Tra green pass e norme Ue non c’è contrasto

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di Alessandro Gigliotti

Circola con forza, in questi ultimi giorni, la tesi secondo cui il noto green pass, la Certificazione verde COVID-19 rilasciata dal Ministero della Salute, sarebbe illegittimo per palese e macroscopica violazione di norme dell’ordinamento dell’Unione europ… in particolare del recente Regolamento (UE) 2021/953 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2021 che disciplina le certificazioni a livello europeo. Altre tesi, anch’esse molto diffuse soprattutto nell’ambito dei social media, sostengono inoltre che il green pass non sarebbe obbligatorio e che pertanto i titolari di attività commerciali – in particolare i ristoratori – non sarebbero tenuti a richiedere ai loro clienti di esibirlo.

Le tesi suesposte, talvolta proposte come verità pressoché assolute ed incontrovertibili, non sono però fondate.

Occorre premettere, a scanso di equivoci, che chi scrive non intende sostenere in alcun modo l’assoluta legittimità costituzionale del green pass, o per meglio dire non intende escludere a priori che nell’attuale quadro normativo si possano ravvisare profili di incostituzionalità. Né tanto meno vuole esprime valutazioni in ordine alla sua opportunità, cosa che spetta ai decisori pubblici, sulla base delle indicazioni che pervengono dalle autorità sanitarie, le uniche in grado di valutare gli aspetti epidemiologici di ogni singola misura atta a contrastare l’emergenza in corso.

Obiettivo del seguente scritto è, semmai, dimostrare che alcune tesi in ordine ad una presunta incompatibilità tra diritto interno e diritto Ue non sono fondate.

Orbene, è opportuno anzitutto chiarire un primo aspetto: i green pass e le restrizioni disposte per i soggetti che ne sono sprovvisti sono due cose ben distinte, per quanto correlate.

Il cd. green pass è attualmente disciplinato ai sensi dell’art. 9 del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, il quale lo definisce come documento che comprova «lo stato di avvenuta vaccinazione contro il SARS-CoV-2 o guarigione dall’infezione da SARS-CoV-2, ovvero l’effettuazione di un test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo al virus SARS-CoV-2”. È quindi un documento, cartaceo o digitale, rilasciato dalle autorità sanitarie ai soggetti i quali: 1) abbiano completato il percorso vaccinale contro il virus SARS-CoV-2; 2) siano guariti dall’infezione causata dal medesimo virus; 3) abbiano effettuato un test molecolare o antigenico con esito negativo in ordine all’infezione dal richiamato virus.

Le restrizioni disposte per i soggetti sprovvisti di Certificazione verde sono invece successive e, nel dettaglio, sono state introdotte attraverso l’art. 3 del decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105, attualmente all’esame della Camera dei deputati per la conversione in legge. L’art. 3 ha novellato il già citato decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, introducendo un nuovo art. 9-bis, il quale dispone che, a decorrere dal 6 agosto 2021, nelle zone bianche l’accesso a determinati servizi ed attività è consentito esclusivamente ai soggetti muniti delle Certificazioni verdi: si tratta, tra l’altro, di servizi di ristorazione al chiuso, spettacoli aperti al pubblico, musei e mostre, piscine e palestre, sagre e ferie, convegni e congressi, centri termali, centri culturali e sociali, sale gioco e concorsi pubblici.

L’art. 9-bis, peraltro, precisa espressamente che le restrizioni non si applicano né ai soggetti esclusi per età dalla campagna vaccinale – al momento, i soggetti minori di 12 anni – né a coloro i quali siano esenti dalla medesima campagna vaccinale sulla base di idonea certificazione medica. In sostanza, le restrizioni si applicano solo ai soggetti che sono in condizione di vaccinarsi e non anche a coloro che, per le ragioni di cui si è detto, non sono coinvolti dalla campagna vaccinale e, pertanto, non hanno modo di ottenere il green pass (salvo sottoporsi a test molecolare o antigenico o essere guariti dall’infezione).

