Nostalgia per il Mattarellum…
ma che cosa era e come funzionava?

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imagedi Roberto Bin
Quando fu approvato mi ero convinto che fosse la legge elettorale più brutta del mondo. Quanta ingenuità! Poi venne la legge elettorale per le regioni (il c.d. Tatarellum), ben più brutta ancora: e per finire arrivò il Porcellum, che battè tutti e detiene saldamente il record.
Era stato Giovanni Sartori a inventarne il nomignolo, inaugurando la fortunata prassi di “latinizzare” il nome delle leggi elettorali: l’attuale Presidente della Repubblica ne era stato relatore alla Camera. Le leggi 4 agosto 1993 n. 276 (per il Senato) e n. 277 (per la Camera) traevano però spunto dal referendum del 18 aprile 1993 che aveva stravolta la precedente legge elettorale per il Senato. Quest’ultima era stata deliberata dalla stessa Assemblea costituente, nel breve periodo in cui, varata ormai la Costituzione, era rimasta in carica per le leggi più urgenti di attuazione della Costituzione. Tra queste c’era pure la legge per le elezioni del Senato. Venendo meno all’impegno politico assunto in fase di discussione della Costituzione (il c.d. ordine del giorno Nitti-Togliatti), secondo il quale il Senato avrebbe dovuto essere eletto con il sistema del collegio uninominale, in forza di un patto politico tra Dossetti e Togliatti si sfigurò, tra mille polemiche (basti leggere il verbale della seduta del 24 gennaio 1948, specie del pomeriggio), il sistema uninominale facendolo scattare solo se un candidato avesse ottenuto più del 65% dei voti, cioè praticamente mai.

Il referendum del 1993, attraverso un quesito che abilmente cancellava ogni riferimento della legge al ricupero proporzionale in mancanza di elezione dei senatori con il maggioritario, introdusse per il solo Senato un sistema elettorale maggioritario in base al quale i senatori sarebbero stati eletti in collegi uninominali attraverso un sistema maggioritario con un unico turno, “all’inglese” (c.d. plurality, per cui il seggio è assegnato a chi prende più voti): ma questo sistema poteva operare per il 75% dei seggi, poiché l’altro 25% era fatto di seggi che si erano aggiunti nel tempo e venivano già assegnati con metodo proporzionale. Il Matterellum non fa che registrare questa ripartizione e riprodurla tale e quale anche nella legge elettorale per la Camera.

Il sistema funziona dunque così: per Camera e Senato il 75% dei seggi sono assegnati in collegi uninominali con il plurality; l’altro 25% è assegnato con metodo proporzionale. C’è una differenza tra le due Camere: alla Camera l’elettore disponeva di due schede, al Senato di una sola. Ma la differenza non era decisiva, perché il collegamento tra i candidati uninominali e le liste proporzionali (liste bloccate, senza preferenze) era garantito alla Camera dall’obbligo di apparentamento: nella ripartizione dei seggi proporzionali (cui accedevano solo i partiti che superassero la soglia del 4) valeva il principio dello “scorporo”, ossia in sede di ripartizione dei seggi proporzionali si doveva tener conto dei risultati ottenuti con il maggioritario, così da favorire le liste minori (lo scorporo era particolarmente forte al Senato).

Come si vede il Mattarellum non era affatto un sistema semplice. Nelle sue complessità si potevano infilare tatticismi e furbismi vari. Per esempio, per aggirare il meccanismo dello scorporo, si inventarono le c.d. liste civetta, in modo che il candidato alla Camera vincitore all’uninominale poteva scaricare i suoi voti su liste che non contavano nulla, così da non scorporarli dai voti presi dalla lista cui faceva effettivamente riferimento. Con questi stratagemmi si crearono però diversi problemi di attribuzione dei seggi, soprattutto nelle elezioni del 2001 (vedi il commento di Carlo Fusaro).

Riproporre oggi il modello del Mattarellum significa sciogliere alcuni dei suoi nodi più difficili. Non basta alludere ad un sistema “misto” di maggioritario e proporzionale, bisogna scegliere tra opzioni precise: non sono in questione soltanto le percentuali dell’uno e dell’altro sistema (va molto l’ipotesi di una divisione a metà dei seggi tra proporzione e maggioritario), perché molti sono gli altri particolari da cui dipende la resa del sistema. Il Mattarellum vietava per esempio le candidature in più collegi uninominali, che è un’ottima scelta; ma lasciava aperta la possibilità di candidarsi sia in collegi uninominali che in collegi proporzionali. C’è poi il problema delle liste bloccate nei collegi proporzionali, che oggi sembra cozzare con la diffusa propensione a consentire il voto di preferenza. È poi bisogna riflettere sullo scorporo, che ha un effetto anti-maggioritario che forse può piacere a qualcuno, ma rende molto meno efficace il sistema nell’assicurare maggioranze di governo stabili.

Ma l’aspetto più rilevante è che l’introduzione di collegi uninominali favorisce, anzi impone la formazione di coalizioni prima delle elezioni, perché “da soli non si vince” (chi ha dimenticato la scelta di W. Veltroni nel 2008?): e questo rafforza il potere dei piccoli partiti nelle trattative in vista delle candidature. È proprio per questo che Dc e Pci si trovarono subito d’accordo nel far fallire l’opzione per il maggioritario quando si trattò di stendere la prima legge elettorale per Senato; ed è sempre per questo che per l’Italicum – sorto inizialmente in base all’intesa dei due partiti più grossi – si è scelto di fare riferimento alla “lista” e non alla “coalizione”.

La questione è molto delicata: le coalizioni hanno segnato tanto il successo elettorale quanto l’instabilità politica e la crisi di tutte le maggioranze che hanno vinto le elezioni e governato dal 1994 al 2005, consegnando ai partiti minori un potere di ricatto che fa a pugni con i principi di una democrazia parlamentare. Inoltre le trattative per le candidature nei collegi maggioritari comportano compromessi raggiunti nelle stanze più buie delle segreterie politiche e che spesso si traducono in scelte che premiano con “collegi sicuri” candidati che non hanno alcun rapporto con il territorio: che ci azzeccava per esempio Antonio Di Pietro con il collegio senatoriale del Mugello, dove venne eletto nel 1997? Forse, almeno per il Senato la cui elezione deve per Costituzione mantenere il riferimento alla “base regionale”, potrebbe essere opportuno fissare un obbligo di residenza dei candidati nella circoscrizione regionale, in modo da evitare troppi “paracadutati”.

Insomma, i collegi uninominali pongono sotto stress la democrazia interna dei partiti, l’autonomia delle sezioni territoriali rispetto alle segreterie nazionali e lo stesso sistema di selezione dei candidati tramite elezioni primarie. È difficile optare per un sistema elettorale o l’altro guardando solo ai loro aspetti più generali, senza valutare con molta attenzione questi dettagli. Perché, come è noto, sono i dettagli la dimora preferita del diavolo.

http://storia.camera.it/legislature/sistema-misto-maggioritario-e-proporzionale-1994-2005

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