Capitol Hill, ovvero della crisi (irreversibile) del sistema presidenziale statunitense?

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di Salvatore Curreri

Aveva ragione Sartori: la forma di governo presidenziale statunitense ha finora funzionato non grazie ma nonostante la sua Costituzione. Essa riproduce in chiave repubblicana quella che i Padri fondatori si erano lasciati alle spalle quasi 250 anni fa (e che però nel frattempo nella madrepatria inglese si era già evoluta in senso parlamentare): la monarchia costituzionale, basata sulla separazione dei poteri tra Sovrano e Parlamento, a sua volta riflesso istituzionale della divisione sociale tra nobiltà e borghesia. Una forma di governo caratterizzata, dunque, non dall’elezione (in)diretta del Presidente (come comunemente si crede) ma dalla separazione tra esecutivo e legislativo, tra Presidente e Congresso, ciascuno dei quali non in grado di revocare anticipatamente l’altro (tranne il caso eccezionale dell’impeachment). Un sistema in cui i poteri, contrapponendosi, si controllano a vicenda, assicurando così quei checks and balances che devono esserci in democrazia.

Tale sistema di governo, però, oggi è esposto ad un duplice opposto rischio: 

a) se Presidente e Congresso sono politicamente concordi il sistema funziona ma la capacità di controllo reciproco si riduce, con ormai netta prevalenza del primo sul secondo per cause interne e internazionali (dal Congressional government all’attuale Presidential government). Se infatti il controllo dipende da scelte politiche, nulla garantisce che queste ultime non finiscano per condizionare il primo. Il che è esattamente quanto accaduto con Trump, con un partito repubblicano alla mercé del Presidente. Per dire: qualcuno sarebbe pronto a giurare che l’elezione di Biden sarebbe stata pacificamente convalidata se il Congresso fosse stato totalmente a maggioranza repubblicana?

b) se invece Presidente e Congresso (o anche una sola delle due camere) divergono politicamente (c.d. divided government) il sistema rischia di entrare in crisi. Ciò è quanto accaduto dal 1948 per ben 32 anni, anche a causa del fatto che negli Stati Uniti le due camere vengono rielette ogni due anni (la Camera dei rappresentanti in toto, il Senato per un terzo).

Tale rischio è stato finora superato grazie a talune particolari condizioni politiche (la cui inesistenza in altri Paesi non a caso ha provocato il rigetto del sistema presidenziale): partiti politici alla stregua di comitati elettorali a servizio dei singoli candidati e per questo, al contrario di quelli europei, deboli, indisciplinati e poco ideologizzati; di conseguenza, parlamentari politicamente autonomi, non soggetti ad una rigida disciplina di partito, sensibili alle concessioni localistiche e alle pressioni delle lobbies pur di essere rieletti (c.d. incumbency factor: negli ultimi 50 anni quasi il 90% dei parlamentari è stato rieletto); infine, e soprattutto, quella che con Mortati potremmo definire la Costituzione materiale degli USA, cioè la condivisione da parte delle forze politiche dominanti di un complesso di valori di fondo, intorno ai quali le varie istituzioni statali sono coordinate, basati sul rispetto di principi, diritti (specie delle minoranze) e regole (scritte e non scritte) in nome del supremo interesse della Repubblica.

Tutto ciò ha permesso la tenuta di un sistema in cui istituzioni separate non condividono il potere ma competono tra loro per condividere il potere (Elia). Era quindi in certo senso inevitabile che la Presidenza Trump, esaltando e con ciò acuendo le profonde fratture di varia natura (sociali, economiche, culturali, razziali, religiose) che ancora caratterizzano la società statunitense, finisse per radicalizzare il conflitto politico, erodendo i fondamenti civici ed etici del sistema di governo statunitense.

Troppi oramai gli effetti della polarizzazione della competizione politica per essere considerati accidentali o passeggeri: lo smodato uso del potere di veto sulle leggi, fino al blocco del bilancio statale (shutdown); il maggiore ricorso del Presidente a decreti ed ordinanze non soggette a ratifica legislativa (qualcosa di molto simile ai nostri DPCM…); la politicizzazione della procedura di messa in stato di accusa (c.d. impeachment), da ultimo promossa contro Trump dalla Camera democratica e respinta dal Senato repubblicano, con forzature in entrambe le decisioni; l’uso partigiano del ritaglio dei collegi elettorali (gerrymandering) e delle stesse regole sul diritto di voto (si veda il documentario Il voto in poche parole su Netflix); il cambiamento delle regole parlamentari in tema di maggioranze a discussione in corso (nuclear option), peraltro per permettere la conferma delle nomine presidenziali dei giudici della Corte suprema (altra istituzione politicizzata).

