Piattaforme vs. Gazebo: dove va la democrazia?

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di Giovanni Di Cosimo

Si parla molto di crisi della democrazia. I segnali preoccupanti non mancano: dall’aumento costante dell’astensionismo, al ruolo progressivamente sempre più marginale del Parlamento, surclassato dal protagonismo del Governo espressione della sola maggioranza. Fuori dai confini nazionali le cose non vanno meglio, basta pensare alle riforme che limitano lo Stato di diritto in paesi europei come Ungheria e Polonia.

Si registrano però anche segnali in controtendenza. Vanno in questa direzione le due recenti esperienze di partecipazione democratica, l’elezione del segretario del Pd e la consultazione organizzata dal M5S sull’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro degli interni. Le regole interne (statuti e regolamenti) dei due partiti indicano mezzi ben diversi: voto tradizionale nel caso del Pd, voto online nel caso del M5S; gazebo versus piattaforma.

La piattaforma informatica è aperta solo agli iscritti, i gazebo a tutti gli elettori, ma in realtà la platea si restringe ai soli simpatizzanti del partito. Questo concorre a spiegare la più ampia misura della partecipazione per il voto nei gazebo, per quanto sia risultata notevolmente inferiore alla punta del 2005 quando Prodi venne scelto come candidato alla Presidenza del consiglio.

A parte questo, ciascuno dei due modelli presenta pregi e difetti.

Il risultato del voto nei gazebo è difficilmente manipolabile, dato l’alto coinvolgimento di scrutatori, attivisti ecc. Viceversa, è controversa sia la riservatezza del voto sulla piattaforma (insufficiente secondo il Garante per la privacy), che la gestione affidata in esclusiva a un’associazione giuridicamente separata dal movimento (come ha evidenziato, fra gli altri, la sen. Fattori secondo la quale è nelle mani di un privato in conflitto di interessi:. Due difetti non strutturali e quindi rimediabili.

D’altra parte, l’organizzazione del voto nei gazebo è complessa e costosa. Un altro limite di questo modello è che è funzionale soltanto a selezionare persone (segretario o candidati ai vari ruoli istituzionali), mentre la piattaforma Rousseau consente anche di consultare la base su questioni pubbliche. In altre parole, la piattaforma è uno strumento più versatile che, oltretutto, può essere usato frequentemente.

L’altra faccia della medaglia è il rischio di sovrastimare le potenzialità dello strumento, trascurando che le decisioni pubbliche richiedono approfondimenti che non tutti gli iscritti hanno modo di fare. C’è poi li rischio di equivocare sul valore del voto che, in forza del divieto di mandato imperativo previsto dalla Costituzione, non può vincolare i parlamentari.

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1 commento su “Piattaforme vs. Gazebo: dove va la democrazia?”

  1. Non c’è alcuna differenza sostanziale fra voto su una piattaforma digitale e voto sotto i gazebo. Quello che conta è invece 1. Chi può partecipare (iscritti, simpatizzanti, ricordo le epurazioni del m5s e le limitazioni delle primarie del PD quando a Luigi Berlinguer è stato dato il compito di gestire la vicenda, rischio del doppio voto o di intrusi). Comunque sia, si tratta di modalità private, potenzialmente, sociologicamente interessanti, ma senza garanzie, e quindi democraticamente di scarso valore. 2. Su che cosa si vota; chi formula l’oggetto del voto, il quesito o le candidature; 3. Come si vota, con quali regole e chi garantisce che siano rispettate; e 4. Quale valore coloro che organizzano il voto intendono dare al verdetto. Limitandomi a discutere gli ultimi punti, faccio notare la differenza abissale fra il valore vincolante attribuito dalla direzione di un partito alla scelta del capo-partito da parte dei simpatizzanti e il valore vincolante imposto dai dirigenti (quali?) di un partito alla preferenza degli “iscritti” sul voto in aula dei membri del gruppo parlamentare eletti sotto la sigla di quel partito per decidere sull’autorizzazione di procedere contro un ministro e parlamentare. Le due vicende sono incommensurabili. Ma il paese (gli esperti, i costituzionalisti, i politici, i giornalisti) che solo ora si scopre populista, ha perso da tempo il significato della rappresentanza democratica, dell’articolo 67 che non sancisce solo l’indipendenta di ogni parlamentare ma anche la sua responsabilità che è il rovescio della medaglia del libero mandato. Contesto DA SOLO questa deviazione da molto tempo. L’accademia non si è accorta che da quattro, sei legislature sta giustificando le basi teoriche della graduale degenerazione populista iniziata ben prima del 4 marzo dello scorso anno.

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