Vaccini, un po’ di buon senso da recuperare

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di Gabriele Maestri *
Si può scegliere tra l’articolo 21 e l’articolo 32 della Costituzione? Ha senso farlo? La risposta è scontata: non si può e non ha senso. Il discorso è tanto più valido per un tema delicato come le vaccinazioni, finite di nuovo in prima pagina, anche come oggetto di scontro politico: si mescolano libertà di manifestazione del pensiero, tutela della salute, diritto all’istruzione, pluralismo informativo, correttezza e completezza dell’informazione in ambito sanitario e persino stoccate sul transfughismo (leggasi: cambio di casacca) parlamentare.
In meno di una settimana, di casus belli ne sono spuntati due: vale la pena richiamarli.

13 aprile: il deputato Adriano Zaccagnini convoca una conferenza alla sala stampa della Camera, dal titolo Vaccini: l’altra verità (o Libertà di scelta per vaccinarsi in sicurezza, per la WebTv della Camera). Scopo dell’evento è «promuovere le vaccinazioni in sicurezza – così spiega il parlamentare – attraverso una scelta consapevole e confermando la libertà di scelta»: occorre la “vaccinovigilanza”, con un’informazione puntuale sulle reazioni avverse ai vaccini (e le segnalazioni non devono essere ostacolate), mentre limitare l’accesso alla scuola ai bambini non vaccinati lederebbe «un diritto garantito costituzionalmente».

Ha scatenato la polemica il medico virologo Roberto Burioni: per lui l’evento era una «cassa di risonanza per bugie senza alcuna attendibilità scientifica», organizzato dalla «solita compagnia di antivaccinisti» (etichetta rigettata dagli interessati) e ha chiesto di intervenire alla presidente della Camera Laura Boldrini e al resto del gruppo parlamentare di Zaccagnini. Già, perché lui, eletto col MoVimento 5 Stelle, dalla fine di febbraio appartiene all’ultimo gruppo nato, Articolo Uno – Mdp, dopo un paio d’anni nella compagine di Sel (preceduti e seguiti da mesi nel gruppo misto). Prevedibilmente, alcuni esponenti Pd sono partiti all’attacco di Zaccagnini e dell’intero nuovo partito (frutto della scissione dai dem), tacciato di scarsa credibilità.

17 aprile: «Questa inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, in tema di prevenzione sono probabilmente la scoperta più importante degli ultimi 300 anni», spiega il conduttore di «Report» Sigfrido Ranucci, introducendo il servizio Reazioni avverse. «La legge prevede che il medico, appena venuto a conoscenza, debba informare l’ufficio di farmacovigilanza entro 36 ore. Ma in quanti lo fanno?» Parlano ragazze che lamentano reazioni al vaccino contro il virus del Papilloma umano (Hpv) e non sarebbero state credute o non avrebbero segnalato per rifiuto del medico, clinici non convinti che il vaccino anti-Hpv sia efficace, ricercatori che trovano metalli nei vaccini, accusano di scorrettezze certe case farmaceutiche e di scarsa trasparenza l’Ema, l’Agenzia europea dei medicinali (finanziata pure dalle industrie del farmaco). «Se la farmacovigilanza funziona così – dice il conduttore, che lamenta dati discordanti e una trasparenza disomogenea tra Regioni – come facciamo a sapere con esattezza quanti sono i casi di reazioni avverse?»

Per Ranucci simili episodi alimenterebbero solo le campagne antivaccinali, ma dopo la puntata si è aperto il fuoco incrociato. Medici e ricercatori hanno parlato di grave disinformazione, di paura diffusa «raccontando bugie» o tesi infondate; gran parte della classe politica, con in testa la ministra Beatrice Lorenzin, ha ripetuto lo stesso. E se c’è chi vuol portare il caso in commissione di vigilanza Rai, il suo presidente, Roberto Fico (M5S), ha dichiarato che l’eventuale sospensione di «Report» sarebbe un «atto eversivo inaccettabile», invitando gli italiani a non pagare più il canone (scorporandolo dalla bolletta elettrica?), almeno fino a quando la presidente Rai Monica Maggioni non ha assicurato che nessuno pensa di chiudere il programma.

