Ma davvero Zagrebelsky vorrebbe abolire le Regioni? O invece il tarlo che lo rode è un altro

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di Enzo Balboni

La lettura del recente articolo di Gustavo Zagrebelsky “La democrazia dell’emergenza” (La Repubblica del 18-11-2020) mi ha lasciato sconcertato. L’assunto principale mi sembra questo: poiché le Regioni sono state governate male sarebbe buona cosa abolirle! (N.B.: il punto esclamativo non è mio, ma dell’Autore). Il tutto in nome e per conto dell’emergenza che farebbe a pugni con la democrazia. Là dove emerge un’emergenza ci vuole un decisore unico e risoluto.

Mi torna in mente un evento politico della fine degli anni ’80, quando in Italia (si diceva) non si riuscivano a fare i parcheggi per le auto nelle città. Si inventò all’uopo un nuovo Ministero per le Aree urbane, affidato all’ex sindaco di Milano Tognoli e questi fece varare, immediatamente, una legge che in nome dell’”emergenza parcheggi” attribuiva pieni poteri allo Stato sottraendoli alle Regioni e ai Comuni, adottando un programma straordinario con una tempistica accelerata. Così, alle normali emergenze dei quattro elementi individuati originariamente da Empedocle (acqua, aria, fuoco e… terremoto) si poté aggiungere la straordinaria emergenza dei parcheggi. Se ne occupò la Corte costituzionale con una sentenza [27 luglio 1989 n. 459] che chi scrive annotò per Le Regioni [“Festina lente”, Le Regioni n.6/1990]. Lo scrittarello piacque al direttore Livio Paladin che non era certamente un difensore delle Regioni… a prescindere.

Si vadano a rileggere quelle amare e realistiche pagine dedicate al tema dell’avvio della riforma regionale (primi dieci anni) contenute in “Per una storia costituzionale dell’Italia repubblicana” [Il Mulino, 2004] là dove l’autore triestino denunciava, come male di fondo, i cattivi trasferimenti di funzioni realizzati nel 1972 e 1977, il mai attuato riordino della amministrazione centrale dello Stato (su cui hanno predicato per decenni Berti, Pastori, Onida, Cammelli e Bin tra gli altri) e la persistente diffidenza della Corte costituzionale.

È certamente vero che non è affatto decollato quel “nuovo modo di governare” auspicato dai regionalisti, o meglio dagli autonomisti, di più sicura fede – a cominciare da Benvenuti e Pototschnig. Ma già il padre Dante, traducendo in volgare la dottrina cristiana, ci ha insegnato che “fede è sostanza di cose sperate, ed argomento delle non parventi”. E cosa potevano fare di più e meglio i giuristi c.d. regionalisti se non suggerire piani, programmi e metodi… possibilmente innovativi e migliorativi di quelli che passavano sotto le fatali insegne dello Stato centrale?

È vero che i Presidenti delle Regioni si sono innalzati a “governatori”, ma questo non l’hanno fatto con un pronunciamiento putschista, ma con la compiaciuta complicità dell’unica classe partitica nazionale.

Vi dice qualcosa il richiamo del vecchio Immanuel al “legno storto dell’umanità”? È con la stessa materia vegetale che si costruiscono i governatori, i deputati e i ministri.

Di chi è la colpa se la Regione nata – riconosce Zagrebelsky – «come progetto di politica vicina ai cittadini, efficiente nell’interpretarne i bisogni e le tradizioni, nemica del centralismo autoritario, palestra di formazione di classi dirigenti nazionali, innovative e programmatrici, fecondatrici di una unità nazionale partecipata» si è dileguata e pressoché inabissata?

Non sarà perché non si è concretizzato il presupposto di una Regione come organismo che si percepisca e sia autonomo, come struttura, funzioni e attività. E tale presupposto non potrebbe essere l’utopica – ma necessaria – “comunità” regionale? C’è, ci sono le comunità regionali e locali pronte a lavorare per dare un senso alle loro, rivendicate, autonomie? Sono saliti alla ribalta coloro che sono disposti a fare i sacrifici indispensabili per portare avanti le proprie scelte e coltivare le loro specifiche identità? Soprattutto sul piano dei “tributi propri”. Ma come si può immaginare una decorosa ed efficace ripartizione di competenze e funzioni tra Stato e Regioni (e autonomie locali) senza aver dato prima attuazione alle chiarissime disposizioni dell’art. 119 Cost., soprattutto il decisivo comma secondo (“stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri”) insieme, ovviamente, alla sacrosanta disposizione solidaristica del terzo comma (che statuisce un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale)?

La Repubblica Federale di Germania può insegnare a tutti, anche nelle modalità di affrontamento e gestione della presente emergenza sanitaria, che la questione principale non è l’immanente e inesorabile diminutio di capacità di agire che deriverebbe dall’attuazione in senso verticale della divisione dei poteri: un’idea che si pone alla base, concettuale ed ideologica, di un ordinamento pluralista anche in senso territoriale e che resta pur sempre elemento qualificativo dello Stato di diritto.

Il difetto, insomma, non sta nella vanga disadatta a dissodare il terreno, ma nei badilanti. Perché coloro che lavorano – mantenendo la metafora – a Palazzo Lombardia, a Santa Lucia, o al Palazzo dei Normanni non sono diversi in meglio e/o in peggio, da quelli alloggiati nei palazzi romani.

E quale sugo si tira da tutto ciò? Cosa insegna ad un innamorato delle autonomie come chi scrive la nota dolente del Maestro Gustavo?

Che, da eccellente retore qual è, egli abbia usato una metonimia, in forza della quale non erano tanto le Regioni – e i cultori dell’autonomia – i suoi bersagli polemici, quanto i piccoli uomini politici del nostro tempo effimero. “Servirebbero” gli statisti; almeno qualcuno. E quando li troveremo? «Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Speriamo». Così si conclude il dialogo tra il Passeggere e il Venditore di almanacchi.

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