Scarrafonate: il problema è rettificare il resoconto o indignarsi per questo?

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di Gabriele Maestri

I tormentoni non hanno quasi mai un padre o una madre. O, per lo meno, ce l’hanno, ma il nome di solito resta ignoto. Vale per chi programma per la prima volta una canzone destinata al successo, per chi conia una battuta fulminante al di fuori del circuito teatro-cinema-radio-tv (e anche lì spesso non si sa chi l’ha scritta davvero), per chi mette in circolo un meme efficace o anche un semplice screenshot memorabile. Così è difficile capire chi, in questi giorni, ha condiviso per la prima volta la schermata del sito del Senato per smartphone in cui, del resoconto stenografico della seduta dell’11 giugno 2020, si legge parte dell’«Avviso di rettifica» riferito alla seduta di Palazzo Madama di due giorni prima: «a pagina 39, nell’intervento della senatrice Cantù, alla quinta riga del secondo capoverso, sostituire le parole: “ogni scarrafone è bello a mamma sua” con le seguenti “«ogne scarrafone è bell’ a mamma soja»”» (ciò che sta nei “caporali” esterni è l’esatto contenuto della rettifica, a costo di creare bisticci di punteggiatura). In una manciata di ore, lo screenshot – o, per chi è tradizionalista, la foto dello stampato – è circolato tra i cellulari di drogati di politica Doc e sui diari Facebook di illustri costituzionalisti, nelle chat di studiosi e sulle pagine dei quotidiani online o delle radio. C’è chi sorride, chi si fa prendere dall’ilarità come se non ci fosse un domani, chi urla allo spreco di tempo e denaro e chi parla di «ultima follia […] correggere i resoconti per non turbare i napoletani».

Chi scrive confessa di aver sorriso al primo di vari messaggi che segnalavano quel curioso ritrovamento, senza scandalizzarsi neanche un briciolo; non riesce invece a capire – pur rispettandole – le reazioni diverse da un salutare riso. Chi si indigna non considera la posizione delicata di coloro che, per anni, in non beata solitudine hanno garantito la pubblicità dei lavori delle Camere (in base all’art. 64, comma 2 della Costituzione) a chiunque non avesse assistito dalle tribune alle varie sedute: tutto il personale addetto alla resocontazione.

Stenografi/e (che meritano, loro sì, il titolo di “pianista”, alla tastiera del rinnovato sistema Michela…), resocontisti/e e dirigenti svolgono un ruolo fondamentale anche dopo l’avvento di Radio Radicale e del suo archivio – fonte per infinite ricerche, da tutelare usque ad effusionem sanguinis – e persino nell’epoca delle riprese visibili sui siti di Camera e Senato e sui loro spazi social. Grazie al loro impegno corale, già in corso di seduta e comunque con poca attesa, chi deve verificare un passaggio del dibattito in aula dispone di un testo affidabile nel contenuto e di solito (ben più che in passato) anche nella forma; quel testo, per giunta, è assai più scorrevole e fruibile di uno dei generi letterari oggi prevalenti, le intercettazioni telefoniche. E in certi casi – sorpresa! – testo batte filmato. Le registrazioni delle sedute sono fondamentali, ma spesso il tempo per cercare in un video il punto esatto di un intervento non c’è; avendo invece sullo schermo il testo dello stenografico, se si ricorda qualche parola del passaggio da verificare il punto che interessa si trova in fretta.

Certo, l’opera di chi lavora ai resoconti è mutata, anche grazie alla tecnologia che ha velocizzato le procedure (abolendo peraltro alla Camera, nel 2000, il ruolo dello stenografo). Negli anni ’50 e ’60 tra la fine della seduta e la pubblicazione dello stenografico passavano settimane e la stampa parlamentare doveva accontentarsi della bozza del resoconto sommario; in quel lasso di tempo, il testo era di norma sottoposto alla revisione di chi era intervenuto in aula (le eccezioni erano segnalate con un asterisco). Via via i tempi si sono ridotti: lo stenografico in corso di seduta si legge con un ritardo di poche decine di minuti, tanto che avversari politici e giornalisti lo usano per infilzare chi ha parlato, senza bisogno del video. Il mattino dopo sul sito delle Camere c’è il testo ufficiale impaginato: eventuali correzioni vanno comunicate entro un’ora dalla fine della seduta. Qualcosa però può sfuggire anche nei vari passaggi di revisione; per questo, nei giorni successivi, per prassi si rettificano esplicitamente errori vari (come parole sbagliate o mancanti, nomi scritti in modo scorretto).

Il testo letto nel resoconto stenografico non può corrispondere in pieno al parlato: se si dovessero riportare gli intercalari, le autocorrezioni immediate o i tentennamenti di chi parla, il testo sarebbe difficile da capire senza la registrazione audiovideo, che come si diceva a lungo non è stata disponibile. In passato, poi, ci furono interventi vistosi sul testo, magari per “coprire” con puntini di sospensione le espressioni sconvenienti pronunciate in aula: proprio questo mosse un fondamentale studio linguistico di Michele A. Cortelazzo, uscito nel 1985 (Dal parlato al (tra)scritto: i resoconti stenografici dei discorsi parlamentari). Ora le parolacce, anche dette fuori microfono purché si sentano, non si omettono, né si nascondono nelle espressioni della fisionomia (in passato un botta e risposta sopra le righe poteva diventare «(Scambio di apostrofi tra i senatori A e B)»: il fatto che la seduta sia visibile a chiunque, in diretta o in differita, rende più difficile celarne alcuni contenuti.

