Ancora un’altra guerra delle statue

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di Anna Mastromarino

Non è certo la prima volta che negli Stati Uniti, dopo essersi riversate contro istituzioni e forze dell’ordine, rabbia e frustrazione generate dall’ennesimo atto di razzismo finiscono con l’essere dirette contro busti, sculture e monumenti: fino a ieri muti abitanti di piazze e strade delle città, oggi improvvisamente divenuti veicoli di pericolosi valori incompatibili con ogni principio democratico.

Solo per ricordare episodi a noi più vicini, ampiamente ripresi dai media, una vera e propria “guerra di statue” era già stata avviata nel 2015, dopo l’eccidio in una chiesa metodista nella città di Charlottesvile e nell’estate del 2017, nella medesima città, a seguito delle morti causate nel corso di un corteo di suprematisti bianchi. Oggi come allora sul banco degli imputati siedono il Generale Lee e altri pezzi di storia sudista, il colossal Via col vento, la serie Hazard e, rimontando nel tempo, lo stesso Cristoforo Colombo…

Il copione, negli Usa come in molti altri paesi, non cambia e forse, prima che questa crociata memoriale si esaurisca per essere venuti meno tutti i simboli contro cui indirizzarla, piuttosto che essersi esaurite le ragioni della lotta, sarebbe bene provare a fare qualche riflessione, andando un po’ più in là del mero schierarsi dalla parte del politicamente corretto o del cieco estremismo.

Infatti, se è vero che la memoria, anche quella istituzionale, è il risultato di un alchemico processo di bilanciamento tra ricordo e oblio, bisognerà riflettere sulle conseguenze, a volte gravi e collaterali, che la distruzione come azione del dimenticare può comportare. Ma anche sugli effetti cui può condurre – in nome di una tradizione che non fa che reiterare torti mai riparati – l’autistica riproposizione di eventi e personaggi, che la ricerca storiografica ha provveduto a illuminare di nuova luce, intaccandone l’aura mitica.

Il giudizio circa l’opportunità politica e la legittimità giuridica che in ambito pubblico si possa procedere ad abbattere e rimuovere monumenti e statue resta aperto, dal momento che i diritti in gioco sono molti e diversi, rendendo il bilanciamento tra loro difficile.

La rabbia contro il razzismo e l’ingiustizia che in questi giorni, come in altre occasioni, si concreta in una furia iconoclasta non andrebbe pertanto né demonizzata né beatificata. Piuttosto rilevata come espressione di un conflitto endemico che emerge e che le istituzioni devono gestire nell’esercizio della loro funzione di integrazione politica. Non sono chiamate di per sé a reprimere le tensioni e neppure ad assecondarle facendosi promotrici della rimozione di simboli di una memoria ora invisa a una parte: da esse si pretende piuttosto che sappiano rilevare e gestire il conflitto.

La memoria non è mai “detta” una volta per tutte. Meno che mai oggi, nelle nostre società complesse, dove il pluralismo qualifica le nostre esistenza e non può che caratterizzare anche le nostre memorie, per questo inevitabilmente divise.

Le strade sono piene di statue mute, che non trasmettono nulla al di là della fredda pietra. Non generano emozione, non producono sdegno. Sono silenziosi simboli di un passato apparentemente pacificato, che vive nel nostro presente. Non di meno, esistono divisioni sotterranee pronte a venire alla luce in qualunque momento e a rendere manifeste dispute che sembravano sopite, riattivando memorie represse e così riaccendendo guerre civili memoriali che travolgono quelle statue e ogni altro simbolo a essere correlate.

Che fare dunque? È possibile impedire questi risvegli memoriali a volte violenti? È auspicabile neutralizzarli sul nascere?

La risposta come tutte le risposte a fenomeni complessi non può che essere complessa… e per questo più facilmente comprendibile se ricondotta a una metafora. Quella della febbre, alta, sempre più alta quando è in corso un’infezione. Ostinarsi a voler contenere la febbre, a curare la febbre in sé significa concentrarsi sul sintomo, condannando il paziente a morire di setticemia.

E’ vero che la pratica della damnatio memoriae attraverso la distruzione dei segni del passato in ambito pubblico ha origini lontane ed è strettamente legata al solido binomio potere-memoria, per cui il primo ha bisogno della seconda per fondare in chiave retrospettiva la propria origine, ma anche per immortalarsi prospettivamente. Non di meno, i nostri tempi si sono fatti più esigenti, anche in termini di costruzione della memoria…un processo complesso che per essere portato a compimento con successo deve muoversi tra coordinate quali la legittimazione, la plausibilità e l’inclusione.

