di Giovanni Di Cosimo
La contesa referendaria fatalmente polarizza le posizioni, tanto che il dibattito sulla riforma dell’ordinamento della giustizia si è subito animato. Il problema è che il testo formulato dal governo e fatta proprio senza cambiare una virgola dalla maggioranza parlamentare, non sembra capace di suscitare un reale interesse dell’opinione pubblica. Ciò anche per la ragione che i veri problemi della giustizia sono altri, a cominciare dalla lunghezza dei processi, come ha ammesso il ministro. Nondimeno, malgrado i tecnicismi e le polemiche, resta la necessità di capire il senso profondo di una riforma che, come ha chiarito sempre il ministro, mira a ridurre il potere dei giudici a favore della politica. Non sarà facile orientarsi (nel giornale vedi Bartole, D’Andrea, Prisco, Di Cosimo), ma potremmo iniziare sgombrando il tavolo dagli argomenti meno convincenti e dalle strategie meno pertinenti. Ne indico tre.
Le squadre. Alcuni mal tollerano il ruolo assunto dall’associazione nazionale dei magistrati, che ha costituto un comitato per il no (l’unico finora). L’accusa è che in questo modo l’Anm si farebbe partito politico; che si tratta di magistrati militanti.
Come valutare questo argomento? Tralasciando il fatto che mira a mettere in dubbio la legittimità della parte che si avversa, potremmo semplicemente osservare che le modifiche costituzionali interessano tutti i cittadini e quindi anche i magistrati (singoli e, se lo ritengono, associati fra loro). È opportuno quindi che si sviluppi un dibattito pluralistico, animato anche da soggetti non partitici, visto che i partiti hanno detto la loro in Parlamento, e il referendum serve proprio ad opporsi alla risoluzione della maggioranza di governo, sempre che il corpo elettorale non la condivida, come è già accaduto due volte nella storia repubblicana.
D’altra parte, è pur vero che i magistrati, e assieme ad essi gli avvocati, sembrano talvolta ritenere, con un errore prospettico forse inevitabile, che la riforma interessi soprattutto loro. Piuttosto, proprio tali corporazioni sono chiamate a misurarsi con la non semplice sfida di appassionare al tema gli altri cittadini, che pure subiranno le conseguenze della riforma. A tale scopo, più voci si odono, meglio è. Il punto non è chi parla, ma la bontà degli argomenti che propone.
I giocatori. Questa considerazione vale anche per la scelta di schiarare esponenti famosi della società civile a sostegno delle contrapposte posizioni. Particolarmente apprezzati sono anche i “fuoriusciti” dal campo avverso (magistrati o ex magistrati per il sì, per esempio). Evidentemente, si pensa che il testimonial famoso rafforzi la propria posizione, cosa che non si può escludere. Ma il punto è che le tesi in campo andrebbero valutate criticamente per apprezzarne pregi e difetti, e non in relazione ai personaggi che le supportano. Anche questa strategia non aiuta dunque a capire davvero i termini della questione.
La posta. Infine, non manca chi delinea scenari apocalittici. Su un fronte, si sostiene che la vittoria del no porterebbe alla legittimazione politica della magistratura. Sull’altro, che la riforma si inscrive nel quadro dell’attacco che alcuni regimi autocratici in giro per il mondo hanno mosso alla giurisdizione.
In effetti, l’impatto della riforma non va sottovalutato, non fosse altro perché smembra il Consiglio superiore della magistratura, i cui componenti saranno oltretutto estratti a sorte, con l’intento evidente di depotenziarlo. Ma non sembra proprio che all’opera ci sia un regime autocratico, e nemmeno che la bocciatura popolare porterebbe alla deriva plebiscitaria dei giudici. Anche alzare i toni non aiuta a comprendere la reale posta in gioco di una riforma che, non dimentichiamolo, non risolve nessuno dei problemi della giustizia che interessano davvero i cittadini, come ha spiegato bontà sua il ministro.
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