La magistratura preferita (a ragione) alla politica

di Maurizio Malo

Per fortuna, la maggior parte dei votanti al referendum costituzionale sulla magistratura ha preso sul serio l’ammissione del Ministro proponente (Carlo Nordio) fissata nel suo libro (Una nuova giustizia, pagg. 122-123), ovvero che il fine autentico della riforma (scampata) consisteva nel “mettere in riga” la magistratura, accusata di intralciare l’azione politica di qualsiasi maggioranza di governo: infatti (scrive il Ministro) «si sa benissimo quanto sia stata limitata la sovranità della politica davanti all’invadenza delle Procure».

In effetti, quello di domenica scorsa è stato un voto inteso a scegliere tra “ceto politico” e “magistratura”. Sono in parte tornati al voto gli sfiduciati dell’attuale politica (e delle attuali discipline elettorali). La comunità si è espressa a maggioranza nel senso di preferire la magistratura, che pure non sarà “perfetta” ma è di gran lunga migliore rispetto al ceto politico. La maggioranza dei votanti non ha esitato: tra Gratteri e Delmastro ha scelto il primo.

Del resto, era chiaro, già in corso di approvazione (rapida e “risoluta”) della legge di revisione costituzionale, che il fine sostanziale della riforma consisteva nel progressivo indebolimento dell’autonomia della magistratura. Ed era pure chiaro che quello sarebbe stato solo il “primo tempo” del disegno politico-costituzionale volto a mutare profondamente la “forma di governo” e la “forma di stato” del Paese: il “secondo tempo” sarebbe stato quello della riforma costituzionale per l’elezione diretta del primo ministro. Ma dopo l’esito referendario, c’è da credere (e da sperare) che la maggioranza di governo sarà più cauta nel completare l’iter procedurale di questa seconda revisione costituzionale (al momento, il testo è stato approvato una prima volta dal Senato; mancano quindi tre deliberazioni: le due della Camera e la seconda del Senato).

L’aspro scontro tra sostenitori del “sì” e sostenitori del “no” alla riforma costituzionale della magistratura ha visto divisi pure i costituzionalisti (com’è noto). Dalla parte del “sì”, si è sostenuto che la riforma, lungi dal colpire gli equilibri costituzionali, avrebbe «ristabilito quegli equilibri» (Augusto Barbera). Dalla parte del “no”, oltre a “svelare” il vero volto dell’operazione («con la scusa della lotta al correntismo», si tende a riportare la magistratura tutta «alle caratteristiche strutturali e organizzative che ne condizionavano il funzionamento nell’epoca pre-costituzionale», senza indipendenza e autonomia: Enrico Grosso), sono stati evidenziati seri dubbi di costituzionalità rispetto ai principi costituzionali supremi (che neppure una legge costituzionale può violare), come per la composizione dei due CSM mediante sorteggio, in quanto per le decisioni di competenza (frutto di discrezionalità amministrativa e normativa) la composizione dell’organo o degli organi di “autogoverno della magistratura” mediante elezione risulta doverosa, secondo il principio democratico-rappresentativo: principio costituzionale supremo (Sergio Bartole e Roberto Bin).

Ma a prescindere dai dubbi di costituzionalità, la ferma difesa della riforma (ad opera dei “costituzionalisti del “sì”) in nome dell’assoluta e perfetta distinzione tra magistratura giudicante e magistratura requirente, ha peccato di dogmatismo: come se vivessimo nell’olimpo giuridico e sociale, anziché nell’Italia già di Andreotti e Cossiga, di Chinnici e Livatino, di Craxi e Berlusconi, di Borsellino e Falcone, di Conso e Nordio, di Colombo e Davigo, e (fra molteplici esempi al femminile che pure si potrebbero fare) di Daniela Santanché per la “politica” e di Patrizia Todisco per la “magistratura” (già giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Todisco fece quello che prima di lei avrebbero dovuto fare ministri, presidenti della Regione Puglia, sindaci del Comune di Taranto, tutti muniti del potere di ordinanza per motivi di sanità pubblica: emettere un provvedimento di chiusura degli impianti altamente inquinanti, dell’acciaieria ex Ilva. La magistratura intervenne nella “latitanza” della politica che poi ebbe pure l’impudenza di rendere inefficace il provvedimento della giudice Todisco, disponendo, con decreto-legge, la riapertura immediata degli impianti malgrado la loro pesante nocività acclarata).

Memore anche di questo sconcertante caso (2012) di grave “invadenza della politica” nell’attività della magistratura (altro che “invadenza delle procure”), non ho esitato a far parte del comitato “Giusto dire No”. Ma ho aderito pure per una fondamentale questione di metodo: le riforme costituzionali non possono essere approvate da una maggioranza parlamentare che è tale solo grazie alla distorsiva disciplina elettorale. Lo spirito dell’articolo 138 della Costituzione richiede assemblee di approvazione delle leggi costituzionali, elette secondo il sistema proporzionale puro.

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