“A me pare ormai una barzelletta”. Ma la riforma delle autonomie non farà ridere il Presidente Mattarella

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di Roberto Bin

È stato il Presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, a definire così l’ennesimo rinvio della decisione del Governo sulle “maggiori autonomie”. Ma non è una barzelletta divertente. I suoi “colleghi” di Lombardia e Veneto non sono meno allarmati: “deve essere una riforma importante per il nostro Paese… Questo è un momento che deve essere epocale per il Paese”, dice Fontana; mentre Zaia auspica “un’autonomia seria, rispettosa dei miei cinque milioni di veneti e della Costituzione. Di certo non firmeremo accordi al ribasso o finte autonomie”.

Dunque, se gli auspici dei tre presidenti fossero realizzati, saremmo davanti a una “riforma epocale” della Repubblica. Ma di che riforma si tratta? Questo nessuno lo sa, non lo sanno – a quanto pare – neppure i tre presidenti che dovrebbero firmare l’intesa con il Governo (è questo ciò che prescrive l’art. 116.3 Cost.). Il fatto è che nel Governo non c’è accordo: anzi un forte dissidio divide – anche su questo – le due forze politiche di maggioranza e i loro rispettivi leader. Al solito i due vice-ministri comunicano via tweet, e assicurano che si è già raggiunto l’accordo (nel Governo, non con le regioni) sulla “parte finanziaria”, non ancora sulle competenze. È semplicemente stupefacente che si ragioni così, come se fosse possibile separare le due parti e dare precedenza a quella che – a me sembra – logicamente dovrebbe seguire e non precedere: è la “provvista” finanziaria a sostenere il “costo” dell’esercizio delle competenze, e non viceversa, non ci vuole molto a capirlo. Salvo non supporre che l’accordo sia che dalla riforma non dovrà conseguire alcun aumento di spesa per lo Stato: questo sarebbe molto positivo, perché ridimensionerebbe le chiacchiere che si sono fatte (soprattutto in Veneto) sulla attuazione dell’art. 116.

Quello che però non può non lasciare interdetti è che una “riforma epocale” venga trattata nelle segrete stanze senza alcun dibattito pubblico: quand’anche dovesse poi essere approvata e sottoscritta dai tre presidenti, che legittimazione avrebbe? Possiamo – possiamo noi cittadini – fidarci del controllo parlamentare, ormai reso un orpello superfluo da una maggioranza arroccata attorno ai due leader, in cui le commissioni travolgono regolarmente le garanzie poste a tutela delle opposizioni, cioè di un normale dibattito (per l’episodio più recente, vedi qui il contributo di Gianluca De Filio sulla vicenda delle audizioni nel dibattito sul decreto-legge sicurezza)?

Persino chi, come chi scrive, è in linea di principio molto favorevole all’applicazione dell’art. 116.3 Cost. e alle “autonomie differenziate”, si trova a tifare contro. L’autonomia è una cosa seria e la Costituzione lo è ancora di più: possiamo lasciarle in mano a personaggi così palesemente incapaci di capirne il senso? Che testo sarà capace di licenziare il Governo? La solita bozza approvata di notte “salvo intese”, cioè ancora da precisare in ogni dettaglio dai “tecnici” dei due partiti e dei ministeri (le famose “manine” di cui parla – senza arrossire – Di Maio)? Ma si rendono conto di quale sia la posta in gioco?

Al solito tutte le nuvole si indirizzano verso il nostro unico parafulmine, il Presidente Mattarella. Infatti, una volta che i vice-ministri si mettessero d’accordo, i tecnici avessero scritto che cosa l’accordo comporti, e i presidenti delle tre regioni sottoscrivessero l’intesa, questa dovrebbe essere presentata alle Camere, che possono approvarla solo a maggioranza assoluta (che al Senato non è affatto scontata). Ma il Governo deve presentare un disegno di legge e questo – per una benedetta norma costituzionale – deve ottenere l’autorizzazione del Presidente della Repubblica. È una norma (art. 87 Cost.) della cui utilità si è talvolta dubitato, e che invece oggi si presenta in tutta la sua importanza. Il Presidente è l’unica garanzia che ci separa dal rischio di vedere minata l’integrità della Costituzione.

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