Parità di genere: una provocazione

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di Glauco Nori

Per la rapidità con la quale evolvono le situazioni, diventa sempre più difficile fare previsioni sul futuro. Una delle conseguenze è che molte decisioni vanno riviste con la stessa rapidità, provocando perplessità nell’opinione pubblica, abituata a tempi diversi.

Quando si può fare affidamento su  una certa stabilità, ci si dovrebbe aspettare coerenza così da almeno ridurre le complicazioni. Che, per esempio, si debba rimediare alle disparità  tra donna e uomo sembrano tutti d’accordo, almeno a parole. Il ritardo,  del quale spesso ci si lamenta, poteva essere previsto: per l’origine e per la particolarità delle condizioni attuali una soluzione rapida era  praticamente impossibile.

Delle cause ci si è occupati poco, forse perché risalenti. Nelle formazioni sociali di qualche migliaio di anni fa, per procurarsi i mezzi di sopravvivenza, erano indispensabili  forza e resistenza fisica  mentre, per la sopravvivenza della collettività, il numero di nascite doveva  compensare  le morti, numerose fin dalla prima  età. L’uomo, di conseguenza, per la sua maggiore prestanza fisica è diventato il gestore della vita sociale; la donna, con una durata della vita media molto inferiore all’attuale, si è trovata a fare figli in pratica in tutto il suo periodo fertile e, tra gravidanze e cura dei bambini, diventava impossibile, se anche ne avesse avuto le capacità fisiche, occuparsi dei mezzi di sostentamento. Erano i maschi che dovevano provvedere. La loro posizione preminente è stata, dunque, un effetto di natura e non imposta.

Si è andati avanti così per millenni e, per la lentezza nella evoluzione dei mezzi disponibili, si è continuato a considerare la situazione come naturale. Non si potrebbe parlare nemmeno di cultura, intesa come elaborazione progressiva di principi  sull’organizzazione della vita sociale.

La situazione sfavorevole della donna non dovrebbe, dunque, essere imputata all’uomo perché, una volta che per la riproduzione umana la natura aveva predisposto il sistema bisessuale, quell’effetto diventava inevitabile. E’ stata l’evoluzione dei mezzi disponibili, particolarmente rapida negli ultimi tempi, a creare le condizioni per una organizzazione sociale nella quale  la posizione  della donna, in alcuni settori, si è andata alleggerendo. Perché anche la sua collocazione sociale potesse mutare  nella misura corrispondente diventava necessaria una evoluzione, questa volta culturale, i cui tempi sono sempre lunghi.

Da parte dell’ambiente maschile non si può dire che sia stato fatto quanto era possibile: anche questo prevedibile perché chi si trova in posizione preminente è difficile che si dia da fare per eliminarla o ridurla.

Per superare una situazione così radicata, intesa come naturale, sarebbe stato necessario l’abbandono di tutti i principi connessi, non solo quelli ad evidenza maggiore, tenendo conto che, se alcuni avevano provocato alla donna l’indebolimento della sua posizione, altri, quasi in forma di compensazione parziale, l’avevano favorita.

Anche questi ultimi sarebbero da superare perché mantenerli verrebbe ad essere una conferma, anche se tacita e parziale, della condizione che li aveva ispirati, quindi incoerente con le rivendicazioni.

Se non si può dire che dalla parte maschile si stia tutt’ora facendo tutto quello che si dovrebbe, qualcosa di analogo si può dire  anche per la donna.

Nella vita sociale ha avuto la precedenza in alcuni rapporti ed ha quasi sempre prevalso nell’allevamento dei figli, quanto meno nei primi anni. Non era, naturalmente, un beneficio essere stata dìspensata dalle prestazioni per le quali non aveva la prestanza fisica, al tempo necessaria. Si dirà che sono cose di poco conto rispetto agli oneri, ma questi ed altri trattamenti erano collegati alla loro posizione discriminata sui quali  si dovrebbe  ugualmente intervenire.

Ad un equilibrio complessivo si arriverà probabilmente quando alle generazioni, maturate  nella vecchia atmosfera,  subentreranno le nuove, sia degli uomini che delle donne, in grado di affrontare la questione con mente aggiornata. Si dovrebbe cercare oggi almeno di cominciare.

Le rivendicazioni femminili attengono soprattutto ai diritti e alle posizioni nella vita di lavoro, che andrebbero rapportati alle  attitudini e capacità, eliminando qualsiasi squilibrio legato al sesso. Con questa premessa non  sembrano coerenti, sempre nell’ambiente di lavoro, certe forme di abbigliamento: gli orecchini, le collane  e i tanti anelli ed anche lo smalto sulle unghie; lo scopo di tutti questi accorgimenti è stato all’origine di valorizzare le sue doti fisiche per una maggiore attrazione sul piano fisico. Su queste non si dovrebbe fare affidamento quando si rivendicano posizioni fondate sulle capacità di lavoro e professionali. Nell’ambiente di lavoro per la stessa ragione dovrebbero essere evitati indumenti che mettano  in evidenza le proprie forme, come  pantaloni particolarmente attillati e le scollature, più o meno ampie, per valorizzare il seno. L’abbigliamento dovrebbe  essere neutro per entrambi i sessi  quando si rivendica l’uguaglianza. 