Come si vede, nella sfera pubblica si è mescolato di tutto. Da anni il tasso di famiglie che rifiutano per i loro figli le vaccinazioni, comprese quelle obbligatorie per legge, è in aumento: qualcuna ha paura degli effetti avversi, qualcuna pensa che certe somministrazioni siano inutili perché le malattie che combattono ormai sono sparite o quasi. Risultato: nel 2015, come già nel 2014, nelle coperture ai 24 mesi di vita nessun vaccino a livello nazionale ha raggiunto la soglia del 95% della popolazione. Si tratta del livello ottimale per proteggere tutti, anche chi non può o non vuole vaccinarsi: gli specialisti parlano di “immunità di gregge”.

Lo Stato italiano crede nei vaccini, lo dimostra spesso. Il 18 febbraio la «Gazzetta Ufficiale» ha pubblicato il Piano nazionale della prevenzione vaccinale 2017-2019: prevede «sanzioni disciplinari o contrattuali» (con la collaborazione di ordini professionali e sindacati) ove gli «operatori sanitari, dipendenti e convenzionati con il SSN» non aderiscano in pieno «alle finalità di tutela della salute collettiva, che si realizzano attraverso i programmi vaccinali»; nel decreto della Presidenza del Consiglio sui nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea), pubblicato un mese dopo, rientrano nuove vaccinazioni gratuite, in una strategia di prevenzione sanitaria di massa. Altri passi non sono stati compiuti: una proposta di legge per rendere obbligatori certi vaccini e vietare l’ammissione alla scuola dell’obbligo ai non vaccinati (come avveniva prima del d.P.R. n. 355/1999) giace da un anno e mezzo in Commissione Affari sociali alla Camera.

Chi sostiene i vaccini si appella all’art. 32 della Costituzione, rivendicando il proprio diritto alla salute, anche come membro della comunità: la Corte costituzionale, con la sentenza n. 132/1992, ha detto che vaccinare i bambini non è a rigore un trattamento sanitario obbligatorio, ma vi si avvicina molto. Chi rifiuta i vaccini, però, invoca lo stesso articolo: se la tutela della salute è innanzitutto autodeterminazione, si deve poter rifiutare un trattamento sanitario, anche se i medici sono di altro avviso. La stessa Consulta, del resto, non ha forse riconosciuto il “danno da vaccino”, qualificandolo come danno “da fatto lecito”, ma sempre da indennizzare (dal 2012 anche per le vaccinazioni “consigliate”)? Se il danno vaccinale è una realtà (tant’è che il legislatore se n’è dovuto occupare), qualcuno, ritenendo che i vaccini non siano per forza efficaci e innocui per chi li riceve, insiste nel voler vedere garantita la libertà di non vaccinarsi e non vaccinare i figli.

Il clima, va riconosciuto, non è dei più distesi. Non aiuta veder circolare tuttora in rete notizie inattendibili o dimostrate del tutto false (a partire dai legami tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo); non aiutano ad alleggerirlo nemmeno gli episodi di corruzione emersi nella sanità italiana negli ultimi decenni (anche «Report» ne ha parlato). Anche per questo, dal Piano nazionale vaccini 2005-2007 (e ancora di più da quello 2010-2012) si è cercato di puntare di più sulla (in)formazione del personale e della popolazione che sulla coattività, pur senza cancellare l’obbligo vaccinale perché il sistema ne avrebbe subito danni gravi.
Varie Regioni hanno raccomandato di non applicare le sanzioni amministrative previste per chi non vaccina i figli o hanno eliminato ipotesi di segnalazione del rifiuto vaccinale alla Procura della Repubblica (si devono comunque informare i responsabili locali della salute pubblica); spesso si è definito un iter che garantisca l’espressione di un dissenso davvero informato e responsabilizzi la famiglia, pur libera di autodeterminarsi. Il Veneto, invece, dieci anni fa ha sospeso per legge l’obbligo vaccinale, tra le perplessità di parte della dottrina, che vede un contrasto coi principi fondamentali sulla tutela della salute: la loro determinazione (pure per la Corte) spetta allo Stato, essendo la tutela della salute una competenza legislativa concorrente.

