Guardando a domani

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di Roberto Bin*

Sono giorni tremendi. La vita di ogni giorno è drasticamente cambiata e ci guardiamo attoniti. L’economia sta crollando. Chissà quando tutto tornerà normale? Ma tornerà normale? È proprio questo che vogliamo?

Le epidemie e le altre catastrofi lasciano conseguenze di lungo periodo, non se ne esce senza mutamenti. Quando scoppiano, la gente si fa prendere dal panico e dà il peggio di sé. Fughe di notizie mobilitano reazioni incontrollate, gente che corre a prendere il treno o a comprare generi di prima necessità (pare che sia stata la carta igienica il prodotto più “arrembato”, il che lascia intendere quale futuro si prospettavano gli “arrembanti”). Poi emergono gli aspetti migliori.

Scriveva ieri il corrispondente del Washington Post che l’Italia è sempre stata un laboratorio politico, nel bene e nel male, che annuncia mutamenti che poi si diffondono; è un paese strapieno di regole, ma dove le regole sono spesso ignorate; che spesso fallisce subito quando adotta progetti a lungo termine, ma si risolleva in occasione delle emergenze e ha un istinto per l’improvvisazione che nel nord Europa non si sognano neppure. È tutto vero, così è stato in passato e così spero sarà di nuovo. E qualche sintomo c’è.

In primo luogo, la tenuta istituzionale. Naturalmente è facilissimo criticare il governo per una evidente incertezza nelle cose da fare. Ma non era mai capitato prima, e in fondo il governo ha retto, le cose le sta facendo con molto coraggio, adottando misure di limitazione della libertà di circolazione che non hanno precedenti: ma senza abusare della situazione per sconvolgere l’assetto dei poteri e dei diritti, come sembra che a qualcuno non dispiacerebbe. La stessa idea di un “super-commissario”, avanzata dalle opposizioni, è preoccupante, perché vorrebbe dire sostituire un “tecnico” alla guida politica del paese, un sogno che non dispiace mai alla destra (qualcuno si ricordi – avendo visto film e serie televisive – quanto abbia contato in Inghilterra la tenuta politica di Churchill) e che ci porterebbe dritti dritti a sospendere libertà e tutela dei diritti, a partire dal diritto di cronaca e di critica. Invece il governo ha scelto una strada che a me pare l’unica percorribile e che potrebbe portarci a un paese migliore.

La strada è quella di non bloccarci con regole tassative, divieti netti, la minaccia di controlli asfissianti e di sanzioni esemplari. Gli italiani sono anarchici, si sa, e controllarne 60 milioni sarebbe davvero difficile senza imporre il regime del terrore, lo “stato di eccezione” che significa sospensione della costituzione e delle sue garanzie (che è un altro sogno della destra). Invece queste limitazioni e questi divieti, un po’ generici, un po’ confusi, un po’ elastici possono e dovrebbero servire a far capire agli italiani (che sono anarchici ma non stupidi) che la cosa è seria e devono comportarsi con una certa serietà, anche guardando storto i “furbetti” che non sono pochi. Un certo controllo sociale è affidato all’unico soggetto che lo può esercitare efficacemente, la società. E se la società si assumerà questo compito, l’Italia si risveglierà un paese migliore, con una maggior coscienza civile – quello che a noi è sempre mancato – e ancor più senso di solidarietà – che invece non è mai mancato. Il governo ne dà un buon esempio mettendo in rete (solidarietadigitale.agid.gov.it) informazioni su servizi gratuiti di connessione messi a disposizione da imprese private (operatori telefonici, fornitori on-line, testate giornalistiche, editori ecc.). Ma quello che più conta è la solidarietà tra le persone, che rapidamente porta a superare gli impulsi egoistici dell’arrembaggio ai treni o ai supermagazzini. Come la peste in passato, anche questa imprevista epidemia moderna lascerà i sopravvissuti un po’ migliori: una volta si innalzavano chiese e monumenti votivi per ringraziare la divinità, forse noi ci guarderemo l’un l’altro con uno sguardo più consapevole di aver realizzato quello che temevamo di non riuscire a raggiungere.

Speriamo che non tutto ritorni normale, ché la normalità in fondo non ci piaceva molto. Speriamo che il mercato e le sue vestali – quei santoni che si vantano di essere grandi economisti – non riprendano il potere e la guida delle nostre vite. La stessa Unione europea sembra sul punto di togliersi la camicia di forza tessuta con i fili degli algoritmi. Vi immaginate che bel mondo ci aspetterebbe se ci ritrovassimo in un paese orgoglioso di avercela fatta senza costruire muri (che sta invocando in questi giorni Trump), senza la caccia agli untori (che, dopo i cinesi, ora siamo noi italiani) e con un’Europa che torna a parlare di politica, cioè del nostro futuro?

* Questo articolo è pubblicato in Senza filtro con il titolo Al Coronavirus non serve un super Commissario

 

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