinato disposto”.

Alla luce di tali tre motivazioni, il documento approvato propone tre modifiche specifiche su: a) scelta degli eletti; b) premio di coalizione, e non solo di lista; c) turno unico al posto dell’attuale ballottaggio.

Riguardo alla scelta degli eletti, il documento esprime “la preferenza per un sistema di collegi inteso come il più adatto a ricostruire un rapporto di conoscenza e fiducia tra eletti ed elettori”. Inoltre, ma questo il documento non lo dice, l’identificazione del partito con un unico candidato dovrebbe migliorare la qualità delle candidature. Non più, quindi, capilista bloccati, ma nemmeno, come pur si era proposto, estensione generalizzata del voto di preferenza, dato che esso prevedibilmente comporta un aumento dei costi delle campagne elettorali, della competizione infrapartitica e, in talune zone del paese, di casi di inquinamento elettorale da parte delle organizzazioni malavitose.

Per avere maggiori margini di trattativa con gli altri partiti, il documento non specifica se i collegi saranno uninominali (appena 475 nel Mattarellum 2.0 della minoranza Dem; tutti e 618 nella proposta dell’on. Parrini; in entrambi i casi ad essi si aggiungerebbero i 12 eletti nella circoscrizione estero) oppure plurinominali, con ripartizione proporzionale dei seggi tra le liste e loro aggiudicazione ai candidati con le migliori percentuali elettorali, in stile Provincellum.

La differenza tra le due ipotesi non è di poco conto. Nella prima, infatti, in ogni collegio uninominale vi sarebbe comunque un eletto. Che poi questi sia effettivamente espressione del territorio è lecito dubitare appena si ricordino i candidati “paracadutati” in collegi sicuri ai tempi del Mattarellum. Nella seconda ipotesi, invece, giacché la ripartizione dei seggi sarebbe proporzionale e gli eletti verrebbero individuati come detto in base alla migliori percentuali di voti, si potrebbero avere collegi con nessun candidato eletto a fronte di collegi invece che di eletti ne potrebbero avere più di uno.

Parimenti, il documento non chiarisce se, qualunque sarà la natura – uninominale o plurinominale – dei collegi, saranno ancora ammesse le pluricandidature. È noto che la facoltà di candidarsi in più collegi (massimo in 10 dei 100 totali) è stata fortemente voluta dai leaders dei partiti minori che così, presentandosi come capolista bloccati, hanno più chances di essere eletti. Un sistema inviso a più. Ma va ricordato che – paradossalmente – più sono i pluricandidati, più sarebbero gli eletti con le preferenze nei collegi in cui i primi optato di non essere eletti. Qualora si consentissero tali pluricandidature, resterebbe il problema di limitare l’attuale arbitrio dell’eletto nello scegliere il collegio d’elezione, ad esempio obbligandolo ad optare per quello in cui ha ottenuto la migliore percentuale elettorale.

Che siano eletti in collegi uninominali, plurinominali o con le preferenze, rimane aperto a monte il problema di come i partiti scelgano i candidati. In particolare, rimane assente il tema della possibile incentivazione/regolazione delle primarie

Il secondo punto del documento riguarda “la definizione di un premio di governabilità (di lista o di coalizione) che consenta ai cittadini, oltre alla scelta su chi li deve rappresentare, la chiara indicazione su chi avrà la responsabilità di garantire il governo del Paese attraverso il superamento del meccanismo di ballottaggio”.

La prima novità riguarda l’attribuzione del premio di maggioranza non più solo alla lista ma anche alle coalizioni di liste.

Qualora si mantenesse il ballottaggio, andrebbe chiarito se le coalizioni si potrebbero formare già al primo turno oppure anche tra quest’ultimo e il secondo. È evidente, in questa seconda ipotesi, che la lista, nell’intervallo tra il primo e il secondo turno, potrebbe far valere un peso politico maggiore della forza numerica, tanto più quando decisiva ai fini della vittoria al ballottaggio.

Ma la tendenza è non solo, come vedremo, di superare il ballottaggio a favore di un turno unico, ma anche di consentire che ad esso possano partecipare liste sia singole che unite in coalizione. Tali due aspetti non sono necessariamente complementari. Si potrebbe, infatti, aprire al turno unico ma mantenere il premio alla lista (non più ovviamente di maggioranza, per non incappare nelle censure della Corte costituzionale), così come prevedeva la proposta referendaria Segni-Guzzetta. In tal caso, le coalizioni di governo si formerebbero dopo le elezioni.  Invece, ammettendo le coalizioni di liste, il premio elettorale sarebbe di maggioranza, per quanto sia superfluo qui ricordare come in passato tali coalizioni si siano dimostrate buone per vincere, ma pessime per governare.

Nulla inoltre il documento prevede circa il mantenimento dell’attuale soglia di sbarramento del 3% oppure se, come in passato, tali soglie verranno diversamente graduate per premiare i partiti uniti in coalizione.

Ma è il superamento del meccanismo del ballottaggio la vera linea Maginot, oltrepassata la quale l’Italcum perderebbe la sua essenza caratteristica di essere majority assuring, cioè in grado di assicurare comunque un vincitore certo alle elezioni, anche nell’attuale contesto tripolare, evitando così al ricorso a coalizioni più o meno ampie e necessitate (considerata la genetica indisponibilità del M5S ad alleanze di governo).

Il documento varca tale trincea a favore di “un sistema elettorale fondato sull’equilibrio equilibrio tra i due principi della governabilità e della rappresentanza”, cioè i classici due poli entro cui oscilla ogni sistema elettorale. Formula fumosa, quindi, buona per tutte le stagioni, con cui evidentemente non ci si vuole precludere l’esame di nessuna delle diverse proposte di riforma elettorale finora presentate, tutte accomunate dal fatto di favorire ma non in grado di per sé di assicurare una maggioranza parlamentare.

Salvatore Curreri

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