Sondaggi infelici: il Ministro per la democrazia diretta e il suo partito riusciranno a capire la lezione?

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di Roberto Bin

 

Tra i molti lussi che il nostro Paese si concede c’è anche quello di avere un Ministro per i Rapporti con il Parlamento e per la Democrazia Diretta. Chi lo ha inventato probabilmente non sapeva bene che compiti fossero istituzionalmente affidati al ministro per i rapporti con il Parlamento (era il ministero di M. Elena Boschi, per intenderci). I compiti del ministero sono ben definiti sin dal 2012: è un ministero “senza portafoglio” (il che significa che non è messo a capo di un ministero, cioè di un ramo della pubblica amministrazione, ma opera come struttura della Presidenza del Consiglio), che ha il compito di seguire i lavori parlamentari, portare la voce del Governo nella programmazione dei lavori delle Camere, presentare gli emendamenti proposti dal Governo, ecc.

Che ci azzecca la cura dei rapporti con la democrazia diretta? Niente, sembra solo uno specchietto per le allodole. È parte del messaggio della nuova maggioranza, e del M5S in particolare, che vorrebbe superare la “vecchia” democrazia rappresentativa e modernizzarla sfruttando la partecipazione on-line dei cittadini.

Ce n’è traccia nel mitico “Programma di Governo”, in cui si dice che la partecipazione diretta dei cittadini alla politica dovrebbe attuarsi rendendo più efficace il referendum abrogativo e introducendo il referendum propositivo, che è – spiegano – “un mezzo volto a trasformare in legge proposte avanzate dai cittadini e votate dagli stessi”.  Per adempiere a questi programmi bisogna però modificare la Costituzione, il ministero c’entra ben poco. Ma lo Statuto del M5S va molto oltre rispetto a questi obiettivi. L’art. 4 dello Statuto organizza già la “democrazia diretta” all’interno del Movimento: perché competono agli iscritti, mediante la consultazione in Rete, alcune decisioni fondamentali come l’elezione del “Capo Politico” e degli altri organi, la scelta dei candidati e l’approvazione del programma politico per tutte le elezioni, la “approvazione delle proposte di legge proposte dagli iscritti”, precisando che “le decisioni rimesse agli iscritti s’intendono approvate qualunque sia il numero di partecipanti al voto”.

Devo confessare che guardo con preoccupazione, se non con orrore, la prospettiva di un Paese di 60 milioni di abitanti affidato al voto con telecomando, cioè a una “democrazia diretta” che si basi su un voto si/no espresso seduti in poltrona. La manipolazione dei quesiti referendari, lo schiacciamento del dibattito pubblico alla semplice scelta si/no, l’incertezza della platea dei votanti, sono tutti fattori che rischiano di mettere il Paese nelle mani dei pochi che manipolano i quesiti e le modalità di voto, uccidendo quello che è il segreto della democrazia, che non è solo il “decidere” (si/no), ma è il dibattere, l’incrociare opinioni diverse e complesse. Una perdita di tempo, senza dubbio – come quasi tutte le cose importanti e belle della vita, in fondo.

Che queste non siano solo le opinioni personali di chi scrive lo dimostra la recente vicenda, davvero umoristica, del sondaggio lanciato su Facebook dal Movimento, in cui si proponeva questo quesito, certo non uno specchiato esempio di neutralità: “Noi pensiamo che i vitalizi siano un privilegio indecente e Roberto Fico si sta impegnando per eliminarli. La casta non è d’accordo e vorrebbe addirittura denunciarlo per questo. Voi da che parte state?”. I volti truci di Cirino Pomicino, D’Alema, Bertinotti e De Mita si contrapponevano all’immagine sorridente di Fico. Un plebiscito che si immaginava vinto con 99.9% dei voti a favore di Fico, ma che invece è stato perso col 62% dei voti a favore della casta. Come mai? Probabilmente perché qualcuno ha organizzato il voto per tirare uno scherzo al Movimento. Con la conseguenza che, non piacendo il voto al Movimento, il sondaggio è stato cancellato con grande rapidità.

Si dice che imparare dai propri errori sia sintomo di intelligenza. Ma i leader del M5S saranno abbastanza intelligenti?

 

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