La “formula Mattarella”

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di Francesco Severa*

La costruzione dell’Unità nazionale intorno ad un governo di coabitazione e ricomposizione partitica non è un inedito per l’Italia. Presupposto di questa necessitata convergenza non è semplicemente l’emergere di una situazione di difficoltà, se non di pericolo, per la tenuta economica, sociale e istituzionale del Paese; ma ancor più il fatto che a tale emergenza corrisponda una condizione di forte debolezza della politica, tale da comportare le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica (accade oggi, come accadde alla vigilia del varo del governo Monti).

Le essenziali indicazioni degli articoli 92 e 93 della Costituzione lasciano un ampio margine di flessibilità al processo di formazione di questa dinamica unitaria, di cui il Presidente della Repubblica diviene l’interprete più alto. A lui spetta individuare la formula dell’Unità, cioè la giusta alchimia per un esecutivo che possa contare su una maggioranza parlamentare composta da partiti spesso non semplicemente contrapposti, ma ideologicamente alternativi. In qualche modo, la formazione di un siffatto esecutivo reca ancor più marcata l’impronta dello “stile” del Presidente, che nell’emergenza, per necessità di Costituzione, si trova a ispirare, sollecitare e indurre lo sforzo unitario.

Queste le parole di Mattarella del 3 febbraio: «avverto pertanto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica». A fare da garante una figura di indiscusso valore, Mario Draghi. A servire da presupposto, l’allocazione delle risorse del Piano di ripresa stanziato da Bruxelles.

Ora, quello che si ipotizzava, dopo aver scomodato Draghi, è che la formula dell’Unità si sarebbe costruita intorno alla garanzia offerta da una così alta personalità. Un governo, dunque, con una salda guida “tecnica”, a costruire la cornice di sviluppo del Paese, e che avrebbe visto i partiti come semplici gregari, magari chiamati a riempire caselle di secondo piano nei ministeri. La formula “Super Mario” avrebbe certo rappresentato una soluzione di profonda rottura politica, forse accarezzata da una parte della pubblica opinione, che oggi guarda al sistema partitico italiano con un certo distacco. Eppure, una formula questa con una debolezza intrinseca: il rischio che prima o dopo gli stessi partiti la rigettino, facendo mancare la fiducia parlamentare e bruciando definitivamente il “migliore” (un film già visto!).

A pensarci bene, il sospetto che questo non fosse il punto di caduta immaginato da Mattarella poteva venire fin da subito; fin da quando cioè si è cominciato a parlare di un doppio giro di consultazioni e di un confronto con le parti sociali. Nel caso di un governo tecnico a bassa incidenza politica, tutto questo sarebbe sembrato infatti sovrabbondante.

C’è poi un aspetto ideologico-politico da considerare. Sergio Mattarella resta un cattolico. E da buon cattolico non crede ai supereroi. Crede cioè che nulla di buono, stabile e duraturo possa essere costruito sul soggettivismo e sulla dottrina dell’uomo forte. E il primo governo presieduto da Mario Draghi è la plastica realizzazione della “formula Mattarella”, che potremmo sintetizzare in tre parole.

Politica. La presenza dei partiti in questo governo, così perfettamente soppesata e bilanciata e comunque superiore rispetto a quella dei tecnici, risponde a una logica di legittimazione dell’azione dell’esecutivo, mai forse così ampia nella storia repubblicana. Appartiene però anche ad un tentativo di pacificazione nazionale. Dopo questa esperienza di “governo unitario” nessun partito potrà più disconoscerne un altro, essendo stati seduti al medesimo tavolo. Dopo questa tregua, sarà impossibile pensare in futuro ad una contrapposizione muscolare.

Continuità. Pur avendo appaltato totalmente la gestione economica a Mario Draghi, negli altri ministeri chiave (pensiamo alla Farnesina e al Ministero della Salute) si è voluta assicurare la stabilità dei ruoli, così da evitare che cambiassero gli interlocutori e che si proponessero fisiologici momenti di inattività al cambio del titolare del dicastero.

Esperienza. Tutte le scelte ministeriali, anche quelle che provengono dai partiti che non erano presenti nella vecchia maggioranza, sono cadute su personalità che avevano già avuto esperienze di governo. Si pensi alla rappresentanza di Forza Italia o ad Andrea Orlando, che per il partito democratico aveva già ricoperto due volte il ruolo di ministro. Come se si fosse preferito assicurare l’immediata operatività dell’esecutivo, scegliendo personalità non estranee alla burocrazia ministeriale.

Un assetto di certo inedito, ma che non elimina alcuni punti debolezza. Un primo rischio è quello della mancanza di coordinamento unitario, ove non si creasse un modello stabile di concertazione tra i capi dei partiti di maggioranza e il nuovo Capo del governo. Un secondo quello della litigiosità tra le varie componenti politiche, che potrebbe arrivare alla sconfessione reciproca e soprattutto alla presa di distanze dall’attività del governo. Esiste, infine, il concreto pericolo che le contraddizioni scoppino all’interno delle forze politiche e che all’unità esterna tra i partiti si contrapponga la disgregazione intestina degli stessi (in tendenza sono stati scelti, per guidare i singoli dicasteri, i rappresentanti delle correnti più moderate delle singole formazioni partitiche, lasciando fuori gli elementi meno dialoganti).

In qualche modo, questa formula unitaria interpreta a pieno (è indubbiamente funzionale a) l’idea di stabilire un periodo di transizione politico-istituzionale, che stabilisca una nuova legittimazione reciproca per le forze che partecipano all’esecutivo, mettendo fine alla contrapposizione muscolare. Entrare nel perimetro dell’esecutivo ha significato, in sostanza, riconoscere alcuni punti fermi (ad esempio, la ormai non più scontata collocazione euro-atlantica dell’Italia), da cui sarà difficile poi sottrarsi. La “formula Mattarella” è, dunque, il tentativo di anticipare e strutturare i futuri assetti istituzionali del Paese. Non è un caso che alcuni giornalisti abbiano definito questo come il “governo del successore”. 

Dottorando di ricerca in Teoria dello Stato ed Istituzioni politiche comparate – Dipartimento di Scienze Politiche, Università La Sapienza di Roma

 

L'immagine è di Altan, "La Repubblica"
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