La necessità di mettere l’accento sulla distinzione tra Certificazioni verdi e restrizioni, apparentemente irrilevante se non addirittura bizantina, apparirà chiara tra un momento. Una delle tesi sostenute da coloro che lamentano l’illegittimità del green pass, infatti, si basa su una disposizione recentemente introdotta dal decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105, che modifica il comma 8 dell’art. 9 del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, al fine di precisare che «le disposizioni dei commi da 1 a 8 continuano ad applicarsi ove compatibili con i regolamenti (UE) 2021/953 e 2021/954». Da qui la conclusione secondo cui il green pass sarebbe incompatibile con il regolamento (UE) 2021/953 e quindi illegittimo, tenuto conto del considerando n. 36 il quale recita nel seguente modo: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate. Pertanto il possesso di un certificato di vaccinazione, o di un certificato di vaccinazione che attesti l’uso di uno specifico vaccino anti COVID-19, non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione o per l’utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri quali linee aeree, treni, pullman, traghetti o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati».

La tesi sarebbe in sostanza questa: dal momento che il green pass si applica solo ove compatibile con il regolamento UE, e dal momento che detto regolamento prevede espressamente che non si possano fare discriminazioni nei confronti dei soggetti che hanno scelto di non vaccinarsi, ecco che il pass si rivelerebbe non obbligatorio o addirittura illegittimo.

Tuttavia, il sillogismo non regge. Anzitutto, per il semplice fatto che la disposizione normativa secondo cui «le disposizioni dei commi da 1 a 8 continuano ad applicarsi ove compatibili con i regolamenti (UE) 2021/953 e 2021/954» si riferisce ai primi otto commi dell’art. 9 del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52. Si riferisce cioè alle disposizioni normative che disciplinano le Certificazioni verdi (art. 9) e non già a quelle che prevedono restrizioni nei confronti di chi non ne sia in possesso (art. 9-bis). La distinzione è dirimente.

Pertanto, sono le norme che attualmente dispongono a quali soggetti possa essere conferito il green pass, nonché la durata della certificazione (9 mesi per i vaccinati, 6 mesi per i guariti e 48 ore per chi si è sottoposto a tampone) e l’equivalenza con le analoghe certificazioni rilasciante da Stati Ue o extra-Ue ad essere applicabili solo ove compatibili con le disposizioni contenute nel citato Regolamento (UE) 2021/953, che detta norme in tema di rilascio, verifica ed accettazione dei Certificati COVID-19 al fine di agevolare la libera circolazione da parte dei loro titolari, nonché nel coevo Regolamento (UE) 2021/954, che dispone l’applicazione delle norme sulle Certificazioni anche ai cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti o residenti nel territorio degli Stati membri. Non le norme in tema di restrizioni all’accesso a servizi o attività.

In secondo luogo, il sillogismo si rileva fallace ove sin consideri che il divieto di discriminazione, di cui al “considerando” n. 36, si riferisce agli spostamenti tra Paesi europei e non a quelli all’interno dei medesimi, in quanto l’obiettivo è tutelare la libera circolazione dei cittadini in ambito europeo e non già, come si potrebbe erroneamente pensare, all’interno dei territori dei singoli Stati.

Il testo del “considerando”, chiamato impropriamente in causa, richiama peraltro il solo certificato di vaccinazione – e non anche quelli di guarigione e di test – e precisa che questo «non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione o per l’utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri». In sostanza, gli Stati membri non devono – rectius, non dovrebbero – fare in modo che il certificato di vaccinazione costituisca condizione per circolare tra gli Stati europei o per utilizzare i mezzi di trasporto transfrontalieri. Nulla a che vedere, come si può notare, con le restrizioni disposte dal recente decreto-legge.

A quanto detto si aggiunga inoltre che l’art. 11 del Regolamento (UE) 2021/953 precisa che resta «salva la competenza degli Stati membri di imporre restrizioni per motivi di salute pubblica» e prevede che, qualora gli Stati accettino le Certificazioni verdi, non debbano imporre ulteriori restrizioni alla libera circolazione, quali ulteriori test, quarantena o isolamento, che non siano necessarie e proporzionate al fine di tutelare la salute pubblica. Il che significa che, ove le condizioni peggiorassero, anche i cittadini europei dotati di certificazioni potrebbero essere soggetti ad ulteriori restrizioni.