Restano altre questioni delicate da risolvere volta per volta, magari per rendere comprensibile un messaggio anche per iscritto, senza l’apporto del tono di voce e del linguaggio non verbale. Meritano attenzione pure gli errori e le citazioni, il cui trattamento varia a seconda delle circostanze: l’intento è di produrre un testo il più possibile leggibile e corretto nella forma e nei contenuti (per agevolare chi legge), ma la soluzione è rimessa alla responsabilità di chi cura i resoconti. Un congiuntivo sbagliato o un riferimento normativo inesatto di solito si correggono nel redigere lo stenografico, ma non se l’errore diventa a sua volta oggetto di dibattito in aula (se, ad esempio, c’è chi interrompe con «Complimenti per l’italiano, neanche lo sapete parlare!» o se in un intervento successivo si dice «A differenza dell’onorevole X, io so di quale legge si parla!»).

Qualcosa di simile accade con le citazioni “culturali” scorrette o non ben identificate: tocca a chi cura il resoconto capire come comportarsi. Se un errore nella citazione, reale o presunto, è stigmatizzato nel dibattito in aula, non si corregge nulla: accadde, ad esempio, nel pomeriggio del 12 marzo 1953 in Senato, quando Emilio Lussu bacchettò il Dc Domenico Magrì – peraltro docente di lettere –  colpevole a suo dire di aver citato male Manzoni. Il 23 dicembre 1999 alla Camera Vittorio Sgarbi riprese Fabio Mussi, “reo” di aver pronunciato «e autan timoroumenos» (nel filmato, a dire il vero, la prima «a» non si sente) la famosa commedia romana Heautontimorumenos: per Sgarbi il collega dei Ds era «disturbato forse dalle zanzare che aleggiano sul Governo da lui prediletto»; fuori dall’aula il critico d’arte riprese la matita blu, notando che autore della commedia era Terenzio e non Plauto, come detto da Mussi (e com’è rimasto scritto sullo stenografico). Se, invece, fino a quando il testo viene licenziato nessuno si accorge dell’errore, va trovata la soluzione migliore e non è facile: uno sbaglio modesto, magari fatto da un personaggio minore, può passare inosservato, ma basta un lieve dubbio per scatenare un fact checking se riguarda una figura di primo piano.

Il 5 giugno 2018, quando Giuseppe Conte tenne a Palazzo Madama il discorso programmatico per ottenere la fiducia, per dare una definizione di populismo disse di essersi ispirato alle «riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puškin»; in sede di redazione del resoconto ci si rese conto che il dicorso citava in modo scorretto la fonte: per essere meno imprecisi, si corresse il riferimento nelle «riflessioni di Dostoevskij, nelle pagine del “Discorso su Puškin”», che guarda caso pochi giorni prima era stato citato da Emmanuel Macron in una conferenza stampa a San Pietroburgo con Vladimir Putin. Entro qualche ora, tuttavia, sulle pagine delle testate online apparvero vari articoli per notare che in quel discorso non c’erano riferimenti al populismo: quell’errore era impossibile da correggere, ma in aula non se n’era accorto nessuno. Così come nessun senatore si era lamentato quando Clemente Mastella, il 24 gennaio 2008, aveva negato la sua fiducia al governo Prodi-bis (di cui aveva fatto parte fino a pochi giorni prima) citando una «poesia di Pablo Neruda»: anche lui, però, era incappato nella diceria che attribuiva al poeta cileno la lirica Lentamente muore, in realtà della scrittrice brasiliana Martha Medeiros. Il giorno dopo Stefano Passigli, già senatore ed editore italiano di Neruda, aveva dovuto smentire, ma intanto lo stesso errore lo avevano fatto il senatore di Rifondazione comunista Milziade Caprili (lo testimonia proprio il resoconto) e persino alcune agenzie di stampa.

