C’è da riflettere

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di Glauco Nori

Quello che sta succedendo non solo in Italia, e che probabilmente continuerà, induce a domandarsi se si possa ancora fare affidamento sugli  strumenti disponibili. Vale anche per la Costituzione che, destinata a durare nel tempo, può sostenere aggiornamenti, insufficienti quando, per il cambiamento delle condizioni di fondo, diventa necessario rivederne la struttura.

Uno dei caratteri di quella italiana è la democraticità che può assumere forme diverse secondo la situazione complessiva del Paese interessato. I Costituenti italiani, per l’esperienza esaurita da poco, si sono preoccupati di evitare che poteri accentrati, senza controlli o contrappesi adeguati,  potessero portare verso un nuovo sistema autoritario. I prevedibili rallentamenti nei procedimenti decisionali sono stati considerati accettabili dato il rischio che consentivano di evitare. La prudenza è arrivata a far adottare la qualifica di Presidente del Consiglio dei ministri, inteso come primus inter pares,  e non di Capo del Governo, senza nemmeno richiedere di essere membro del Parlamento.

Al Presidente della Repubblica sono stati dati poteri di orientamento del Parlamento e del Governo la cui efficacia, come era prevedibile, è rimasta legata alla personalità di chi li esercita. Il potere, più incisivo, di scioglimento della Camere è stato previsto, e poi esercitato, come strumento non di politica personale, ma come rimedio alla difficoltà delle Camere a svolgere le loro funzioni.

Al centro della vita politica sono stati messi i partiti, associazioni di natura privata che concorrono alla determinazione della politica nazionale con metodo democratico. È attraverso i partiti che i cittadini orientano la politica nazionale secondo il metodo democratico adottato.  Per evitare conflitti lo stesso  metodo non è stato richiesto per la loro vita interna perché l’organizzazione di alcuni sarebbe stata incompatibile. Non sono state date nemmeno indicazioni a proposito della legge elettorale per consentire di adattarla alle esigenze del momento. Si è solo richiesto che garantisse la democraticità. I partiti hanno così assunto la funzione di  formazioni intermedie.

Oggi, per riconoscimento pressoché generale, i partiti sono in crisi, almeno nella conformazione delineata dalla Costituzione. Quali conseguenze questo possa avere sul sistema costituzionale complessivo non sembra, almeno per il momento, che interessi molto gli ambienti responsabili, forse per evitare di domandarsi quali ne siano state le cause.

La loro vita associativa è quasi scomparsa, Le sedi, un tempo numerose nel territorio, si sono ormai ridotte a poco più che indirizzi. Sono frequentate prevalentemente da dirigenti e da pochissimi iscritti o simpatizzanti, spesso stimolati dall’interesse alla dirigenza. Il dibattito, inteso come occasione di informazione, prima. e formazione, poi, ormai non c’è più e questo non perché la formazione non  sia considerata più necessaria, ma perché si pensa di poterci arrivare, prima e meglio, per vie diverse.

Internet e la sua strumentazione hanno provocato quella che è stata definita una rivoluzione, accolta con entusiasmo. Probabilmente la positività della prospettiva non ha indotto a domandarsi con la stessa rapidità quali conseguenze si sarebbero potute produrre nella vita pubblica.

Potersi inserire senza intermediazioni in quella che, non a caso, è stata chiamata “la rete” e poterlo fare con strumenti che operano quasi alla velocità della luce, ha fatto pensare di essere in grado di assumere direttamente tutte le informazioni necessarie, scegliendo tra le molte disponibili anche in materie poco conosciute.

Le convinzioni personali si sono cominciate a formare in via verticale e parallela, ognuno per proprio conto, attingendo direttamente dal “cloud”, È restata superata la c.d. fase orizzontale, quella associativa, nella quale, in presenza e in condizione di sostanziale parità, si raggiungevano posizioni comuni.

Non è certo che si possa parlare ancora di opinione pubblica, che presuppone, nel suo senso tradizionale, una uniformità non solo delle posizioni, ma anche dei motivi che le sostengono. Potrebbe probabilmente essere meglio classificata come opinione parallela, per indicare che alla posizione complessiva, formata da tante opinioni individuali autonome, non sempre corrisponde l’omogeneità delle motivazioni.

