Cosa non va nel bilanciamento in corso tra libertà individuale e salute pubblica?

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di Omar Chessa

Le restrizioni imposte a diverse libertà in nome dell’emergenza covid-19 sono eccessive e spesso del tutto ingiustificate? Il principio guida è che le limitazioni ai diritti fondamentali siano giustificate se tutelano altri beni di rango costituzionale (o comunque interessi meritevoli di tutela).

Prendiamo il caso del signore che è stato sanzionato perché correva da solo sul bagnasciuga di una spiaggia. In base all’art. 16 della Costituzione la libertà di circolazione può essere limitata solo «per motivi di sanità e sicurezza»: alla base di questa previsione sta il principio generalissimo del neminem laedere, secondo cui il libero agire individuale non può tradursi in un danno a carico di altri. Ma quale danno provoca la corsa solitaria in riva al mare? Certo, chi corre può incontrare altri che fanno altrettanto e questo accresce il rischio dei contagi: ma a parte il fatto che, statisticamente, non ci sono  assembramenti di podisti in riva ai mari, c’è poi da osservare che in questo caso vige comunque la regola del distanziamento sociale obbligatorio, questa sì veramente giustificata e utile ai fini del neminem laedere. Ritorna dunque la domanda: a chi nuoce veramente la corsetta solitaria in riva al mare?

È solo un piccolo esempio, che però dimostra il carattere eccessivo e sproporzionato di molte delle restrizioni vigenti. Bisogna allora chiedersi perché siano previste. Si può invocare il principio di precauzione e dire che, sì, le misure restrittive non garantiscono direttamente la salute pubblica e che alcune delle condotte vietate non sono di per sé dannose, ma che in via precauzionale è opportuno inoculare nella psicologia collettiva un atteggiamento di massima prudenza, spingendo le persone ad astenersi da molte cose, anche da quelle che non arrecano danno, nella speranza che così siano naturalmente portate a evitare pure le condotte che invece il danno lo provocano. Alla fine è questa la vera ratio che sta alla base della sospensione di molti diritti costituzionali. Si vieta 100 per ottenere il 60 o 70 che serve. L’ideale sarebbe che le persone stessero perennemente fisse in un luogo (sedute tutto il giorno su una sedia e a debita distanza), così si azzererebbe totalmente qualsiasi possibilità di contagio, ma ciò equivarrebbe a negare la vita stessa in nome della salute: un vero paradosso!

Ciò premesso, la questione è perché in Italia abbiamo avuto bisogno di limitare in modo così ampio i rischi di contagio, mentre altri Paesi non lo hanno fatto in questa misura e hanno, in proporzione, meno morti. La Germania, ad esempio, ha adottato misure meno rigide sul piano delle libertà costituzionali e il sistema produttivo, specialmente quello manifatturiero, non si è interrotto veramente, eppure si registrano meni decessi rispetto all’Italia. Era difficile all’inizio dare risposte a quesiti di questa portata, ma adesso il quadro è più chiaro, soprattutto dal punto di vista sistemico. Alcuni paesi hanno un sistema sanitario solido, efficiente e ben finanziato (e solido ed efficiente proprio perché ben finanziato), con la possibilità di effettuare moltissimi tamponi e in tempi rapidi, e con la disponibilità di migliaia di posti di terapia intensiva, potenzialmente in grado di intercettare le esigenze di cura di tutti i pazienti che ne avessero bisogno (ad es., in Germania sono 28.000 i posti di terapia intensiva, mentre in Italia solo 5.000 all’inizio dell’emergenza). Questo dato di sistema consente di allentare la vigilanza sul fronte della limitazione dei contagi. Invece, nei Paesi con sistema sanitario complessivamente sotto-finanziato (o disomogeneo su base territoriale sotto il profilo della qualità delle prestazioni, come quello italiano), onde evitare il collasso delle strutture ospedaliere e contenere il numero dei morti, occorre agire sul versante precauzionale, anche rischiando di limitare le libertà più di quanto sarebbe ragionevolmente utile.

La conclusione è scontata: la restrizione smisurata delle libertà è il costo che dobbiamo pagare per il livello basso di assistenza sanitaria che al momento siamo in grado di garantire. Il che prova ancora una volta – come se ce ne fosse bisogno – che tra i diritti di libertà e i diritti sociali non c’è un trade-off: al contrario, si tengono sempre assieme, aut simul stabunt aut simul cadent.

