L’elezione del Presidente della Repubblica in tempo di pandemia: problemi e prospettive

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di Alberto Randazzo 

Ci apprestiamo a vivere la prima elezione del Presidente della Repubblica in tempo di pandemia. Mancano pochi giorni alla prima votazione per il Presidente della Repubblica, da parte del Parlamento in seduta comune, convocato – come si sa – per il 24 gennaio… e per l’ultima volta composto da un numero così ampio di elettori (ai quali si aggiungono, com’è a tutti noto, i delegati regionali, la cui incidenza – è bene rammentare – in futuro sarà maggiore per proporzioni a seguito della riduzione del numero dei parlamentari). Chi verrà scelto sarà ben consapevole che, accettando l’incarico, andrà incontro ad un surplus di responsabilità (soprattutto morale) che si aggiungerà a quella che il dettato costituzionale gli assegna. Si tratterà di svolgere una preziosa opera di mediazione, di pacificazione e di stimolo delle forze politiche unita ad un compito non semplice di coesione sociale nel momento forse più delicato della storia della Repubblica.

Con questo non si intendono sottovalutare gli sforzi che, a tal proposito, sono stati chiamati a produrre coloro che lo hanno preceduto, i quali però – all’atto del giuramento – non sempre avrebbero potuto immaginare a cosa sarebbero andati incontro. Questa volta, invece, la situazione è diversa e ci vuole forse ancora maggior coraggio ad accettare di ricoprire la più alta carica dello Stato. Se, come si sa, gli accidents of personality hanno sempre inciso sul modo di intendere e di far valere il ruolo presidenziale unitamente al contesto nel quale il Capo dello Stato si è trovato ad operare, ben si comprende come il settennato che ci apprestiamo a vivere potrà rivelarsi del tutto peculiare.

Nell’attuale congiuntura, si rende ancora più preziosa, se possibile, l’attribuzione presidenziale che in un certo senso tutte le altre emblematicamente sintetizza e racchiude, quale “stella polare del ruolo” (G. Napolitano), ossia quella di rappresentanza dell’unità nazionale al fine “della coesione e dell’armonico funzionamento dei poteri, politici e di garanzia, che compongono l’assetto costituzionale della Repubblica” (Corte cost. n. 1 del 2013, p. 8.2 del cons. in dir.); una funzione che, al tempo stesso, prende forma “attorno a quei principî nei quali si sostanzia l’idem sentire de re publica delle forze politiche che hanno dato vita all’ordinamento […] di cui il Presidente della Repubblica è ad un tempo il rappresentante ed il simbolo” (T. Martines). L’inveramento nell’esperienza dei valori costituzionali, che in un certo senso il Capo dello Stato personifica, nella grave crisi sanitaria e sociale che stiamo vivendo diventa cruciale, se è vero che il popolo italiano – in questa fase – è chiamato ad affrontare una nuova forma di “resistenza” (sebbene, com’è ovvio, la situazione attuale sia tutt’altro che paragonabile con quella vissuta negli anni ’40 del secolo scorso).   

In aggiunta a quanto detto, non si può fare a meno di mettere in luce gli ulteriori, non pochi condizionamenti che pesano sulla elezione del 13° Presidente della Repubblica a causa, proprio, della pandemia.

Una prima questione attiene all’individuazione della persona più adatta. È a tutti noto che l’attuale Presidente del Consiglio sia assai gradito ai più (parlamentari, ma anche cittadini). Tuttavia, non poco rilevante è il timore che quegli stessi “più” hanno di andare ad elezioni anticipate (eventualità non scontata, anche perché significherebbe che un Presidente appena eletto provveda allo scioglimento, in qualche misura delegittimando quelle Camere che lo hanno scelto: A. Ruggeri), con la fine della XVIII legislatura anzi tempo, per il fatto che il passaggio di Draghi al Quirinale potrebbe determinare lo sfaldamento della precaria ed eterogenea maggioranza coagulatasi attorno alla sua persona (sembra che Forza Italia sia pronta ad uscire dalla maggioranza stessa nella eventualità ora prefigurata). Ovviamente, si aprirebbe una crisi di governo.

Alquanto diffuso è il gradimento sulla gestione della emergenza pandemica da parte del Governo, tanto che non si ritiene auspicabile (apparendo, anzi, rischioso) un cambio dell’esecutivo in questo momento (per ciò che conta, ritengo anche da parte dell’UE); a ciò si aggiungano i timori di “rivoluzionare” il Parlamento nonché le difficoltà pratiche di entrare in questo momento in campagna elettorale. Peraltro, talune forze politiche sanno bene che, qualora si andasse ad elezioni anticipate, correrebbero il grande rischio di non vedere riconfermata la posizione di forza che oggi hanno; non si trascuri poi che, a motivo della riduzione dei parlamentari avutasi con l’ultima revisione costituzionale, molti parlamentari sanno bene che non verrebbero riconfermati. Insomma, non poche sono le ragioni di natura politica (latamente intesa: l’interesse per il bene comune e quello per la “bottega” si mescolano, tanto da far divenire assai labile la linea di confine tra l’uno e l’altro) che sconsigliano, oggi, l’elezione al Quirinale del Presidente Draghi; peraltro, sarebbe la prima volta, nella storia repubblicana, che un Presidente del Consiglio diventi Presidente della Repubblica (G. Scaccia, R. Borrello, A. Lauro).

