Il popolo non esiste, la democrazia invece sì!

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di Gladio Gemma

Secondo un detto, “le bugie hanno le gambe corte”. Credo sia vero, ma sia necessario aggiungere, criticamente, che “le grandi bugie hanno le gambe lunghe”. Infatti, se rievochiamo la storia e, ad esempio, pensiamo alle vicende degli ebrei, verifichiamo quali menzogne storiche nei loro confronti (e non solo quelle naziste) siano state durature. In questa ottica generale, si può dedicare lo sguardo ad una grande bugia, ad un grande falso, che ha resistito, e resiste, nel tempo. 
Prenderò le mosse, onde conferire dignità culturale al discorso che farò, da due considerazioni (fra le molte che si possono riprendere) di due (assai) autorevoli intellettuali italiani. Ha scritto Bobbio che “Popolo non solo è un concetto ambiguo, proprio perché non esiste se non per metafora un tratto chiamato “popolo” distinto dagli individui che lo compongono, ma è anche un concetto ingannevole” (le parole si rinvengono nel volume dell’Autore, intitolato “Teoria generale della politica”, pp. 331,332). Di rincalzo, afferma Sabino Cassese, che “per quanto possa apparire strano, vi sono oggi nello spazio pubblico tante parole che vengono caricate di un sovrappiù di significati e che finiscono per creare aspettative, valori, ideologie”, e cita quali esempi di tali parole “popolo”, “democrazia”, “rappresentanza” (le espressioni si rinvengono nel recente scritto dell’Autore, “Intellettuali”, pp. 49,50). In estrema sintesi, il popolo non esiste e, come si dirà, non esistono i requisiti attribuiti al popolo.     
Ma che cosa significa la inesistenza del popolo?          
Se si intende il popolo quale sommatoria di individui aventi un identico status giuridico, cioè la cittadinanza (sulla falsariga di quanto scrivono i manuali di diritto pubblico), è indubbio che il popolo esiste, cioè è un’entità reale, poiché sussiste fisicamente, quindi nell’empiria, un complesso di persone in carne ed ossa aventi quel detto status. L’affermazione, secondo cui il popolo non esiste, è costituita da una inconfutabile (così ritengo, ben supportato da illustre dottrina) negazione dell’esistenza di un’entità collettiva dotata delle proprietà le quali sono proprie (solo) dei singoli che lo compongono. Più esattamente, i cittadini singoli hanno una coscienza ed una volontà – tralasciamo le eccezioni rappresentate dagli incapaci di intendere e di volere, nonché la problematica di ordine biologico o psicologico relativa alla capacità degli essere umani di intendere e di volere – mentre un’entità collettiva, costituita poi da milioni e milioni di individui, aventi i più disparati interessi e le più disparate opinioni, non ha e non può avere un qualcosa di simile alle proprietà individuali (peggio ancora se, per una retorica quanto stolta affermazione, il popolo, rappresentato in termini antropomorfici, sarebbe addirittura più intelligente dei suoi componenti, anzi una divinità sovraordinata agli stessi). Con una battuta, a rigore, il popolo è un’entità incapace di intendere e di volere!       
Come ha ammonito il grande filosofo del diritto richiamato in precedenza, il termine “popolo” ha solo un significato metaforico e la metafora denota qualcosa che non esiste nella realtà. Per riprendere una battuta di un autorevole giurista, Galgano, che si è occupato delle “insidie del linguaggio giuridico”, si può ben dire, con parole metaforiche, che “la Rivoluzione mangia i suoi figli”, perché è scontato per tutti che non esiste un’entità fisica (cannibale) che mangia esseri umani. Ma vanno bandite le metafore, quando esse vengono scambiate (da creduloni o sprovveduti) quali asserzioni su fenomeni reali esistenti. Purtroppo, per un inveterato vizio secolare, si continua a configurare il popolo quale soggetto antropomorfico che è dotato di coscienza e volontà e che manifesta quest’ultima con atti che devono essere eseguiti in quanto disposti da un presunto superuomo. 
Da questa tesi si possono dedurre una serie di conseguenze di immensa portata. Molte opinioni e proposte di natura costituzionale, che trovano fondamento nella fallace convinzione circa l’esistenza del popolo, nonché nella presunta supercapacità di intendere e di volere di quest’ultimo in rapporto ai suoi componenti, risultano infondate e vanno “rottamate”. Non è questa la sede per una rassegna di tutte le affermazioni sull’apologia del “potere del popolo” e sulle soluzioni istituzionali dedotte da tale apologia. In questo breve scritto preme però sostenere anche una tesi, che, a dispetto delle apparenze, non è in contrasto con l’affermazione di fondo di cui in precedenza.    
Regole ed istituzioni umane possono avere giustificazioni multiple, cioè, con una bipartizione di comodo, “massimaliste” o “minimaliste”. Orbene la caducazione di una giustificazione “massimalista” può ben lasciare in vita regole od istituzioni, che trovino un fondamento “minimalista”. Per fare un esempio, se si concepisse l’istituto del matrimonio come il “coronamento di un sogno d’amore” di due persone con una permanenza della passione amorosa durante tutto il corso della vita, si configurerebbe un fondamento assurdo dell’unione matrimoniale dato che, salvo rari casi, non si verifica tale permanenza di tipo affettivo (e, purtroppo, in numerosi casi, vengono a cessare matrimoni per dissidi o conflitti coniugali). Se, invece, si concepisce realisticamente l’unione matrimoniale come un rapporto, utile per esigenze sia dei coniugi che dei figli, rapporto che può ben permanere nel tempo anche se venga meno, negli anni, la passione amorosa giovanile, ci sono buone ragioni per il mantenimento in vita dell’istituzione matrimoniale da parte della società (pur con la previsione del divorzio nelle ipotesi di gravi disarmonie che, purtroppo, possono manifestarsi tra i coniugi).         
Ho fatto un discorso generale, ma c’è un’applicazione di questa tesi anche in materia costituzionale, ove è investito il preteso “potere del popolo”. Più esattamente, all’interrogativo se, negata l’esistenza del popolo, abbia ancora un fondamento e un senso la democrazia, io ritengo che si debba rispondere positivamente, se intendiamo quest’ultima quale democrazia rappresentativa, in cui sì i cittadini non governano, ma sono sempre governati, però i governanti incontrano limiti e condizionamento e possono essere sostituiti mediante procedure competitive ed in presenza di vere libertà politiche, nonché di garanzie giurisdizionali. Quindi democrazia, che si sostanzia in un “potere sul popolo” ben diverso da quel “potere sul popolo” arbitrario ed oppressivo che è proprio dei regimi autocratici, gli unici che, storicamente, costituiscono un’alternativa ai regimi liberaldemocratici.

Per quanto riguarda la motivazione favorevole alla democrazia storicamente conosciuta e pensata in un’ottica “minimalista”, mi limito a richiamare, facendole mie, le parole efficaci di un sociologo spagnolo. Secondo questi, “la democrazia è l’unica soluzione che abbiamo trovato al problema di coniugare tre aspirazioni opposte, ma altrettanto sentite, dell’uomo moderno: il desiderio di essere liberi, quello di essere tutti uguali e quello di una solidarietà tra noi e gli altri”. Queste parole, (ed altre che seguono, ma che non si riportano qui) di Giner, nel libro “Le ragioni della democrazia”, p.150, ben prospettano e motivano il fondamento pragmatico dei regimi democratici, senza alcuna propensione a ricorrere ad una teologia mistificante del dio-popolo.

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