L’assalto a Capitol Hill è l’ultima, estrema conseguenza di questo processo. Esso costituisce la drammatica riprova di come l’elezione dell’avversario politico alla Presidenza non venga più percepita come frutto della fisiologica alternanza al potere ma come una radicale minaccia all’esistenza stessa degli Stati Uniti (o almeno all’idea che di essi si ha), come tale da evitare ad ogni costo e con ogni mezzo. Lo stesso aumento della percentuale dei votanti nelle ultime elezioni presidenziali, di solito invece bassa (il 3 novembre ha votato il 66,7%, l’11% in più rispetto al 2016), dimostra quanto la carica in palio venga percepita come essenziale ai fini del destino del Paese.

Siamo quindi dinanzi alla crisi di un sistema di governo che ha dimostrato di non aver gli anticorpi istituzionali per difendersi da un Presidente che abusa dei suoi poteri e dalle tentazioni tiranniche della sua maggioranza. Il fatto che Trump possa venire ora rimosso o messo sotto inchiesta non può far dimenticare che la sua offensiva potrebbe essere respinta per le scelte politiche dei parlamentari e non perché le regole siano al riparo dal potere politico

Come ha ben scritto Tim Wu sul New York Times, a salvare gli Stati Uniti da Trump non sono stati i checks and balances previsti dalla Costituzione: né il potere giudiziario, troppo lento ad attivarsi, né il Congresso, ed in specie il Senato da lui controllato. Piuttosto ha funzionato la Unwritten Constitution, cioè quelle prassi ispirate a virtù civiche che hanno fatto dire NO al Presidente che chiedeva ora l’apertura di un’inchiesta contro la famiglia Biden, ora l’uso dell’esercito per reprimere il movimento Black lives matter ora, da ultimo, l’alterazione del risultato elettorale.

Per questo, anche per questo, è illusorio credere che i problemi politico-istituzionali acuiti da Trump siano destinati ad essere superati dopo la sua uscita di scena. I 74 milioni di voti ricevuti non possono essere archiviati come un incidente di percorso, come nemmeno possono essere dimenticate le terribili immagini di Capitol Hill e i mille dubbi ancora irrisolti su quanto accaduto. Come nella famosa scena finale de Il Caimano, Trump lascia alle sue spalle macerie istituzionali e lacerazioni politiche e sociali che per Biden non sarà per niente facile ricucire, se non paradossalmente al prezzo di dover rinunciare a parte del suo programma politico. Esse rischiano alla lunga di minare la democrazia statunitense se non si deciderà a riformarla profondamente, introducendovi maggiori garanzie meno condizionate dal potere politico.

Una indicazione che dovrebbe interessare anche le democrazie parlamentari occidentali, ugualmente esposte alle minacce antisistema delle forze politiche sovraniste e nazionaliste, e che – anche alla luce delle imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni dei loro leader nostrani su Trump – dovrebbe far riflettere quanti vogliono mettere in sicurezza le istituzioni democratiche dagli abusi di potere delle maggioranze parlamentari di turno, attuali e future.

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2 commenti su “Capitol Hill, ovvero della crisi (irreversibile) del sistema presidenziale statunitense?

  1. Perfetto,chiarissima lettura del “tentato golpe” di Trump,sia dal punto di vista storico che politico.Complimenti Professore!
    Mario Sacco

  2. Condvido l’analisi del sistema costituzionale americano proposta dal prof. Curreri che rinvio al giudizio di Giovanni Sartori. Aggiungerei due considerazioni, spero non troppo scollegate: il sistema federale americano era inizialmente talmente ambiguo che qualcuno aveva previsto sin dalla fine del 700, in piena polemica anti-federalista dei Giacobini contro i Girondini, che prima o poi avrebbe condotto inevitabilmente a una guerra fra autorità federale e federate. Questa ambiguità è stata risolta attraverso una sanguinosa guerra civile: prevale il potere federale, nel rispetto delle garanzie costituzionali. La seconda osservazione è legata alla prima: spessa si invoca la struttura federale per giustificare la procedura elettorale del presidente attraverso il collegio elettorale. Questo è un errore: il sistema che permette ai singoli stati di dare tutti i voti dei loro grandi elettori allo stesso candidato non garantisce affatto i piccoli stati, elemento caratteristico delle costituzioni federali (cf Senato US e Consiglio degli Stati e doppia maggioranza nel referendum in CH), ma crea un vantaggio casuale (random bias) a favore degli swing states dove si concentra la campagna elettorale e si decide l’elezione. Il collegio elettorale non solo fa prevalere la scelta degli elettori (tutti e grandi) degli stati su quella degli elettori americani (garanzia federale), ma crea una distorsione casuale che non è né federale né democratica. Terza e ultima osservazione più generale: conviene rileggere gli scritti di Giovanni Sartori in materia elettorale, non tanto per le sue preferenze politiche per un sistema piuttosto che per un altro, ma piuttosto per la sua capacità di distinguere l’analisi politica (efficienza del governo democratico) dall’analisi giuridica (diritti degli elettori, candidati e eletti). Il politologo s’interessa soprattutto a quello, mentre questo dovrebbe essere studiato (anche nella sua articolazione con quello) e difeso come essenziale e fino a un certo punto come prevalente dai giuspubblicisti.

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