Al di là di queste considerazioni, occorre osservare che sia inaccettabile quanto da qualcuno è stato prospettato ossia che, qualora fosse eletto Draghi, quest’ultimo potrebbe continuare il lavoro che sta svolgendo ora da una sede diversa, con una confusione di ruoli che si pone fuori dal dettato costituzionale. Si avrebbe una eccessiva torsione della forma di governo a Costituzione invariata (cfr. G. Azzariti; un “semipresidenzialismo di fatto”: O. Chessa, B. Pezzini). Com’è ovvio una cosa è riconoscere la “forza politica” del Capo dello Stato e l’“influenza che egli è in grado di esercitare sull’indirizzo politico” (T. Martines), altro sarebbe divenire nei fatti organo di indirizzo politico, soluzione che ovviamente straripa dall’alveo costituzionale. Eppure un rischio del genere si potrebbe prospettare se una tale legittimazione (anche in questo caso, di fatto) provenisse dalle forze politiche che hanno sostenuto l’elezione e se si pensa che si tratterebbe di una elezione a “furor di popolo” o quasi; non rimarrebbe altro che doversi affidare ad un self-restraint dello stesso Draghi (che, comunque, sono certo non mancherebbe).

Una opzione, da molti prospettata ed auspicata, da non scartare sarebbe quella di una rielezione di Mattarella, che potrebbe mettersi al servizio del Paese ancora per qualche anno, fino alla fine della legislatura (da ultimo, v. R. Bin). A quel punto, si potrebbe praticare più facilmente l’“opzione-Draghi”. Tuttavia, l’attuale Capo dello Stato sembra aver escluso – perlomeno, ad oggi – una tale possibilità, che potrebbe ripresentarsi in caso di eccessiva litigiosità delle forze politiche (si ricordi, l’esperienza che ha visto coinvolto G. Napolitano). Peraltro, in passato, la eventuale rielezione del Capo dello Stato in carica non è stata esclusa (in quell’occasione si trattava di Scalfaro: v. M.C. Grisolia).

A quest’ultimo riguardo, passiamo adesso ad affrontare un altro non meno rilevante profilo. Non v’è dubbio che in un momento così complesso, come quello che stiamo attraversando, diventa ancora più impellente una duplice necessità: per un verso, che si giunga al più presto ad una soluzione, senza provocare insopportabili stalli, che di certo – ora più che mai – non ci possiamo permettere; a prescindere da qualunque altra considerazione in merito, i non pochi parlamentari che compongono i gruppi misti alla Camera e al Senato potrebbero rendere più arduo il raggiungimento dell’accordo. Per altro verso, che la scelta sia il più possibile condivisa, il che si può verificare nella misura in cui essa ricada su una persona dalla specchiata levatura politica e privata, che sia moderata, non divisiva, nel pieno delle forze fisiche, dotata di un adeguato tasso di credibilità sia a livello nazionale che internazionale (tuttavia, è stato osservato che in mancanza di una scelta condivisa il ripetersi degli scrutini potrebbe finire per non essere negativo, in quanto potrebbe condurre ad una candidatura davvero “trasversale”: B. Pezzini). Non si dimentichi, poi, come ha opportunamente precisato Mattarella nell’ultimo messaggio di fine anno, che il Presidente è chiamato a “spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno”. Com’è chiaro, pur potendo fare certe valutazioni solo a posteriori, è necessario che a priori il soggetto sul quale si raggiunge l’accordo sia in grado di offrire un minimo di garanzie in tal senso. D’altra parte, solo una figura con le caratteristiche appena accennate potrebbe favorire quella coesione sociale e politica della quale il nostro Paese non può fare a meno, ora e sempre.

