Discorso di fine anno 2019: il virus populista contagia il Quirinale?

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di Pietro Faraguna

Il 2019 si è concluso e immancabile è stato salutato dal discorso del Presidente della Repubblica. Un discorso apparentemente “classico”, che ha suscitato le reazioni più classiche: elogio diffuso da parte di (quasi) tutte le forze politiche, e reazioni più fredde da chi ha più interesse a far notare la propria diversità.

Ma è stato davvero un discorso classico? La domanda è retorica, e la risposta che suggerisco è negativa. Non lo è stato affatto, e ha segnato – mi pare – il contagio di quello che qui chiamiamo per brevità e semplificazione “il virus populista” nelle stanze del Quirinale.

Il punto non sono tanto i contenuti latamente (costituzionalmente) politici, più o meno condivisibili, come sempre. Anzi: ho personalmente apprezzato diversi passaggi:

  • Il richiamo alla necessità di affidare maggiori responsabilità alle nuove generazioni (cui temo il discorso abbia difficoltà ad arrivare: le visualizzazioni su Youtube sono 50.000, su FB il Quirinale ha scelto di non avere una pagina ufficiale, su Instragram il video non è stato postato)
  • Il cenno alla ragionevole speranza che le istituzioni sono chiamate a tenere in vita
  • La sottolineatura della migliore immagine di cui gode l’Italia nel mondo, piuttosto che in patria.

Il contagio di cui parlo è di metodo: da una parte la scelta di dedicare una parte importante del discorso di fine anno all’identità nazionale (si badi bene: identità – non unità – nazionale), con un’ottimistica rappresentazione dell’Italia come Paese della creatività, del genio, dell’intraprendenza, che in alcuni passaggi mi ha riportato alla memoria il famigerato discorso berlusconiano del Kapò al Parlamento europeo. Ma il contagio di metodo non emerge tanto su questa scelta identitaria, ma in quella che i giornalisti definirebbero narrazione dell’identità. Il contagio emerge in modo cristallino in quel discorso presidenziale in cui Mattarella cita la tragedia del rogo appiccato alla cascina di Alessandria al fine di rivalersi sull’assicurazione, rogo nel quale trovarono la morte tre vigili del fuoco: italiano il (presunto) criminale truffatore, italiane le povere vittime.

Una storia che sembra un esempio paradigmatico della compresenza del “bene” e del “male” nello stesso popolo. Di impostori e servitori dello Stato, di banditi ed eroi. Mattarella ne trae invece un insegnamento del tutto diverso. Cito testualmente: “quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire.” Continua però il Presidente, sentenziando che “L’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente”.

Jan Werner Müller, nel suo seminale lavoro intitolato – non per caso – “che cos’è il populismo”, scrive:

“È questa la rivendicazione di fondo del populismo: solo una parte del popolo è davvero il popolo. Pensiamo a Nigel Farage che ha festeggiato la Brexit dichiarando che è stata una «vittoria della gente vera» (rendendo così un po’ meno vero il 48 per cento dell’elettorato britannico che si era opposto all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – o, per dirla in maniera più diretta, mettendo in discussione il loro status di membri effettivi della comunità politica). Oppure consideriamo un’osservazione di Donald Trump passata quasi inosservata, data la frequenza con cui il miliardario di New York ha rilasciato dichiarazioni oltraggiose e profondamente offensive. Durante un comizio nel mese di maggio, Trump ha annunciato che «l’unica cosa importante è l’unificazione del popolo – perché gli altri non contano nulla»”.

Le parole di Mattarella sembrano purtroppo rientrare pienamente nella definizione di Müller: il dettaglio sarebbe tanto più evidente se l’Italia vera indicata non fosse quella dell’altruismo di Mattarella, ma quella dell’egocentrismo, della chiusura, dello sfruttamento altrui, insomma: dello stronzismo.

Ma il problema è di metodo, non di merito. Perché, alla fine, ognuna avrà la sua idea di altruismo, e il punto fondamentale è respingere l’idea che vi possa essere un’idea che appartiene all’Italia vera, ed una che appartiene a una ipotetica Italia non vera. Ne va del pluralismo, fondamento di quei valori repubblicani cui si è richiamato il Presidente all’inizio del suo stesso discorso.

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