Inoltre, il medesimo art. 11 prevede che, qualora uno Stato membro imponga ai titolari di Certificazioni verdi di sottoporsi a test, quarantena o isolamento dopo l’ingresso nel suo territorio, o qualora imponga altre restrizioni ai titolari delle certificazioni perché, per esempio, la situazione epidemiologica è peggiorata, lo Stato stesso debba informare la Commissione e gli altri Stati membri, se possibile 48 ore prima dell’introduzione di tali nuove restrizioni. Insomma, le restrizioni non soltanto non sono vietate, ma sono addirittura consentite.

In definitiva, chi sostiene che il green pass non sia obbligatorio o addirittura che sia illegittimo per contrasto con le norme Ue giunge a conclusioni inesatte.

Quanto al primo aspetto, sebbene il pass non sia effettivamente obbligatorio in senso assoluto, va evidenziato che esso è obbligatorio per accedere a musei, palestre, ristoranti al chiuso e via dicendo, salvo nel caso di soggetti esclusi, per ragioni mediche o di età, dalla campagna vaccinale.

Quanto al secondo, occorre osservare che la presunta illegittimità – delle restrizioni, più che del pass in quanto tale – viene dedotta da una disposizione che si riferisce alle modalità di concessione del pass e non alle restrizioni per chi ne è sprovvisto, nonché da una disposizione del regolamento (UE) 2021/953, contenuta in un “considerando”, che si riferisce agli spostamenti transnazionali e non a quelli interni al territorio di un singolo Stato. Con il che non si vuole asserire, come già detto, che le restrizioni disposte dal recente decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105, siano senza ombra di dubbio conformi al quadro costituzionale, ma semplicemente che i profili di incostituzionalità di cui si parla insistentemente, e di cui si è parlato in questo articolo, non sono fondati.

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6 commenti su “Tra green pass e norme Ue non c’è contrasto

  1. Studiato male, mi dispiace per lei, ma la devo sonoramente bocciare. Si ripresenti più in là e ristudi bene il Regolamento. Chissà perché tutti i saccenti pro lasciapassare ignorano il considerando fondamentale per attestare l’ illegittimità del decreto italico, che non è il 36.

  2. L’art.32 della Costituzione ne stabilisce libertà di scelta terapeutica sanitaria. Quindi, è vero che le leggi si possono interpretare, ma appare chiaro che vi è un tentativo estremo di prevaricazione costituzionale attraverso l’imposizione di un regolamento europeo che non può essere interpretato ma, anche, che lo stesso regolamento 953 non può in alcun modo sostituirsi allo stesso articolo Costituzionale annullando completamente lo stesso. Libertà e democrazia sono fondamentali per la vita e, questi, vanno obbligatoriamente applicati dal legislatore.

    • Signor Francesco, se non erro l’art. 32 della Costituzione prevede che per motivi sanitari ed interesse collettivo, mediante l’approvazione di una legge ad hoc, possa imporre un obbligo, nel nostro caso trattasi di obbligo vaccinale.
      Mi sembra anche che un DPCM non sia una legge e nemmeno un DL, ma un decreto che è valido in quanto si è in regime di “emergenza”.
      Mi chiedo spesso: cos’è che impedisce al Governo di presentare in Parlamento un DdL o DL che imponga questo obbligo?
      Non sarà che nessuna delle nostre forze politiche, ne tantomeno il Governo si vogliono prendere la responsabilità di questa decisione?
      Da ciò se ne deduce che il Green Pass non sia, come detto una semplice attestazione di termine ciclo vaccinale, ma l’applicazione burocratica di un obbligo non sancito.
      Ma se questa applicazione burocratica limita le libertà del singolo cittadino e non si è in presenza di un obbligo legislativo forte è il sospetto che questa decretazione governativa sia anticostituzionale.
      Questo non è un sillogismo, ma semplice constatazione deduttiva.

  3. Si deve quindi intendere, secondo l’interpretazione data nell’articolo, che la mobilità all’interno di uno stato membro può essere limitata mentre si stigmatizza il diritto di mobilità a livello europeo di chi ha deciso di non vaccinarsi solo nell’atto di passare da uno stato all’altro? Ovvero, come cittadino europeo mi si garantisce il diritto a non vaccinarmi per usufruire della mia mobilità tra stati, diritto non riconosciuto come cittadino italiano nel circolare liberamente?

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