Succede in Europa: un ex Primo ministro di Francia si candida a Sindaco di Barcellona

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di Angela Cossiri

Manuel Valls, già Primo ministro francese dal 2014 al 2016 durante la presidenza Hollande, ha ufficializzato a fine settembre la sua candidatura a Sindaco di Barcellona. Contestualmente, ha annunciato le sue dimissioni da deputato in Francia, motivando la scelta con ragioni etiche, nel rispetto dei cittadini spagnoli e francesi.

La sua carriera politica sinora si è svolta tutta in Francia: come membro del partito socialista, Valls ha assunto cariche dapprima a livello locale (è stato, tra l’altro, consigliere regionale dell’Île-de-France e sindaco di Èvry) e in seguito a livello nazionale (quale deputato, Ministro dell’Interno e Primo ministro). Nel 2017, ha partecipato alle primarie del partito socialista, vinte poi da Hamon. Dopo questa vicenda, si è allontanato dal partito socialista, sostenendo Macron alle Presidenziali. Alle ultime elezioni politiche è stato un candidato indipendente, ma da parlamentare ha sostenuto la maggioranza.

E’ la prima volta che un politico di primissimo piano in un Paese europeo si candida nelle elezioni amministrative di un altro Stato membro, aspirando ad assumere un ruolo di tutto rilievo: Barcellona (1.600.000 abitanti) è la seconda città più popolosa della Spagna, il secondo maggior centro industriale e finanziario del Paese, capoluogo di una regione decisiva nella contribuzione al PIL nazionale, nonché uno dei porti commerciali più importanti del continente.

La sua biografia racconta che Valls nasce a Barcellona da padre catalano e madre ticinese con doppia cittadinanza italiana e svizzera; risiede sin da giovane in Francia, Paese del quale acquisisce la cittadinanza a vent’anni. Parla catalano, spagnolo, francese e italiano. E pare che ora la sua vita privata lo conduca nuovamente a vivere a Barcellona. La stampa riferisce che Valls ha perso la cittadinanza spagnola, acquisendo quella francese; in Spagna sarebbe dunque uno straniero.

Ma è possibile candidarsi alle elezioni comunali in uno Stato diverso dal proprio?

Nell’Unione europea, la risposta è sì. Dal 1992, con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, i cittadini degli Stati membri acquisiscono automaticamente la cittadinanza europea (ora in forza dell’art. 9 del Trattato sull’Unione europea e dell’art. 20 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea – TFUE) e da essa derivano alcuni diritti. I più significativi sono la libertà di circolare e soggiornare liberamente nel territorio di tutti i Paesi aderenti all’Unione e i diritti di elettorato attivo e passivo nelle elezioni del Parlamento europeo e nelle elezioni comunali nello Stato membro in cui si risiede, alla pari dei cittadini di quest’ultimo Stato (art. 22 TFUE). La direttiva 94/80/CE del Consiglio del 19 dicembre 1994 stabilisce le modalità di esercizio del diritto di voto e di eleggibilità nelle elezioni comunali per i cittadini dell’Unione che risiedono in uno Stato membro di cui non hanno la cittadinanza. Non in tutti i Paesi europei però le condizioni per votare e per candidarsi sono identiche. Ad esempio in alcuni Stati, tra cui l’Italia, per assumere la carica di sindaco e di vicesindaco è richiesta la cittadinanza nazionale.

Per consentire il rispetto delle regole europee, in Spagna nel 1992 fu approvata addirittura un riforma costituzionale che ha riformulato l’art. 13.2, la prima della storia nazionale e tutt’ora una delle poche. Qui non è un caso rarissimo che diventino consiglieri comunali o sindaci di comuni minori cittadini di altri Paesi europei. Una rilevazione dati del 2009, a partire dal Registro degli enti locali del Ministero delle politiche locali, ha rivelato la presenza di 85 consiglieri comunali stranieri e anche di qualche sindaco (britannici, destinati a perdere questa possibilità a seguito della Brexit, ma anche francesi, tedeschi,  italiani, etc.), specie nelle regioni con più stranieri residenti (in particolare la Comunità valenziana e l’Andalusia).

Appurato che Valls si possa legittimamente candidare a sindaco di Barcellona anche in assenza di cittadinanza spagnola, vale la pena riflettere su alcune delle implicazioni di questo episodio dai caratteri inediti, sia per il rilievo nazionale della carica, pur di livello locale, cui Valls ambisce, sia per il suo precedente di politico francese di spicco.

Valls, oltre ad essere un cittadino europeo culturalmente e di diritto, è anche un appassionato europeista che si è molto speso politicamente per la causa europea. Non a caso, da tempo ha espresso una posizione fortemente critica nei confronti dell’indipendentismo catalano, sottolineando l’apertura sul Mediterraneo e la vocazione internazionale della città di Barcellona.

Proprio considerando la sua attenzione per lo sviluppo dell’integrazione europea, questa scelta, innovativa in Europa e maturata in una fase di stallo della sua personale carriera, potrebbe essere letta anche come il  tentativo di un salto di qualità verso una nuova dimensione politica di livello transnazionale.

Per quanto interessa la prospettiva costituzionalistica, in modo imprevisto, attraverso l’esercizio dei diritti elettorali riconosciuti dal Trattato ai cittadini UE, da questa prospettiva si riesce ad intravedere l’embrione di una dimensione politica ultrastatuale. La bocciatura nel febbraio scorso in Parlamento europeo della proposta di destinare parte dei seggi europei rimasti vacanti a seguito della Brexit alla creazione di una circoscrizione transnazionale (proposta fortemente sostenuta da Macron), è l’ultimo di una lunga serie di episodi in cui si è palesata la pervicace resistenza allo sviluppo di una Europa politica. Ma se i freni possono impedire il maturare di una dimensione politica direttamente in ambito sovranazionale, l’integrazione potrebbe trovare altre vie per completarsi, a partire dagli spazi disponibili in ambito nazionale.

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