È giusto avere cura della salute del bambino, affidata alla responsabilità della famiglia (e si è voluto tutelare anche il diritto allo studio dei non vaccinati), ma la salute è pure interesse della collettività: il rifiuto può essere l’eccezione alla regola della vaccinazione, ma l’eccezione funziona solo se funziona la regola, mantenendo i livelli auspicati di copertura vaccinale (anche se l’obbligo non ci fosse più). Quei livelli non sono rispettati ed è difficile parlare di “eccezioni” limitate: ha senso far prevalere la dimensione collettiva del diritto alla salute, se questa è messa a rischio dalle scelte (altrimenti da ritenere legittime) dei singoli.

In questo, l’informazione gioca un ruolo fondamentale. Pensare di sospendere «Report» (come qualunque altro programma) non ha senso, così come pretendere di annullare conferenze stampa; il problema però esiste. Il timore degli operatori sanitari si chiama «effetto Panorama», nome di un programma d’inchiesta della Bbc. Nel 1980, parlando di criteri per stabilire la morte del paziente, segnalò errori clamorosi in tema di accertamento della morte e sollevò dubbi pesanti sul fatto che i donatori di organi fossero sempre realmente morti all’atto dell’espianto: dopo la messa in onda del programma, le donazioni crollarono e ci volle molto tempo per tornare alla situazione di prima.

Il conduttore di «Report» non ha mai sostenuto il rifiuto vaccinale, il servizio riguardava solo un tipo particolare di vaccino e non la sua efficacia, ma il limitato problema delle reazioni avverse; eppure non è da escludere che qualcuno, a fine programma, abbia pensato che «allora tutti i vaccini fanno male, sono una truffa». Una posizione chiaramente contro il buon senso, ma che certamente può fare danni. Bisognava non parlare del tema, coartando la libertà di chi ha prodotto il documentario? Nemmeno questo sarebbe stato di buon senso: nessun farmaco può dirsi privo di effetti collaterali, i pazienti che registrano reazioni avverse esistono e «se anche sono casi rarissimi – come ha detto Ranucci in trasmissione – queste persone non devono sentirsi abbandonate»; allo stesso modo, essendo dovere dei medici segnalare gli effetti avversi, chi si comporta diversamente è giusto che sia segnalato e sanzionato. Come il buon senso suggerirebbe.

Il buon senso, tuttavia, in Costituzione non c’è (e ci mancherebbe soltanto questo). Ci sono invece i due articoli con cui ho aperto questo testo, il 21 e il 32, a tutela della libera manifestazione del pensiero e del diritto alla salute. Eppure è proprio il buon senso che dovrebbe spingere a invocarli e applicarli con cura e prudenza. Si è liberi di parlare di danno da vaccino e di segnalazioni che non devono essere ostacolate, ma non si può pretendere che un titolo allarmante (e molto appariscente) come Vaccini: l’altra verità sia accettabile per tutti (così come certe reazioni di chi sostiene i vaccini, pur comprensibili, obiettivamente, sono apparse sopra le righe). Fare il proprio lavoro di giornalista indipendente è sacrosanto, così come mettere in luce ciò che non va, anche se va contro gli interessi di qualcuno; tuttavia, il confine tra la denuncia della singola stortura e la messa in dubbio di un intero sistema (con le conseguenze e i rischi che comporta) è molto labile e, di nuovo, richiede buon senso. Lo stesso che impone di ricordare che in medicina, pur nel rispetto delle posizioni minoritarie, il «prevalente pensiero» è del tutto favorevole a somministrare i vaccini. Per la salute di tutti, anche di chi non vuole vaccinarsi.

*Dottore  di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate all’Università di Roma “La Sapienza

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