Verso il terzo mandato. I presidenti delle regioni sempre più monarchi assoluti?

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di Ivo Rossi

Le democrazie sono organismi fragili, da maneggiare con assoluta delicatezza. Vivono di pesi e contrappesi, di bilanciamenti dei poteri per evitare che il venir meno della dialettica o l’indebolirsi della rappresentatività democratica possa rafforzare il potere di un singolo o di gruppi di potere che ne cambierebbero la natura. Vivono di norme scritte, poste per scongiurare il pericolo dello scivolamento verso le autocrazie, come vengono definite quelle oligarchie che una volta preso il potere sono poi in grado di creare dei poteri assoluti e personali. Le democrazie, private dei necessari cheks and balances finalizzati all’equilibrio dei poteri, messa in discussione l’indipendenza della magistratura e imbavagliata la libera stampa, vivono momenti di crisi anche all’interno dell’Unione Europea, come ci ricordano il caso polacco e l’Ungheria di Orban.

Per queste ragioni, i meccanismi di funzionamento della democrazia ci riguardano anche quando sembrano toccare aspetti solo apparentemente marginali. In questo senso, l’orientamento che starebbe portando all’eliminazione del vincolo dei due mandati degli assessori regionali, preludio dell’introduzione del terzo mandato per i presidenti delle regioni – anche se in questo caso è necessaria la modifica della legge statale 165/2004 e dello stesso Statuto regionale – non è questione da affrontare quasi si trattasse di una formalità insignificante.

In questi anni le regioni sono profondamente cambiate. Le ha cambiate l’elezione diretta dei presidenti. Le hanno cambiate le moderne modalità di comunicazione, in cui ai media tradizionali – i giornali e le Tv che in passato fungevano da ‘cani da guardia del potere’ – si sono sostituiti i social media che consentono una comunicazione diretta e personale di chi detiene il potere. La gestione della pandemia è stata, da questo punto di vista, una spia esemplare dei cambiamenti in corso. Regioni cambiate dalla profonda crisi in cui versa il sistema dei partiti e la nascita dei partiti personali, preludio alla personalizzazione delle istituzioni.

Abbiamo assistito in questi anni in quasi tutte le regioni, dalla Campania al Veneto passando per la Puglia, ad una personalizzazione del ruolo dei presidenti, un ruolo che li ha resi protagonisti unici senza contraddittorio. Siamo in presenza di una torsione che sta trasformando le regioni in istituzioni monocratiche: le regioni sono diventate i loro presidenti. E se il presidente del Consiglio dei Ministri è un primus inter pares, dotato di una facoltà di coordinamento dell’azione di governo, i presidenti delle regioni sono andati trasformandosi in monarchi assoluti che sempre più governano attraverso i comitati di direzione formati da dirigenti da loro stessi nominati. Le stesse giunte, più che organi collegiali di formazione delle decisioni, sono sempre più diventate organi di ratifica di input assunti direttamente dal presidente con i suoi collaboratori tecnici, trasformando gli assessori, salvo rarissimi casi, in portavoce del presidente di cui portano i saluti nei convegni.

Ma è soprattutto l’istituto del Consiglio Regionale ad essere scomparso dalla scena, ridotto com’è a presenza muta e ininfluente, in cui non è solo l’opposizione ad aver completamente perso ogni ruolo, anche sul piano soggettivo, ma anche gli stessi consiglieri di maggioranza, trasformati in yes man senza parola. Mattarella, nel suo discorso di reinsediamento al Quirinale ha, a questo proposito, ricordato “Il ruolo del Parlamento (vale anche per i Consigli Regionali, che sono organi legislativi) come luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono”. Reinterpretare i rapporti Presidenza, Giunta e Consiglio, alla luce delle trasformazioni intervenute e dei cambiamenti sociali in atto, è dunque essenziale per il buon funzionamento della nostra democrazia. Bilanciare il potere presidenziale con un più marcato ruolo del Consiglio Regionale, sia in termini di indirizzo che di controllo è essenziale e propedeutico a qualsiasi dibattito sulla estensione dei mandati degli assessori e del presidente, che nel Veneto diventerebbe il quarto mandato. Trattare con grande cura la nostra democrazia è un dovere di tutti, perché non ci è mai data una volta per tutte: va continuamente rinnovata e “costantemente inverata”, come ci ricorda Mattarella. Si tratta di un dibattito che riguarda la società veneta tutta, non solo gli addetti ai lavori, una società plurale, fatta di molteplici autonomie funzionali e sociali che rischia di essere privata della sua rappresentanza sostanziale, con il tradimento della sua storia fatta di sussidiarietà nell’esercizio dei poteri.

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