E bravo Presidente!

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di Roberto Bin

Il discorso pronunciato ieri (24 luglio 2017) da Sergio Mattarella alla XII Conferenza degli Ambasciatori ha subito colpito l’attenzione della stampa. La quale però ha colto solo l’aspetto stranamente caustico dell’accenno alle “battute estemporanee al limite della facezia, che non si addicono al dialogo e al confronto internazionali”, con cui responsabili di governo di alcuni paesi europei hanno commentato i problemi dell’immigrazione che l’Italia deve affrontare ogni giorno.

Sì, l’aspetto visibilmente pacioso del nostro Presidente può sembrare in contrasto con questa uscita, che può apparire tanto più “forte” se rapportata all’uditorio superfelpato dei rappresentanti diplomatici. Ma forse non è questo l’aspetto più significativo del discorso del Presidente.

Vi è anzitutto l’orgoglio del Capo dello Stato per i risultati che stanno maturando in Italia, nella “fase di ripresa del Paese” che, “dopo anni di crisi economica e di stagnazione, grazie ad uno sforzo congiunto che ha fatto leva, prima di tutto, sull’impegno e sui sacrifici degli italianiha registrato una graduale inversione di tendenza che si è rafforzata nel tempo e che ha assunto, negli ultimi mesi, un ritmo finalmente più consistente”. Egli ritiene che la diplomazia abbia un ruolo “di grande importanza” nel mettere in sicurezza questo andamento. Come? Facendo recepire “un messaggio chiaro sui numerosi, positivi cambiamenti che si sono prodotti nel nostro Paese, a partire dal percorso di riforme posto in essere e in atto, dalle misure adottate per rendere solido il sistema bancario, nonché dai dati incoraggianti che registriamo nel nostro interscambio, a dimostrazione del valore e della costante vitalità del «Sistema Italia»”. Ma non si tratta soltanto di curare l’immagine: la diplomazia italiana dovrebbe occuparsi “della promozione culturale e dello stile di vita italiano” che è “il naturale elemento di spinta” della promozione del Paese, di cui “cultura nelle sue diverse espressioni, e lingua” sono strumenti fondamentali.

Ma il discorso di Mattarella non si rivolge soltanto ai nostri diplomatici: quello che lui avverte come necessario è “un’accurata riflessione sulle direttrici di base della politica estera dell’Italia”. La prima è la “nostra convinta adesione all’approccio multilaterale”, che si colloca nella cornice di cui “le strutture euro-atlantiche costituiscono un approdo insostituibile”. Il multipolarismo che ci ha fatto uscire dalla Guerra Fredda, “fa sì che il mondo sia divenuto… troppo complesso per ogni Paese singolarmente considerato”. E qui inizia una parte del discorso non più diretto ai nostri diplomatici, ma a quelli stranieri e al Ministro degli esteri francese anche lui presente.

L’Unione europea viene definita una «comunità di destino» in cui è l’interdipendenza il primo parametro con il quale occorre confrontarsi”, lasciando da parte la tentazione di muoversi nell’arena internazionale con l’ottica della “brutale competizione”. Perché “i problemi hanno una dimensione e una natura che travalica le capacità persino dei Paesi economicamente o militarmente più forti”. Qui si innesta l’attacco all’ “antistorico richiamo alla autosufficienza”, in cui il mondo appare come un menù “nel quale poter scegliere, à la carte, le cose che piacciono, scansando quelle che disturbano”. Dice Mattarella: “l’interesse nazionale è sempre, naturalmente, per tutti, un obiettivo al quale tendere. Pensare, tuttavia, che esso coincida con una sorta di angusta chiusura in se stessi è un errore gravido di conseguenze pericolose”.

La ricetta è invece quella dell’impegno negoziale, che ha dato buoni risultati nella governance economica e nella stabilizzazione del sistema bancario, e che ora dovrà essere applicato nella ricerca “di una gestione del fenomeno migratorio di carattere autenticamente comunitario”. È in questo contesto che si ribadisce la gravità del problema, negando che si possa alimentare “l’illusione di poterlo rimuovere”; ed è in questo contesto che viene pronunciata la “invettiva” contro battute e facezie, mentre ciò che serve è “discussione collegiale, seria e responsabile”. Il problema è serio perché l’Italia è la frontiera sud d’Europa, e a ciò “deve corrispondere l’europeizzazione dell’accoglienza di chi ha diritto, ma anche l’europeizzazione dei rimpatri e la predisposizione di canali legali di immigrazione. Si tratta di elementi tutti essenziali, che devono essere inseriti in un quadro comune al livello continentale”.  C’è bisogno di un maggior coordinamento degli aiuti all’Africa, a beneficio del rafforzamento sociale e istituzionale dei diversi paesi. C’è bisogno del rafforzamento della politica europea, uscita indebolita dalla Brexit e un po’ segnata dalle vicende elettorali nei diversi Stati membri. Ma, in particolare, c’è la necessità di “stabilizzazione delle aree di crisi – prima fra tutte la Libia” che “necessita di azioni che travalicano – se si intende dar vita a soluzioni sostenibili nel lungo periodo – la portata di singoli Paesi o di singole alleanze internazionali di «volenterosi»”. Proprio la Libia, come è noto, è al centro di forti contrasti di strategia tra Italia e Francia: il messaggio era senz’altro diretto al Ministro degli esteri francese, presente all’incontro.

Nulla di nuovo, il discorso di Mattarella è un endorsement della linea di politica estera da tempo praticata dal Governo italiano. Né il Capo dello Stato potrebbe muoversi in modo diverso, in una Repubblica parlamentare come la nostra. Però il suo discorso ha qualche elemento di novità, soprattutto rapportato allo “stile” fin qui praticato da Sergio Mattarella. Si tenga presente però che è un po’ nella normalità delle cose che il Presidente della Repubblica passi i primi mesi del suo mandato un po’ a mezza voce, agendo con molta cautela e sottotono. Mattarella è stato eletto da una trentina di mesi o poco meno. Forse il volto della sua presidenza ora inizia a prendere una forma più netta e promettente.

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