Non basta dunque abbattere e ricostruire, non basta neppure, in chiave orwelliana, inventare nuove memorie giorno per giorno adatte al presente o limitarsi a conservare passivamente l’esistente.

Se un tempo la memoria era fatta di celebrazione, oggi è fatta più di riflessione che di rievocazione; nelle nostre società il rito memoriale ha senso se si fa commemorazione in funzione del presente e non della mera esaltazione del passato.

Nell’ultimo secolo abbiamo visto progressivamente cambiare le forme della memoria pubblica. Dal primo dopoguerra, passando poi attraverso l’insegnamento della teoria del contro-monumento, è andata prendendo spazio un’idea di memoria per così dire dialogica, in cui lo Stato è chiamato non a definire memorie, bensì ad inaugurare arene dove trovano spazio le diverse memorie divise del corpo sociale, quelle contrastanti, ma anche quelle represse, mai esplicitate.

La memoria pubblica diviene luogo della presenza, ma anche dell’assenza, facendosi occasione di manifestazione per tutti quei soggetti che sono parte della storia, pur non avendo mai contribuito alla sua scrittura. In quelle arene memoriali, anche attraverso il rifiuto della “versione” istituzionale della storia, coloro che in passato sono stati esclusi oggi possono divenire voce narrante e contribuire a costruire nuove memorie. Quelle statue sinora silenziose tornano a parlare. A volta possono anche urlare.

La memoria istituzionale nelle nostre democrazie costituzionali non può che essere una memoria che accetta il conflitto. Una memoria che, pertanto, è resa discorsiva. Una memoria delle possibilità.

Questo tipo di memoria non può escludere il verificarsi di episodi di iconoclastia, soprattutto in corrispondenza di momenti di transizione o colpi di Stato (anche se qui bisognerebbe sottolineare l’assenza effettiva di uno Stato che rende il caso diverso….). Ma non è possibile neppure limitarsi a rilevarli, reprimerli, normalizzarli…l’impegno memoriale cui lo stato costituzionale chiama è più articolato, impegnativo e coinvolge la memoria in una funzione che va ben al di là della mera cerimonia. Una funzione performante, pedagogica: la memoria oggi deve dare di che pensare, deve ingaggiare un confronto con i cittadini, deve mettersi alla prova, anche a costo di riaprire ferite mai cicatrizzate, per trovare nuove forme di convivenza pacifica.

E allora è importante che tra assecondare e benedire si scelga piuttosto una terza via, quella più difficile, ma l’unica davvero capace di dare i suoi frutti memoriali. La via della ricontestualizzazione, del dire di nuovo con parole nuove e inclusive, adatte a un nuovo pubblico, più ampio.

Parole capaci di riparare le ingiustizie, di raccontare, di esplicitare i valori su cui la società si fonda.

Dai pubblici poteri infatti, in un sistema democratico, si deve pretendere prima di tutto la capacità di affrontare il passato, non di rimuoverlo; di conoscerlo e di raccontarlo, fino a farlo diventare esso stesso strumento per rafforzare i valori costituzionali su cui si basa il presente.

È nella definizione di questa narrazione del passato che si misura il grado di elaborazione proattiva della memoria raggiunto da una comunità: nella capacità di bonificare i luoghi e di ricontestualizzare il dolore patito in opportunità per il presente, trasformando spazi che sono stati scene di violenza, traumi, ingiustizia in luoghi di commemorazione di valori come la pace, la dignità e la giustizia.

Quelle statue, per odiose che sembrino, si trasformano così in occasione per raccontare nuove memorie, per illuminare quelle assenze della storia che oggi si convertono in presenze di memoria.

Quando ci si sente esclusi dalla narrazione del passato di una comunità, la convivenza con i simboli memoriali di quel racconto collettivo diviene intollerabile. Ma la rimozione non può essere la via, perché distruggere vuol dire perdere pezzi, impedendo alle generazioni future di avere accesso diretto alla storia, anche attraverso la conservazione o la contestazione di spazi artistici e architettonici che rappresentano occasioni di rielaborazione di una versione coerente del passato, che divenendo intellegibile si fa presente e memoria. Significa nascondere, impedire di raccontare un’altra storia.

Al contrario, ricontestualizzare significa rileggere alla luce dei valori di oggi le scelte commemorative del passato; significa rigenerare la società a partire dai valori costituzionali su cui fondiamo le nostre comunità. Perché la memoria non è solo espressione di un collettivo bisogno di celebrare; oggi più che mai è piuttosto un’opportunità di conoscere e un’occasione per ricordare di nuovo da che parte stare e dire never again, nunca más. Mai più un altro Floyd.

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