Anche Belluno al voto per più autonomia dal Veneto

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di Giacomo Menegus

Mentre le attenzioni della stampa e dei media nazionali sono tutte dedicate ai prossimi referendum in Veneto e Lombardia, la Provincia di Belluno ha promosso a sua volta un referendum a carattere consultivo per chiedere ulteriori forme di autonomia e finanziamenti dalla stessa Regione Veneto.

Lo scorso 18 settembre, al termine di lunghe trattative, i presidenti dei due enti hanno sottoscritto l’intesa per far sì che la consultazione bellunese possa svolgersi contestualmente a quella per l’autonomia veneta, in quello che è stato definito l’election day del 22 ottobre prossimo.

Il quesito che i cittadini della Provincia di Belluno troveranno sulla scheda di voto (di colore rosa) sarà il seguente:

“Vuoi che la specificità della Provincia di Belluno venga ulteriormente rafforzata con il riconoscimento di funzioni aggiuntive e delle connesse risorse finanziarie e che ciò venga recepito anche nell’ambito delle intese Stato/Regione per una maggiore autonomia del Veneto ai sensi dell’art. 116 della Costituzione?”.

Già ad una prima lettura del quesito – e tenuto conto della natura meramente consultiva del referendum – si può senz’altro dire che la pur prevedibile vittoria del Sì non potrà produrre direttamente alcun effetto giuridico né tanto meno vincolare la Regione a concedere ulteriori funzioni e finanziamenti (oltre a quelli già concessi sulla carta, di cui si dirà più avanti).

Il significato del referendum bellunese è allora, come si è già visto per il caso veneto e lombardo, principalmente politico: la Provincia vuole farsi forte dell’appoggio della popolazione bellunese per condurre i negoziati con la Regione e, mettendosi nella scia del più noto referendum veneto, spera di poter guadagnare qualcosa di più anche per Belluno nelle trattative che presumibilmente si apriranno tra Stato e Regione dopo la consultazione veneta.

Peraltro, le istanze avanzate dalla Provincia non sono certo una novità: il Bellunese rivendica da tempo forme maggiori di autonomia, lamentando – oltre alle difficoltà proprie di tutti i territori montani (crescente spopolamento, trasporti e comunicazioni disagevoli, difficoltà di assicurare i servizi essenziali, ecc.) – la “concorrenza sleale” da parte delle vicine Regioni a statuto speciale, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, che possono “trattenere ben più risorse sul territorio” e reinvestirle in infrastrutture, turismo, servizi.

Una situazione questa che, da una parte, ha portato l’amministrazione provinciale a promuovere nel 2011 un referendum per il distacco della Provincia dal Veneto e l’aggregazione al Trentino-Alto Adige (inevitabilmente bocciato dall’Ufficio centrale per il referendum, ord. 31 marzo 2011, pubblicata in G.U. n. 84 del 12 aprile 2011); dall’altra, induce periodicamente i Comuni confinanti con i vicini “speciali” a tentare di passare dall’altra parte (da ultimo si veda il caso di Sappada, ormai approdato alla Camera dopo il voto positivo del Senato dello scorso 21 settembre al ddl n. 951).

Nel frattempo, un riconoscimento delle rivendicazioni di autonomia della Provincia bellunese è effettivamente arrivato da parte della Regione: dapprima nello stesso Statuto (Legge regionale statutaria n. 1/2012) che all’art. 15, comma 5, riconosce la specificità (che non a caso riecheggia la specialità dei vicini) della Provincia bellunese, determinata nell’ordine dall’essere “territorio transfrontaliero”, “interamente montano” nonché “abitato da significative minoranze linguistiche” (ladini, germanofoni a Sappada, cimbri sul versante bellunese del Cansiglio). Specificità che giustifica, secondo il legislatore statutario regionale, “forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria in particolare in materia di politiche transfrontaliere, minoranze linguistiche, governo del territorio, risorse idriche ed energetiche, viabilità e trasporti, sostegno e promozione delle attività economiche, agricoltura e turismo”.

Una legge regionale del 2014 (l.r. n. 25/2014) è andata poi sostanzialmente a ribadire il concetto, prevedendo che “nel rispetto dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, la Regione del Veneto conferisce alla Provincia di Belluno le funzioni amministrative in materia di: politiche transfrontaliere, minoranze linguistiche, governo del territorio e tutela del paesaggio, risorse idriche ed energetiche, viabilità e trasporti, foreste, caccia e pesca, sostegno e promozione delle attività economiche, dell’agricoltura e del turismo, nonché in altri settori che potranno essere previsti dalla legislazione regionale” (art. 13, comma 1, l.r. n. 25/2014). La stessa legge ha poi delineato, seppur sommariamente, tempi e modi del trasferimento delle funzioni, ma soprattutto delle relative risorse finanziarie (art. 14).

Ma l’iter prefigurato si è ben presto inceppato e non sono mancate tensioni tra i rappresentanti dei due enti alle riunioni finora convocate del Tavolo tecnico, nell’ambito delle quali si sarebbero dovute individuare concretamente le “funzioni oggetto di conferimento nonché le risorse finanziarie, umane e strumentali per l’esercizio delle stesse” (art. 16, comma 1, l.r. n. 25/2014).

Il referendum si colloca pertanto in questa fase di attuazione della legge regionale n. 25/2014 e perciò sembra soprattutto uno strumento per guadagnare alla Provincia un maggior peso contrattuale e aumentare la pressione politica sulla Regione.

In attesa degli esiti della consultazione, rimane comunque sullo sfondo una questione ben più significativa, ovvero quella dell’elettività del Presidente e del Consiglio provinciale: com’è noto, la legge c.d. Delrio (l. n. 56/2014) ha trasformato le Province in enti di secondo livello, perciò incapaci di esprimere un indirizzo politico autonomo rispetto alle scelte concordate tra i Comuni che ne fanno parte. Quand’anche il risultato del referendum fosse positivo e il trasferimento di funzioni e risorse andasse a buon fine, si rischierebbe comunque di avere un ente provinciale strutturalmente inadeguato ad esercitare le funzioni che gli sono state attribuite. Non mancano certo le iniziative per ripristinare l’elettività perduta con la legge Delrio: si vedano ad esempio la Proposta di legge C. 1268 del 25 giugno 2013, firmatario il bellunese De Menech (arenata in Commissione alla Camera dal 2015); oppure la ben più recente iniziativa dell’assessore regionale delegato alla specificità bellunese, il feltrino Bottacin (Progetto di legge statale n. 41, presentata in Consiglio regionale il 1 settembre scorso).

Ma la strada che conduce ad una maggiore ed effettiva autonomia della provincia di Belluno rimane comunque tutt’altro che in discesa.

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