Sgangherati: chi giura sul Vangelo, chi sale al Quirinale, chi sconfessa i propri candidati, chi annuncia referendum…

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di Giovanni Di Cosimo

Una campagna elettorale sgangherata. L’aggettivo scelto da Antonio Ramenghi è perfetto per descrivere il dibattito sui temi istituzionali. I poveri elettori sono stati bombardati da un profluvio di argomenti.

Fra questi merita di essere segnalato il solito armamentario di dichiarazioni scollegate dalla realtà delle cose: i cinque colpi di stato che negli ultimi venticinque anni sarebbero stati perpetrati a danno di un ormai anziano leader politico; la bontà della riforma costituzionale, fortemente voluta da un più giovane leader, che però il popolo, di cui quello stesso personaggio politico ora chiede il voto, ha sonoramente respinto col referendum del dicembre 2016; la necessità di cancellare il divieto di mandato imperativo per affrontare lo storico problema del trasformismo parlamentare, una soluzione che sarebbe peggiore del male, come ha dimostrato in questo giornale Roberto Bin; l’ingannevole idea che vi sarebbero governi eletti dal popolo, quando le regole costituzionali sulla forma di governo stabiliscono che tutti i governi si formano in Parlamento all’esito di una procedura che coinvolge anche il Presidente della Repubblica ecc. Un cenno a parte, merita l’annunciato referendum per introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica (non è chiaro se si pensa a referendum costituzionale oppure di un inedito referendum di indirizzo), cioè una modifica che si spingerebbe ben oltre nella medesima direzione della riforma costituzionale respinta dal popolo sovrano col referendum del 2006.

I poveri elettori hanno poi assistito ad alcune azioni a dir poco singolari, vere e proprie sgrammaticature istituzionali: il giuramento (sul Vangelo!) di un aspirante presidente del Consiglio pronunciato in una piazza; la visita al Quirinale di un altro aspirante presidente per illustrare la futura lista dei ministri al segretario generale della Presidenza della Repubblica (le regole stabiliscono che tutto questo debba avvenire dopo il voto dopo il conferimento dell’incarico da parte del Capo dello Stato); la generalizzata fuga dei cosiddetti leader dai confronti diretti che invece nei Paesi democratici segnano il momento topico della campagna elettorale; il “disconoscimento” di alcuni candidati da parte del partito che li ha candidati, accompagnato dalla promessa, quasi irrealizzabile, che una volta eletti saranno “espulsi” dal Parlamento (su questo cfr. Giovanni Piccirilli) ecc.

E sempre loro, i poveri elettori, dovranno arrangiarsi con la recente legge elettorale, esito a dir poco travagliato della tormentata XVII legislatura. Nessuno sa con esattezza come funzionerà, quale sarà il suo effettivo rendimento. Si discute di scenari, di possibili maggioranze ecc. Si favoleggia di una quota del 40% dei voti che assegnerebbe la maggioranza dei seggi, ma questa supposizione trascura le modalità di distribuzione dei voti che potrebbero concentrarsi in alcune aree, per esempio al nord del paese, impedendo di conquistare collegi uninominali inclusi nelle altre aree. L’incertezza è tale che alcuni temono si debba tornare subito alle urne non senza aver prima approvato una nuova legge elettorale.

Scenari a parte, la legge offre un campionario di soluzioni controverse (ne ha parlato qui Antonio D’Andrea), a cominciare dalla forzata coabitazione nella stessa scheda elettorale del voto al candidato uninominale con quello alle liste proporzionali: il problema è che si tratta di due logiche diverse, il primo voto guarda soprattutto alla persona, mentre il secondo al partito. Per conciliare le due esigenze ci sarebbe lo strumento del voto disgiunto (la possibilità di votare per un candidato nel collegio uninominale e per un partito non collegato a quel candidato), ma la legge non lo consente.

La volontà degli elettori viene bistrattata anche: a) dalla previsione delle pluricandidature (i cosiddetti paracadute) grazie alle quali il candidato bocciato dagli elettori di un collegio uninominale entra comunque in Parlamento; b) dal meccanismo che scatta quando l’elettore segna sulla scheda solo il nome del candidato nel collegio uninominale: la legge interpreta autoritativamente la sua volontà stabilendo che il voto va diviso fra le liste collegate in proporzione al consenso ricevuto in quel collegio; c) dal meccanismo per cui il voto alle liste che restano sotto la soglia del 3% viene assegnato agli altri partiti della coalizione (gli elettori scelgono il partito x e poi scoprono che il loro voto finisce al partito y).

Infine, conviene stendere un velo pietoso sulle poco commendevoli modalità di selezione dei candidati. Ricordo solo che, utilizzando in maniera capziosa i meccanismi della legge, i partiti tendono ad aggirare le previsioni della legge sulle quote rosa (per esempio, nei collegi uninominali che i sondaggi danno per sicuri hanno candidato prevalentemente maschi: lo rilevano Balduzzi e Voltolina su Lavoce.info).

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