Si obietterà che sono questi dati trascurabili e che la parità non significa che si debba rinunciare a valorizzare il proprio corpo.

Sul piano sociale, prima che giuridico, la collocazione individuale dipende anche dal modo in cui ci si propone. Se la disparità è stata provocata dai requisiti fisici della donna, continuare a mettere in evidenza quelli stimolanti, ad esempio dal punto di vista sessuale, significa restare legati alle tradizioni. Questo non comporta che non si possa in via assoluta, ma solo che non si dovrebbe andare oltre misura nell’ambiente dove si rivendica la parità. Quando poi ci si rende disponibili a prestazioni sessuali per la progressione di carriera, si dimostra nella forma più chiara che si intende usufruire ancora delle pratiche meno corrette che a suo tempo hanno contribuito alla disparità. Lo stesso si potrebbe dire a proposito della dote, anche se ormai fuori moda, utilizzata per una valutazione della donna più favorevole dal punto di vista patrimoniale, spesso oggetto di una vera e propria contrattazione.

Se si guarda in giro, si vede che in alcune società, per la situazione culturale condizionata da motivi anche religiosi, la posizione della donna è restata fortemente subordinata. Da parte della donna diventa, dunque, necessario un salto culturale che richiederà ugualmente un certo tempo.

Potrebbe sembrare, questo, un  argomento da gossip, come oggi si dice;  è forse solo questione di coerenza, da seguire soprattutto quando si è dalla parte della ragione.

In questa sfera si stanno manifestando, non sempre avvertiti,  gli effetti di un fenomeno di portata vasta che potrebbe essere definito di ‘condizionamento da velocità. 

L’accelerazione in questi ultimi tempi nel cambiamento anche della posizione della donna è stata possibile  per la disponibilità di strumenti che hanno consentito risultati impensabili fino a poco fa. Oggi è in grado di operare nell’ambiente sociale ed economico in parità con l’uomo.

Della tecnologia si sono imposti all’attenzione gli effetti  nell’industria e nei servizi. Né poteva essere altrimenti tenuto conto della visibilità di quegli effetti anche per i non specialisti.

Pur se meno evidenti, se ne sono prodotti anche nella sfera privata delle persone, in particolare delle donne madri  che possono oggi dedicarsi ad attività extrafamiliari in concorrenza con gli uomini. Alcuni di questi strumenti operano in pratica alla velocità della luce; non si può pensare che con  la stessa velocità si producano gli effetti riflessi nelle sfere collaterali.  Di questo non  si è tenuto conto, sempre per ritardo culturale, riferibile anche agli uomini dal momento che coinvolge l’intera società, non solo la sfera femminile. E’ mancata la consapevolezza che l’evoluzione tecnologica non avrebbe inciso  solo nella sfera della produzione e dell’economia in generale, ma anche nei rapporti sociali fondati su condizioni superate, quando non compatibili. Entrambe le parti si sarebbero dovute dare da fare per almeno eliminare alcuni degli ostacoli che avrebbero prodotto ritardi.

Va evitato un equivoco: tutto questo non significa che la donna debba rinunciare a mettere in evidenza le sue doti fisiche, ma solo che dovrebbe farlo nei rapporti nei quali non si rivendica la parità. Né  è da escludere che una donna, che nell’ambiente lavorativo assumesse una immagine neutra,  negli altri rapporti sociali possa ottenere risultati più brillanti che  sottolineando le sue qualità fisiche.

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Un commento su “Parità di genere: una provocazione

  1. La ricostruzione “storica” dei motivi della diseguaglianza è convincente, ma la parte “prescrittiva” non persuade affatto. Sembra che solo le donne si presentino sul posto di lavoro – cioè nell’arena della competizione professionale – agghindate in modo da mettere in risalto le proprie virtù fisiche e di richiamo sessuale, mescolando queste virtù con quelle professionali: ma è proprio così? Gli uomini no? Vestiti attillati che mettono in risalto i muscoli (o altro), barbe e baffi, sopracciglia modellate, profumi, tatuaggi e mille aggeggi simbolo di ricchezza e potere, nonché di “mascolinità”, sono nella normalità dei casi. Prendersela con la moda femminile mi sembra banalizzare la cosa. In fondo il luogo di lavoro è anche uno dei principali luoghi di incontro sociale, in cui si lavora ma anche si conoscono persone e si “adesca”.

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