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6 commenti su “Cosa non va nel bilanciamento in corso tra libertà individuale e salute pubblica?

  1. Non è solo la Germania a non proibire le corse al parco o in spiaggia, ma in effetti quasi tutti gli altri paesi occidentali, inclusi diversi che hanno una sanità con maggiori problemi di finanziamento rispetto a quella italiana, e meno letti in terapia intensiva (per esempio, il Regno Unito).

    A questo punto della pandemia dovremmo avere ben chiaro che la Germania è un’eccezione nella buona gestione sanitaria del contagio, ma non lo è nelle misure restrittive approvate, mentre l’Italia è un’eccezione per quanto riguarda le misure restrittive, ma non lo è nella gestione sanitaria. Del resto. proprio in questo giorno di Pasqua appena concluso, i telegiornali italiani hanno diffuso la “notizia” di code in autostrada attribuendo la colpa a inesistenti concittadini indisciplinati che si recavano a fare una gita fuori porta, mentre in realtà gli ingorghi erano causati soltanto dai posti di blocco della polizia. C’è un’evidente volontà di gonfiare la percezione del rischio, convincendo gli italiani della presenza di un numero enorme di concittadini patologicamente indisciplinati, tale da giustificare norme palesemente incostituzionali.

    Solo che queste persone non esistono. I dati diffusi da Google suggeriscono invece che gli italiani siano tra le nazionalità più rispettose del coprifuoco. Ma vi pare accettabile?

  2. Solo un piccolo commento sulla “corsetta” in spiaggia: certo di per sè non sarebbe pericolosa, poi mantenendo le distanze etc… Il fatto è che se Tizio va a correre poi anche Caio ci va e Sempronio si aggiunge, ma se ci vanno loro tre perché non ci posso andare io? E questo “io” si moltiplica per “n” volte, tutte in nome della libertà e del fatto che la “corsetta” non nuoce.

    • L’esperienza comparata (gli altri paesi in cui la “corsetta” non è stata vietata) suggerisce che questo rischio non è realistico.
      A meno di volere sostenere che gli italiani siano patologicamente più indisciplinati delle altre nazionalità, naturalmente: però la più ampia statistica di cui disponiamo, quella fatta da Google sulla base dei dati di geoposizionamento di milioni e milioni di cellulari, suggerisce l’esatto contrario.

  3. I limiti del nostro sistema sanitario sono certamente una concausa della forte limitazione della libertà personale in corso, e comunque ha dimostrato fra errori e paradossi, di reggere all’urto dell’epidemia. Non dimentichiamo che in Italia abbiamo una percentuale della popolazione maggiormente esposta a questo virus, gli over 80 anni, doppia rispetto alla Germania (7,2% contro 4,4%), frutto di una serie di cause, ma anche del positivo contributo del Servizio Sanitario Nazionale. In generale personalmente, pur avendo vissuto come troppo severi i limiti imposti alle libertà, trovo che in essi siano stati correttamente applicati diversi principi costituzionali: principio di libertà, principio di legalità, principio d’imparzialità, principio di uguaglianza. In particolare poi è noto che in Italia il primo di tali principi, per cui tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso, genera una serie di comportamenti border line, come si è visto fra fine febbraio e inizio marzo a fronte dei primi interventi emergenziali. Che il principio di libertà debba accompagnarsi ad un maturo senso di responsabilità individuale è inevitabile, e è forse una delle sorprese di queste settimane la positiva risposta della stragrande maggioranza della popolazione, con comportamenti tutto sommato rispettosi della legge e responsabili.

  4. Condivido. E’ la stessa ragione per cui, negli ultimi venti anni, in Italia (sulla scia degli USA prima e poi della Gran Bretagna) si è passati dal cd. welfarismo criminologico a politiche pubbliche securitarie, corrispondenti ad altrettanti tagli di spesa pubblica. Ed è la stessa ragione per la quale, per un solo apparente paradosso, negli ultimi anni su tematiche complesse e intrecciate, che chiamavano in causa anche competenze regionali (tutela del territorio, formazione professionale, lotta al disagio sociale, etc.), ha “prevalso” la competenza statale “ordine e sicurezza pubblica”.

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