Responsabili, di grazia!

di Alessandro Lauro 

«Roma, abbiamo un problema…». E il problema è questo: quando il testo delle norme viene svilito, anche per i più nobili scopi, prima o poi i paradossi emergono.

In questo mese di aprile, il paradosso è scoppiato attorno alla grazia concessa a Nicole Minetti, personaggio equivoco di un’epoca che potremmo definire, con un eufemismo, di malcostume, un’epoca che forse si pensava già dimenticata dall’opinione pubblica.

L’art. 89, primo comma, della Costituzione recita, con formula cristallina: Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Ecco la parola chiave: responsabilità. Politica o giuridica che sia, nel nostro ordinamento costituzionale esiste un principio di responsabilità che grava su chi esercita il potere al massimo livello (ma anche ai livelli inferiori, come sancisce l’art. 28 Cost.). Non è un caso che questa norma preceda quelle dell’art. 90 (che sancisce l’irresponsabilità del Presidente della Repubblica per i suoi atti, al di fuori dei casi di alto tradimento e attentato alla Costituzione). La regola è che un qualche responsabile deve esserci; l’eccezione è che il Presidente possa essere chiamato a rispondere solo nei due casi stabiliti.

Queste regole non sono il frutto dell’estemporanea saggezza dei Costituenti: sono il prodotto di un’evoluzione storica che ha connotato il diritto costituzionale dei Paesi europei. La controfirma (contreseing in francese) rappresenta una forma di controllo democratico preteso dai Governi, legittimati dai Parlamenti, nei confronti dei sovrani che, da assoluti, vedevano a poco a poco i loro poteri ridursi con l’avanzare del suffragio. In Inghilterra si parla di advice dei ministri nei confronti del sovrano, ma il concetto era ed è sempre lo stesso: la responsabilità di un atto la assume chi si presenterà davanti al corpo elettorale per rendere conto di come ha esercitato il potere. C’è una famosa massima di Léon Duguit, costituzionalista francese all’epoca della Terza Repubblica, che lo sintetizza: là où est la responsabilité, là est le pouvoir. Il potere è là dove c’è la responsabilità.

Ora, con la sentenza n. 200 del 2006 (una sentenza più contestata che celebrata in dottrina), la Corte costituzionale decise di riscrivere la norma costituzionale in questione. Disse che là dove c’era scritto proponenti bisognava leggere competenti e che la mera competenza per materia escludeva la responsabilità. Dunque, il potere di grazia spettava integralmente al Presidente della Repubblica che poteva: a) accettare una proposta del Ministro della Giustizia; b) rifiutare una proposta del Ministro; c) sollecitare – cioè pretendere – una proposta del Ministro della Giustizia.

Così facendo, la Corte ruppe il paradigma storico: si sono creati nell’ordinamento degli atti del potere, atti che derogano alle regole generali, di cui nessuno è responsabile. Non il Presidente, perché vige il testo – intonso – dell’art. 90; non il Ministro, che a quel punto regredisce a mero “consigliere” del Presidente nella materia. La Corte lo fece per depoliticizzare la grazia (connotandola come strumento umanitario): tentativo fallito, come la storia si è incaricata di dimostrare. Il risultato ottenuto è stato invece di deresponsabilizzare il potere di clemenza.

Questo è il problema reale, che poi ognuno gestisce a modo suo. Il Quirinale – che forse doveva vagamente insospettirsi una volta giunto il nome, fra i migliaia di richiedenti, di Nicole Minetti – ha assunto il provvedimento e si è ben curato di tenerlo nascosto (stando a quanto ha dichiarato, persino la Presidente del Consiglio non ne sapesse nulla fino agli articoli di stampa). Ha però – giustamente e per fortuna – comunicato au grand jour di avere richiesto approfondimenti al Ministero, dopo le notizie riportate.

Vedremo cosa diranno le ulteriori indagini che Ministero e Procura competente si sono precipitati ad avviare (anche se, date le modalità, forse qualche barlume di fondatezza nelle indiscrezioni giornalistiche è stato avvertito).  Ma il tema della responsabilità è lì, immenso: il comunicato del Quirinale sembra addossare le colpe all’istruttoria ministeriale; il viceministro Sisto ha viceversa sottolineato che il Ministero dà un parere non vincolante, come a dire: qualcun altro (non) deve assumersi la responsabilità.

Ed eccoci al paradosso, perché, in base alla sentenza del 2006, hanno parzialmente ragione entrambi. Morale della favola: anche a questo giro, la responsabilità politica ed istituzionale non se l’assumerà nessuno, cioè nessuno si dimetterà. Sempre in attesa di qualche scandalo più grande, dato che al peggio non c’è mai fine.

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