Una volta compreso quanto sia delicato maneggiare i resoconti, è tempo di tornare allo scarrafone. Il ricorso alla “prova tv” (il filmato di seduta) svela le parole esatte della senatrice Maria Cristina Cantù (Lega – Salvini Premier): «Dicono che ‘o scarrafone è bello a mamma sua»: si tratta di una formula diversa tanto da quella dello stenografico tanto da quella rettificata. Il riferimento alla massima napoletana, esportata in salsa rock-blues ben oltre i confini della Campania da Pino Daniele, era chiaro, ma era palese pure che la citazione era incompleta: senza l’aggettivo iniziale la frase perdeva molta della sua forza. In uno dei passaggi della resocontazione la mancanza è stata evidentemente notata e si è così aggiunto «ogni» all’inizio della citazione: andava meglio, ma a un fine conoscitore dell’idioma e del contesto napoletano non sfuggiva che anche quella versione non era corretta, anche perché non corrispondeva ad alcuna delle pronunce diffuse in Campania. Spiegazioni su come siano andate davvero le cose non ne sono arrivate, ma in fondo non occorrono. Senza che ciò appaia un’offesa, difficilmente l’invito a rettificare sarà giunto dalla stessa senatrice, nata e cresciuta in Lombardia e certo non tenuta a sfoggiare una pronuncia degna di Pupella Maggio o Isa Danieli. È più probabile che la rettifica sia maturata all’interno dell’Ufficio resoconti del Senato, dove non mancano funzionari dotati di sensibilità partenopea e accortezza: la frase modificata è stata messa tra virgolette, precisando a chi legge la massima cui si riferiva la parlamentare, senza attribuirle direttamente quelle parole.

Chi scrive si rende conto – sulla base di questi e di altri episodi – che la mancata corrispondenza tra parlato e trascritto potrebbe far nascere dubbi sulla fedeltà dei resoconti stenografici, magari creando problemi ove si volesse utilizzare un resoconto come fonte di prova di cose dette o avvenute in aula. Non è questa la sede per riprendere il dibattito (mai concluso) sul valore giuridico probatorio o certificatorio dei resoconti stenografici. Di certo, nel caso che ci impegna qui, esercitando la fantasia si potrebbe immaginare qualche grana solo se la senatrice Cantù dovesse ricevere una lettera di doglianze da parte di una fantomatica Associazione per la salvaguardia del dialetto napoletano, affranta per la citazione scorretta ascoltata nel filmato della seduta del 9 giugno, e la parlamentare dovesse respingere al mittente le critiche facendo leva sulla rettifica contenuta nel fascicolo di seduta dell’11 giugno. Un caso di scuola, tale destinato a restare.

Eppure chi si è indignato per la rettifica aveva forse ragioni diverse da quella ora citata. La correzione può essere stata vista come un inutile e ignobile spreco di tempo, energie e magari denaro, quando ben altre attività richiederebbero lo stesso impegno. Chi scrive detesta il “benaltrismo”: in generale, fare una cosa non esclude le altre e non c’è motivo per non portarle avanti insieme, specie se (come qui) l’attività contestata ha richiesto uno sforzo minimo, ben compatibile con gli altri. La rettifica, al più, sarebbe parsa inopportuna se fosse stata l’unica correzione al contenuto del resoconto di quel giorno: così non è stato (le altre due, anzi, appaiono più rilevanti per la comprensione del testo e si tratta comunque di dettagli, su una ventina di pagine di stenografico) e allora ci può stare che, dovendo già mettere mano a quel resoconto, si sia aggiunto anche un intervento che magari era parso opportuno poco dopo aver licenziato il testo per la stampa.

E se qualcuno ritiene intollerabile perdere tempo per una correzione simile, è bene ricordare che i resoconti– oltre che agevolare la libertà di parola, informare gli elettori delle attività parlamentari, chiarire l’intenzione del legislatore, “testimoniare” lo svolgimento del procedimento legislativo e permettere l’esercizio informato delle libertò democratiche – hanno «un’importante funzione di carattere cronistorico, consentendo allo storico del futuro di ricostruire gli eventi svoltisi […] nelle assemblee rappresentative» (così Vittorio Di Ciolo e Luigi Ciaurro nel loro monumentale Il diritto parlamentare nella teoria e nella pratica). I drogati di politica ricorderanno l’errore nella citazione e la querelle sull’opportunità della rettifica; chi leggesse lo stenografico coglierebbe il senso della frase e, vedendo poi la rettifica, scaccerebbe la sgradevole sensazione che coloro che avevano curato i resoconti fossero responsabili dell’errore e non avessero avuto l’umiltà di correggerlo. La sostanza non sarebbe cambiata rettificando «O mia bella Madunina, che te brilet da lontan» in «O mia bèla Madunina, che te brilet de luntan»: sempre di filologia si sarebbe trattato, atteggiamento da apprezzare.

Non si ricordano poi lamentele quando, allegato al resoconto della seduta del Senato del 14 gennaio 2014, accanto a una rettifica rilevante relativa al 9 gennaio, un’altra riguardava la seduta pomeridiana dell’8 gennaio: in un allegato si era modificato il riferimento a «Pier Carlo Padoan» in «Pietro Carlo Padoan», eppure poche settimane dopo tutti i media lo avrebbero indicato come «Pier Carlo» e così avrebbero continuato a fare. E pensare che nello stenografico della seduta del Senato del 10 giugno 1948, certo stampato dopo giorni, si era data la parola al «senatore Merlin Lina»: nessuno corresse il nome (nelle altre pagine era Angelina) e ci volle oltre un anno perché le elette iniziassero a essere chiamate «senatrici» (ma il maschile sarebbe riaffiorato, anche alla Camera). Di fronte a casi simili, lo scarrafone filologicamente corretto appare così leggero da meritare il sorriso, riservando l’indignazione a ciò che è davvero grave.

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