Perché il messaggio di fine anno di Mattarella indica alcuni preziosi rimedi contro il populismo. In risposta a Pietro Faraguna

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di Nicola Lupo

Non condivido affatto il commento – scritto evidentemente “a caldissimo” – da Pietro Faraguna a proposito del messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Credo, all’esatto opposto, che tale discorso individui almeno alcuni degli antidoti di cui si può e forse si deve fare uso se si vuole evitare che le tendenze populiste dominino incontrastate il dibattito pubblico e minino i fondamenti costituzionali dello stare assieme.

Si può partire proprio dall’espediente retorico, usato dal Presidente mediante la riproduzione di un’immagine satellitare, dell’Italia “vista da lontano”. Abbinato all’avvio di un nuovo decennio, tale espediente invita la politica a guardare lontano: ad evitare e a superare cioè la logica del breve termine, o se si vuole del “tutto e subito”, su cui com’è noto le forze populiste fanno leva per far indebolire la fiducia nelle istituzioni e per promuovere il loro consenso.

Anche il riferimento all’identità italiana e la citazione di esempi positivi e negativi – entrambi elementi che Faraguna critica, in nome del pluralismo – mi paiono suscettibili di essere letti, invece, in chiave anti-populista. Certo, “identità” è una parola delicata e per certi versi persino pericolosa, da maneggiare con cura. Eppure, tocca un nodo fondante e cruciale che non può essere eluso, specie in società sempre più globalizzate e pluralistiche. Ed è proprio dalla obliterazione di questo nodo identitario, che pure è alla base di qualunque discorso costituzionale, a partire dal “We the People” della Costituzione USA, che il populismo trae spesso alimento. Il pluralismo che è al centro dei valori repubblicani non presuppone affatto la cancellazione del nodo identitario e tanto meno delle diverse identità che compongono quell’“unità nazionale” che il Presidente della Repubblica è chiamato a rappresentare (art. 87, primo comma, Cost.). Un’unità plurale, appunto, sempre più difficile da configurare, e quindi da rappresentare, ma forse ancor più necessaria. Non è un caso che Mattarella usi l’immagine del “mosaico” per riferirsi alla società italiana, composta da “tante tessere preziose”; e che ricordi quanto scritto su una sedia ricevuta in omaggio da un’associazione di disabili: “quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”.

Allo stesso modo, il richiamo di casi positivi (“nobili”), accanto ad altri che lo appaiono assai di meno, vale a ricordare l’importanza dei valori e del giudizio etico, che su tali valori si fonda. Il riconoscimento e la tutela del pluralismo non implicano affatto che tutti i comportamenti siano costituzionalmente indifferenti: ve ne sono alcuni, che appaiono più in linea con i principi costituzionali (a partire dal civismo e dai doveri, giuridici e non, che esso comporta), e che il Presidente individua anche con riferimento a vicende concrete, richiamando i loro protagonisti per nome e cognome (fatto invero piuttosto atipico nei discorsi di fine anno); e altri che con tali principi risultano invece in contrasto. A questi ultimi comportamenti si fa riferimento, non a caso, in un passaggio sull’uso dei social media. Il mondo dei social è visto, correttamente, come metafora ed estensione della società: come luogo prezioso e potentissimo di dialogo, ma anche come pericoloso strumento di denigrazione e di deformazione dei fatti. Una condanna assai chiara di quel linguaggio offensivo e di quelle fake news che sono, com’è noto, il pane quotidiano nell’impiego massiccio dei social da parte di molte tra le forze populiste (e non solo).

Infine, non può sfuggire che tra le parole-chiave del messaggio di fine d’anno compaiano, ripetute più volte, “fiducia” e “responsabilità”. Parole-chiave utilizzate per guidare e giudicare, con l’opportuna severità, l’operato anzitutto di coloro che lavorano nelle istituzioni pubbliche, ma, in modo più ampio, di tutti i cittadini. Se fiducia e responsabilità (anche inter-generazionale) vengono ignorate, e messe in coda ai valori che ispirano i comportamenti dei cittadini e dei titolari di cariche pubbliche, la conseguenza è inevitabilmente quella di minare la coesione sociale e di allargare lo spazio per una reazione delle forze populiste (e delle generazioni più giovani).

Non va dimenticato, appunto, che sono stati proprio comportamenti miopi, eticamente discutibili, volti a tradire la fiducia dei cittadini e a fuggire le responsabilità che, in passato, hanno alimentato, in Italia forse più che altrove, e reso per più versi comprensibili se non condivisibili le spinte populiste. I rimedi a queste spinte e a queste reazioni passano per una faticosa ma necessaria ricostruzione della comunità nazionale, dei suoi valori fondanti e della sua leadership. Il messaggio presidenziale di fine 2019 prova, in qualche modo, e in un contesto tutt’altro che facile e delineato, a indicare la strada da seguire. 

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Un commento su “Perché il messaggio di fine anno di Mattarella indica alcuni preziosi rimedi contro il populismo. In risposta a Pietro Faraguna

  1. Apprezzo molto la “correzione” dei giudizi superficiali dell’altro intervento proposta dal prof. Lupo. L’accostamento dei concetti del discorso presidenziale ai sofismi populisti (ridotti dall’altro autore a una definizione discutibile e sicuramente incompleta di un autore tedesco che insegna in America) è davvero inaccettabile. Forse il presidente poteva dire di più, essere più esplicito o più netto su alcuni punti, ma non ha sbagliato. In particolare è ruolo del presidente rappresentare l’unità e quindi “l’identità” nel pluralismo, i valori condivisi fra cui “la libertà” che è individuale e che deve essere di tutti. Ci sta pure l’orgoglio per le capacità comunemente riconosciute dagli osservatori esteri agli Italiani, in genere o almeno alla “sanior et melior pars”. Questo non assolve “la classe dirigente” e non avvalora le istituzioni viventi, davvero pessime, forse proprio perché troppo distanti da quelle ideate nel 1947 e di cui il presidente, in base ai suoi poteri, è garante. “Fiducia” non vuol dire necessariamente contare ciecamente sull’autorità, ma può anche significare credere in noi stessi, nelle nostre capacità. “Responsabilità” mi sembra la parola chiave più ambiziosa, facilmente abusata, più difficile da onorare, in particolare pensando al rapporto fra governanti “eletti” e elettori governati. Se aggiungessimo la trasparenza e un dibattito razionale aperto a tutti al posto degli slogan gridati da pochi e degli ipse dixit ripetuti da sempre gli stessi, saremmo già sulla buona strada.

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