Il doppio debito della magistratura

di Alessandro Lauro

Il sovrano ha parlato e ha detto no. Un no chiaro e netto, a difesa degli equilibri della Costituzione e della sua ponderata scrittura.

I principali beneficiari di questo No sono loro, i magistrati, divenuti oggetto di una sgradita attenzione riformistica, non voluta, ma non per forza completamente immeritata. Il no che si è levato in questo finesettimana primaverile difende il loro autogoverno, così come disegnato dai Costituenti. Ma va prestata attenzione: l’esito non si può considerare un assegno in bianco, un’offa che dice “bene così, continuate pure come se niente fosse”.

Il testo della riforma era confuso, sgrammaticato, poco ponderato e ponderabile. Eppure qualche problema, fra quelli emersi nei dibattiti, è reale e non può essere sottovalutato, a pena di ritrovarci, fra qualche anno, con proposte ancora peggiori. Proprio per questo la magistratura è ora doppiamente debitrice.

Il primo grande debito dei magistrati è verso i loro concittadini, che formano “il popolo” nel nome del quale ogni sentenza è assunta. Sappiamo benissimo che i problemi della giustizia sono seri, logistici, riguardano la carenza di mezzi e persone, la farraginosità e l’instabilità della legislazione (specialmente di quella penale, modificata volentieri a colpi di decreti-legge). Eppure, le istituzioni camminano sulle gambe delle donne e degli uomini che le incarnano.

Un’aula di scuola, per quanto bruttina e antiquata, può restare uno dei più bei ricordi di un bambino e un laboratorio di ingegno, creatività ed educazione se c’è un insegnante appassionato, che sa trarre il meglio dai pochi mezzi a disposizione, sa trasmettere un metodo per pensare, incuriosirsi ed imparare. L’aula di tribunale non è troppo diversa. Certo, ci sono rigidità imposte dalla legge, ci sono termini, procedure, fasi. Ma ci sono tanti spazi in cui la buona volontà di un magistrato può alleggerire davvero molto la vita e le attese di coloro che chiedono giustizia. E qui si dirà: ci sono carichi pendenti enormi, carenze, ecc. D’accordo, ma chiunque ha messo piede in un tribunale e ha avuto a che fare con la giustizia sa benissimo quanto le qualità personali dei singoli giudici siano rilevanti. Gli stessi magistrati lo sanno benissimo, soprattutto quelli devoti al loro lavoro: una lettura attenta degli atti e dei documenti, uno sforzo per rendere sentenze in tempi un poco più brevi (soprattutto quando sono semplici, o richiedono meri “copia-incolla” dagli atti delle parti) sono piccoli segnali che aiutano, nel concreto, a rendere la giustizia più credibile e quindi più apprezzata; dunque, meno attaccabile.

Il risultato referendario mostra che le narrazioni, per quanto artatamente costruite nel tempo, non reggono alla prova dei fatti. E quelli descritti sopra sono fatti. Piccoli gesti, storie con la s minuscola, ma che sono in grado di convincere più di qualunque comizio.

E questo i giudici devono ricordarlo anche nei confronti degli avvocati (categoria su cui ci sarebbe tanto da dire e forse anche da riformare): molti si sono spesi per il sì, ma tanti altri hanno unito le loro voci a chi contestava questa riforma. Un più marcato rispetto della dignità professionale dei difensori (civili o penali che siano) è un altro piccolo segnale di attenzione, che non richiede riforme organiche, ma che può contribuire a rendere l’intero sistema della giustizia più coeso e meno – inutilmente – conflittuale. Ovviamente, qualche sforzo dovrebbe essere fatto anche dall’avvocatura, in un Paese in cui l’obiettivo (legalmente perseguibile) di un avvocato penalista è, nella stragrande maggioranza dei casi, la prescrizione dei reati e non l’assoluzione dalle incriminazioni.

Il secondo immenso debito è nei confronti della Costituzione. Si sono attivati per difenderla, per difendere la parte che li riguardava più puntualmente. Ora devono ricordarsi di difenderla sempre, in tutte le sue parti. Lo si chiede a loro perché sono i giudici (ordinari o speciali) le “porte” del giudizio di costituzionalità. Sono loro che, chiamati ad applicare una legge nel processo, possono attivare la Corte costituzionale, dubitando che quella stessa legge sia conforme alla Costituzione, in tutte le sue parti.

Sono loro a poter dubitare non solo di cosa contiene la legge, ma anche di come è stata approvata. Possono domandare alla Consulta se un decreto-legge era davvero adottato in “casi straordinari” ed urgenti, se la legge di conversione può accettare norme sull’universo mondo che nulla c’entrano con l’urgenza, se una delega legislativa è stata data in bianco, se è ammissibile che un Governo chieda, tramite questione di fiducia, che venga approvato in massa un maxiemendamento con migliaia di commi o una legge delega, in cui non si sa più chi è il delegante e il delegato.

Poi la Corte costituzionale deciderà. Nel Palazzo della Consulta possono registrarsi molti equilibri, ma siamo certi che, se la domanda non verrà mai posta, non ci sarà mai risposta. E sappiamo anche che se oggi la risposta non è soddisfacente, non è detto che non possa cambiare domani.

E questo vale anche per le risposte del corpo elettorale: festeggiamo questo risultato, ma impegniamoci affinché domani non serpeggino nuove ragioni per cambiare idea.

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