La pandemia, però, pone altre questioni particolarmente degne di nota. Poco importa che le procedure con le quali si voterà saranno insolite, in quanto dovranno avvenire in condizioni di sicurezza. Ciò che invece potrebbe rappresentare un vulnus è il possibile impedimento che potrebbero incontrare diversi elettori, impossibilitati a recarsi a Montecitorio perché contagiati o comunque in quarantena. Com’è ovvio, non è possibile preventivare in anticipo il numero degli assenti forzati, che peraltro potrebbe variare (anche sensibilmente) da una votazione all’altra, stante la repentina mutevolezza della situazione. In tal modo, non solo sarebbe ancora più arduo raggiungere le maggioranze richieste dall’art. 83 della Costituzione, ma gli accordi tra le forze politiche sarebbero particolarmente esposti ai “venti” imprevedibili della pandemia, rischiando di saltare facilmente (in entrambi i casi, si avrebbe un conseguente allungamento dei tempi). A prescindere da quanto appena detto, però, il rischio (ancora) più serio che si corre è che possa esservi un deficit democratico dovuto a “cause di forza maggiore”, con tutte le ricadute che si avrebbero sul piano della legittimazione (non certo della legittimità) dell’eletto. Infine, qualora vi fossero molte assenze non è da escludere che la maggioranza (e, quindi, la volontà) che esprime il nuovo Presidente non corrisponda in tutto e per tutto con quella della maggioranza nella legislatura in corso, quale “venuta fuori” dalle ultime elezioni politiche (sebbene si sia assistito a diversi casi di trasformismo, con evidenti ricadute sul piano della legittimazione politica: S. Curreri; R. Bin). Se così fosse, verrebbe reciso quel collegamento (seppure) indiretto tra la volontà dei cittadini e quella degli elettori del Presidente che in condizioni normali si ha. 

Se quelli appena accennati sono taluni rischi che si potrebbero correre tra pochi giorni, occorre domandarsi se sia possibile immaginare talune “contromisure” da mettere in atto qualora la situazione dovesse aggravarsi ancor di più. Di certo, le elezioni presidenziali non si possono rinviare.

Com’è ovvio, la prima idea che viene in mente – sebbene scartata da alcuni illustri costituzionalisti (tra i quali, S. Staiano e M. Luciani; diversamente, S. Cassese) – è quella di favorire il voto elettronico a distanza, purché ciò possa avvenire in condizioni di estrema sicurezza da attacchi informatici e si renda possibile garantire la certezza del voto (e sempre che, chiaramente, si disponga di un’apposita certificazione medica che attesti l’effettiva impossibilità del singolo elettore di votare in presenza). Il fatto che i regolamenti parlamentari non ammettano una possibilità di questo tipo non sembra un ostacolo insormontabile, se si pensa che per lo meno non è espressamente vietata una tale evenienza, il che consentirebbe al Presidente di provvedere tramite decreto. Non si dimentichi, peraltro, che in occasione dell’elezione del Capo dello Stato non vi sono dichiarazioni di voto (com’è noto, il Parlamento in seduta comune agisce solo come “seggio elettorale”, trattandosi di un “collegio imperfetto”, sebbene questa tesi – per alcuni – non sia da considerare in modo troppo stringente: tra gli altri, v. B. Pezzini, che al riguardo richiama G. Dossetti; M.C. Grisolia; E. Cuccodoro-L. Leo). Al tempo stesso, non v’è dubbio che quella in discorso potrebbe apparire quale una forzatura del sistema, nondimeno giustificata nella situazione di emergenza. Altro discorso è che la soluzione qui prospettata sia tecnicamente realizzabile, ma su ciò chi scrive non dispone di elementi sicuri né in un senso né nell’altro (sul voto elettronico, ex plurimis, da ultimo, v. E. Caterina-M. Giannelli). A quanto si sa, dovrebbe aver luogo a breve una riunione dei questori di Camera e Senato per sciogliere il nodo delle modalità di voto. Al riguardo, comunque, vengono in campo questioni di carattere teorico che non si possono affrontare in questa sede: se e in che misura lo stato di necessità può consentire una lettura estensiva di una certa disciplina? In ogni caso, un precedente significativo è quello del Parlamento europeo che, adattandosi alle circostanze, fin dai primi tempi della pandemia ha sperimentato la modalità del voto a distanza (la prima sessione plenaria, in cui quest’ultimo è stato utilizzato, è stata il 26 marzo 2020). Si è ben consapevoli che, in certe situazioni, si può essere costretti “a prendere delle decisioni senza precedenti”, ma “la democrazia non può essere sospesa” (D.M. Sassoli).

Come si può notare, l’elezione del Capo dello Stato in tempo di pandemia si accompagna a talune peculiarità che la rendono un’operazione più delicata e complessa del solito, di sicuro di portata storica. L’intento di queste poche righe non era certo quello di offrire risposte, dare “ricette” o azzardare previsioni, ma solo quella di porre domande, mettere in luce alcune delle complesse questioni che pone la vicenda che ci apprestiamo a vivere e che porterà un nuovo inquilino a Palazzo del Quirinale. Intanto, non posso fare a meno di esprimere profonda gratitudine nei confronti del Presidente Mattarella, per il modo esemplare con cui ha inteso ed incarnato il munus demandatogli.                      

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