La scissione Pd nata
nel sangue di 101 pugnalate

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di Antonio Ramenghi
Quel che è successo al teatro Vittoria di Roma, domenica 19 febbraio, era già avvenuto in modo assai più clamoroso quando il Pd, per mano dei 101 franchi tiratori, bocciò l’elezione di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica. Se un partito che allora aveva ancora, o diceva di avere, la “vocazione maggioritaria” non è riuscito a stare unito nel momento di eleggere l’uomo che doveva rappresentare la nazione, l’unità della nazione, come si può pensare che potesse restare unito dopo una tale rottura, avvenuta per di più sul nome del suo fondatore?
Cosi il sangue di quelle 101 pugnalate ha continuato a scorrere più o meno sotterraneo da quel giorno. Tamponato via via da apparenti rimarginature nell’illusione di nascondere, prima di tutto a se stessi, la vera natura di quella lacerazione. Che purtroppo si fonda più su questioni di potere e personali che non su profonde divergenze ideali e politiche.
La famosa “ditta” di cui ha sempre parlato Bersani era davvero il nuovo Pd voluto dai fondatori, era davvero la prosecuzione di quella idea nata prima con l’Ulivo, con Prodi e Veltroni, o non era piuttosto il modo di Bersani e di molti ex Pci di ricordare e rivendicare il fatto che quella fusione tra le due forze storiche della democrazia italiana, aveva comunque e sempre un azionista con diritto di veto, un azionista che si pretendeva titolare della golden share sul nuovo partito?
Il Pd ha avuto sin dall’inizio le stimmate della scissione, perché la fusione per molti che vi hanno aderito non è mai stata reale, profonda, con quelle cessioni di sovranità necessarie quando si realizza l’unione tra diversi. Così il sangue delle 101 pugnalate ha continuato a scorrere dopo l’elezione di Mattarella, durante il governo Renzi, nella gestione e nel risultato del referendum del 4 dicembre, e, ancora oggi, con il governo Gentiloni e la imminente scissione.
Mattarella, Renzi, Gentiloni: tutti e tre, guarda caso, estranei alla storia della “ditta” Pci.
Si poteva evitare tutto ciò?
Sì, si poteva e si doveva evitare.
Ma per farlo bisognava che Matteo Renzi, le cui fortune politiche erano arrivate proprio grazie a quel sangue che non cessava di scorrere, fosse consapevole che la sua forza, la sua vittoria, perfino il suo carisma, erano ingigantiti e alimentati da un corpo reso esanime, venivano dalle debolezze degli altri leader estenuati.
Renzi invece, con un “peccato di superbia” gli avrebbero detto in parrocchia, ha voluto affondare in quelle lacerazioni, girare il coltello in quelle piaghe, deciso anche lui a chiudere in modo violento la partita. Con una tattica di gesti e atteggiamenti e ammiccamenti che suonavano come autentiche provocazioni. Poi con scelte politiche via via più inaccettabili per una parte del partito. E sempre più con immotivate accelerazioni. Ha detto Renzi, nel suo intervento al teatro Vittoria, che c’è solo una parola peggiore di scissione, la parola ricatto. Ma che altro è stato, tanto per fare un esempio, forse il più eclatante, l’aver posto la fiducia sulla legge elettorale Italicum? O me la voti o ti prendi la responsabilità di far cadere il governo, cos’altro era se non un ricatto? Un ricatto posto per di più su una legge che mostrava, come poi è stato sentenziato dalla Corte costituzionale, tutti i limiti di incostituzionalità.

I divorzi, così come le unioni, si fanno sempre in due. E così sarà, se così sarà, anche per il Pd: la scissione avrà due attori protagonisti con responsabilità ugualmente condivise, checché ne dicano gli artefici dei due fronti.

Ora si apre una fase quanto mai incerta e pericolosa: a cominciare da quella legge elettorale da rifare e di cui nessuno, dalla sentenza della Corte a oggi, si è dato pena di occuparsi. Neppure quelli che chiedono elezioni subito. Elezioni? E con quale legge? E quale maggioranza voterà in Parlamento una nuova legge elettorale? Anche questo decisivo passaggio si riempie di ulteriori incognite aggravate dalla spaccatura del Pd.

La scissione, come ha detto Veltroni, è un danno per il  partito e per il paese. Un danno con conseguenze non immaginabili e del quale il Pd e gli scissionisti si troveranno presto o tardi a render conto, non solo ai propri iscritti, sempre meno e sempre più sfiduciati, ma soprattutto a quegli elettori che nel Pd avevano creduto e che il Pd hanno votato.

Che Dio ve e ce la mandi buona!

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