Nel momento collegiale ognuna delle posizioni, messe a confronto, hanno avuto una personalità di riferimento che partecipava ad una struttura di vertice, anche essa collegiale, che esprimeva il segretario del partito. Venuta meno la fase collegiale, i partiti sono finiti in  buona parte nelle mani di chi, con più rapidità e scaltrezza, è riuscito a occupare il vertice.

Alcuni segnali, anche se apparentemente di poco conto, confermano il cambiamento. “Io” ha sostituito la forma impersonale: protagonista è il singolo e non  una formazione  di più persone. Il verbo è sempre all’indicativo, il modo della certezza; il condizionale è fuori moda perché il dubbio va escluso già in via di principio. Le tesi avversarie non sono più criticate argomentando, ma vanno messe da parte solo perché dell’avversario.

Alle formazioni associative, portate al dibattito, si sono così sostituiti raggruppamenti di opinioni indipendenti fondate su informazioni di provenienze varie, condotti da chi, per la sua capacità di polemica e di suggestione, riesce ad imporre le sue tesi nella scena pubblica.

Che i partiti, come sono stati visti dai Costituenti, abbiano poco a che fare con quelli di oggi, dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere evidente. Se la struttura democratica dello Stato è stata disegnata intorno ad essi, appunto come organi intermedi, qualche verifica sarebbe opportuna. Come si è premesso, le forme di attuazione della democrazia sono diverse. Non può escludersi, senza dimostrarlo, che la trasformazione dei partiti, oggi in mano a leader attraverso il cui nome sono anche individuati, non richieda un aggiornamento della struttura dello Stato.

La collegialità nei partiti ha consentito l’emergere di diversi punti di vista, da coordinare in un orientamento unitario, nei quali hanno potuto trovare una tutela sufficiente tutti gli interessi coinvolti. Oggi da coordinare restano in pratica solo le posizioni dei leader, sostenuti da un consenso spesso fondato su enunciazioni di principio e programmi senza indicazione dei tempi e dei modi per attuarli. Si sta scivolando, in pratica, verso un sistema a struttura oligarchica su base consensuale, che è cosa diversa dalla democrazia, intesa in senso tradizionale.

Per riportare il sistema, quale si è venuto a creare, su una base democratica aggiornata, sarebbe il caso che si cominciasse a porre il problema per non arrivare in ritardo. Un allarme sta venendo da alcuni Paesi dell’Unione che hanno definito illiberale la loro democrazia, dando per presupposto, non da dimostrare, che democrazia e illiberalità siano compatibili.   

In Italia si dovrebbe sentire come ulteriore motivo di urgenza la presenza di una criminalità organizzata, radicata da tempo tanto da essersi estesa in diversi altri Paesi. Anche se non  costituisse un ostacolo alla predisposizione degli strumenti normativi, lo sarebbe per la loro attuazione quando fossero coinvolti poteri economici, spesso mimetizzati sotto interessi legittimi.

Non è certo che i partiti, come sono oggi, siano ancora i più adatti a fare argine; i loro leader potrebbero avere difficoltà anche ad individuare i veri avversari per le capacità diversive che questi hanno.    

Sarebbe forse il tempo di domandarsi se il rapporto attuale tra Stato e Regioni consenta di risolvere le difficoltà che sono ben diverse da quando è stato modificato il Titolo V. Prima ancora, se possano essere mantenute le autonomie speciali, attribuite nel 1948, per ragioni anche esse superate da tempo. Non dovrebbe essere considerato un caso che l’autonomia più spinta sia della Regione nella quale è nata e si è sviluppata la criminalità.  Non se ne parla, ma il problema c’è.

Se le condizioni lo consentissero sarebbe da affrontare anche un’altra questione.

Da diversi punti di vista le Italie sono almeno tre: settentrionale, centrale e meridionale. Per la loro diversità in certe sfere  una stessa normativa nazionale può non funzionare allo stesso modo e può produrre effetti anche dannosi. Per una legislazione statale, da attuare in modo diverso nei territori nella misura necessaria, oggi mancano le condizioni. Proprio per questo si potrebbe cominciarne a parlarne per evitare che disfunzioni  della legislazione statale si sommino a quelle provocate dalle legislazioni regionali.

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