Liste-matrioska e gruppi parlamentari

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di Salvatore Curreri

Si è chiuso ieri, domenica 21 gennaio, il termine per il deposito presso il Ministero degli Interni dei simboli delle liste elettorali in vista delle prossime elezioni del 4 marzo.

Inutile dire che, more solito, i media hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti più folcloristici e pittoreschi di quello che ormai da tempo costituisce un vero e proprio happening, in cui i presentatori di contrassegni elettorali dalle denominazioni e grafiche più improbabili – dal Sacro Romano Impero Cattolico a W la Fisica, dal Movimento Mamme del Mondo al Movimento Poeti d’Azione – trovano, per dirla con Andy Warhol, i loro cinque minuti di notorietà, visto che per lo più si tratta di simboli che non troveremo nelle schede elettorali perché non sostenuti dal numero di sottoscrittori previsto (per una loro puntuale rassegna vedere l’imprescindibile pagina curata da Gabriele Maestri http://www.isimbolidelladiscordia.it/2018/01/elezioni-politiche-2018-i-simboli-uno.html).

Eppure c’è un aspetto di tali contrassegni che, per quanto evidente, sembra ai più sfuggire, e cioè il contenere al loro interno a loro volta simboli di altre forze politiche, così unite in liste infracoalizionali, a loro volta destinate ad allearsi in coalizione con altre liste per la presentazione di comuni candidati nei collegi uninominali. È il caso, per restare ai partiti maggiori, dei contrassegni elettorali di +Europa, che al suo interno ha il simbolo del Centro democratico (di Tabacci); di Civica popolare, nel cui simbolo ritroviamo i simboli di Italia dei valori, Centristi per l’Europa, Unione per il Trentino (di Dellai, che non ha rinunciato al simbolo della Margherita nella sua versione “locale”), Italia è Popolare e Alternativa popolare, da cui proviene la leader Lorenzin); Partito Repubblicano – ALA; Insieme che ha all’interno del suo simbolo i simboli del Partito socialista italiano, dei Verdi e di Area civica.

Tre sono le ragioni che hanno portato alla nascita di queste liste-matrioska, formate da più simboli. Due sono evidenti: in primo luogo, ottenere l’esenzione dalla raccolta delle firme grazie all’utilizzo di simboli di forze politiche costituitesi in gruppo parlamentare anche in una sola delle due camere al 15 aprile 2017 grazie alla deroga in tal senso prevista (art. 2.36 l. 52/2015 come modificato dall’art. 6.1 l. 165/2017); inoltre, evidentemente, avere in tal modo più chance per superare la soglia elettorale di sbarramento del tre per cento.

Ma c’è una terza ragione, meno evidente, ma che, temiamo, si rivelerà estremamente importante nella prossima legislatura, e cioè la possibilità di costituire gruppi parlamentari autonomi. Le nuove regole sulla costituzione dei gruppi parlamentari al Senato, approvate lo scorso 20 dicembre, prevedono,infatti, che i nuovi gruppi, oltreché costituiti da almeno dieci senatori debbano anche “rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di senatori” (art. 14.4, primo periodo, R.S.), precisando, al successivo terzo periodo che “è ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati” (corsivo mio).

L’intento di tale nuove disposizioni è evidente: impedire la proliferazione di gruppi nati dall’unione di parlamentari transfughi, come tali privi d’identità politico-elettorale in base a quella concezione democratica della rappresentanza politica secondo cui sono i partiti votati dagli elettori a costituirsi in gruppo e non, viceversa, i parlamentari, in nome della loro libertà di mandato, a riunirsi in gruppo per costituire un partito (vedere qui il mio Le nuove regole del Senato: un argine al trasformismo in http://www.lacostituzione.info/index.php/2017/12/18/le-nuove-regole-del-senato-un-argine-al-trasformismo/).

Ma tale intento potrebbe essere facilmente disatteso proprio dall’attuale proliferazione di contrassegni elettorali a loro volta composti, come detto, da più simboli elettorali di singole forze politiche, le quali, quindi, essendosi comunque presentate alle elezioni politiche, potrebbero costituirsi in gruppo parlamentare autonomo, magari grazie al “prestito” compiacente di qualche senatore da parte di forze politiche alleate per raggiungere il numero minimo di dieci iscritti. In altri termini, la proliferazione dei simboli potrebbe avere il recondito, ma non per questo meno importante, scopo di, come dire?, allargare il “campo da gioco”, cioè il novero dei gruppi dotati d’identità elettorale potenzialmente costituibili sia ad inizio che nel corso di legislatura.

L’auspicio è ovviamente che il mio sospetto sia infondato (per quanto, andreottianamente, a pensar male…). Diversamente, dovremmo concludere per la irriformabilità del sistema politico, recalcitrante a qualsiasi tentativo volto a ridurne la estrema frammentazione. Che poi tale frammentazione, secondo taluni, voglia dire maggiore democrazia è obiezione che rimanda ai massimi sistemi su cui volentieri – e, dopo il 4 marzo, temo necessariamente – si può aprire un dibattito, invero forse mai sopito.

 

 

opito.

Un commento su “Liste-matrioska e gruppi parlamentari

  1. Frammentazione e trasformismo sono almeno in partenza concetti di scienze politiche che descrivono la fattualità del potere. Nel diritto costituzionale la critica del trasformismo è malfondata tanto che vale l’articolo 67 (che l’Autore nel passato – 2006 – ha proposto di abolire). La libertà del mandato rappresentativo garantito dalla Costituzione vigente rima con responsabilità degli eletti. Abolendo il libero mandato (il diritto di proporre, argomentare e votare secondo coscienza e di cambiare gruppo) si trasferisce la responsabilità dagli individui alle strutture, ai partiti, movimenti, gruppi, etc. Gli elementi istituzionali che condizionano la frammentazione politica sono (1) la legge elettorale, all’occorrenza la rigidità delle liste bloccate legate a finti collegi uninominali e (2) i regolamenti parlamentari che definiscono le indispensabili procedure di decisione, dall’iniziativa attraverso la redazione e il dibattito all’approvazione delle leggi. Le ultime modifiche del 20 dicembre – menzionate dall’Autore – creano – se non sbaglio la prima volta nella storia della Repubblica – un legame giuridico fra liste elettorali, partiti e gruppi parlamentari. Il combinato (1 – ottobre 2017) e (2 – dicembre 2017) tende a neutralizzare l’art. 67 e a irrigidire sempre di più le procedure di decisione del parlamento. Dubito che questo serva a superare la crisi della rappresentanza (efficienza, autorevolezza, credibilità). Di sicuro il paese si sta allontanando dal modello liberal-democratico sancito dalla Costituzione.

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