L’elezione del CSM: da chi è indipendente l’organo che tutela l’indipendenza dei giudici?

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di Antonio D’Andrea

Leggere in termini schiettamente politici l’elezione della componente togata del Consiglio superiore della magistratura è il segno tanto della nefasta pervasività ad ogni livello di logiche improprie quanto della feroce contrapposizione tra le componenti organizzate della magistratura italiana (con tanto di leader supportati dai rispettivi “cerchi magici”) che purtroppo alimentano quelle logiche.

Pur in attesa di conoscere l’esito definitivo dell’elezione (complessivamente 16 magistrati ordinari, dei quali necessariamente 2 esercitanti funzioni di legittimità presso la Corte di cassazione e la Procura generale presso la Suprema Corte e 4 le funzioni di pubblico ministero: mancherebbero al momento pur sempre le indicazioni degli altri 10 membri togati mentre da ieri si conoscono i nomi degli eletti provenienti dalla Suprema Corte e di quelli provenienti dalle Procure, essendo, in questo ultimo caso, il numero dei candidati pari a quello dei seggi in palio) si sprecano i commenti in tal senso. Si apprende così che il dottor Davigo e la sua nuova corrente “Autonomia e Indipendenza” avrebbero fatto il “pieno” dei voti e che l’altra eletta per la quota riservata ai magistrati di Cassazione è un’esponente di “Magistratura indipendente” (la corrente di “destra” o più “conservatrice”) mentre gli altri due candidati espressione di altre “aree” della magistratura sarebbero usciti malconci dalla prova elettorale, il che costituirebbe un “arretramento” del consenso precedentemente conseguito In particolare dalla corrente di “sinistra”.

Verrebbe da dire che anche in questo peculiare campo, come accade sempre nel nostro Paese, ciò che viene etichettato “sinistra”, prima si aggrega e poi si divide, si allarga e si restringe, cambia nome e in qualche caso tenta di fondersi e contaminarsi con altre sensibilità, insomma, se si guarda alla storia che ha portato da “Magistratura democratica” ad “Area”, si ha l’esatta sensazione di guardare un film già veduto svariate volte! Da tanti mezzi di informazione generalisti si riportano anche, come accade per le elezioni parlamentari e amministrative, le percentuali di magistrati votanti, delle schede bianche e nulle, in buona sostanza, si ha davvero l’impressione che all’interno della magistratura ordinaria si sia giocata nel weekend passato una partita ad alto tasso di contrapposizione tra gli schieramenti correntizi, destinata a pesare nell’esercizio delle rilevanti funzioni di autogoverno che il dettato costituzionale riserva al CSM.

In attesa di conoscere l’esito complessivo del voto espresso dai magistrati (è noto che tre membri di quell’organo ne fanno parte di diritto, a cominciare dal Capo dello Stato che lo presiede formalmente sia pure al fine di accrescerne l’autorevolezza e la impermeabilità ai condizionamenti esterni) si apprende sempre dalla stampa che l’elezione parlamentare degli altri 8 membri laici del CSM (da individuare all’interno delle categorie dei professori ordinari in materie giuridiche e degli avvocati aventi una certa esperienza professionale) sarebbe già stata definita quanto a “derivazione politica” delle scelte da compiere e che la vicepresidenza dell’organo, necessariamente da attribuire ad un membro “laico” , secondo questi auspici, dovrebbe spettare ad un esponente riferibile al M5S. Secondo le indiscrezioni che, a proposito dell’elezione parlamentare dei membri “laici “del CSM, da più giorni vengono riportate dai giornali, l’accordo tra le due note forze di governo (M5S e Lega) sembrerebbe contemplare anche l’elezione di un giudice costituzionale che già da tempo (dalle dimissioni nel novembre 2016 dell’avv. Frigo) manca al plenum della Corte costituzionale e che dovrebbe essere eletto in “quota” Lega.

Il punto che si vuole sottolineare non è tanto l’inevitabile “gioco” destinato a coinvolgere le forze politiche tenute a fare sintesi tra loro (e dunque a convergere su alcune personalità che tuttavia devono raggiungere un consenso pur sempre ragguardevole da esprimersi mediante voto segreto), quanto piuttosto riflettere sulle dinamiche interne alla magistratura che finiscono per “politicizzare” oltre il tollerabile l’azione del suo organo c.d. di autogoverno. La presenza del CSM è stata in effetti concepita dal dettato costituzionale per assicurare la piena indipendenza della magistratura ordinaria innanzitutto rispetto alle ingerenze di cui potrebbero essere portatori, pur in un astrattamente definito contesto democratico, gli organi di indirizzo politico a cominciare dal Governo e dalle forze di maggioranza che lo sostengono nelle Camere (e ciò, come detto, spiega l’assunzione della presidenza di tale organo da parte del Capo dello Stato).  So altrettanto bene che la “politica giudiziaria” in un quadro costituzionale che opportunamente preserva l’indipendenza di ciascun magistrato (in verità più o meno garantito a seconda che si tratta di magistrati chiamati ad assolvere funzioni giudicanti piuttosto che requirenti all’interno di uffici che però contemplano inevitabilmente capi) è inevitabile che, in linea di principio, “entri” anche nell’organo che è chiamato non solo a bandire concorsi, conferire incarichi direttivi ed adottare provvedimenti disciplinari (il che è ovviamente “tanta roba”) ma anche a confrontarsi proprio con Governo e Parlamento allorché siano in discussione provvedimenti normativi che attengono all’esercizio (o alle modalità di esercizio) della funzione giurisdizionale. Ciò premesso si ha lo stesso la sgradevole sensazione, se vogliamo amplificata dalle attese per l’ultimo voto relativo all’elezione della parte togata del CSM, che da tempo sia in corso una “guerra interna” alla magistratura che è finalizzata non tanto a fare prevalere una sensibilità – diciamo così – di ordine culturale al suo interno e comunque a rappresentare dialetticamente concezioni o visioni del ruolo che si vorrebbe fosse assegnato in concreto all’apparato giudiziario, ma più prosaicamente a “occupare” posizioni di avanguardia per “regolare” i conti con il potere politico (contrapponendosi ad esso per scelta esistenziale) ovvero per “fiancheggiarlo” (sostenendolo negli indirizzi perseguiti, quali che siano). E naturalmente anche per assecondare banalmente – trattando come si fa proprio negli organi parlamentari – la vanità di questo o di quel magistrato proteso ad ottenere qualche riconoscimento richiesto essenzialmente in nome della malsana fedeltà correntizia (e che nel recente passato è stata in effetti spesso ripagata). Vedremo se le cose da adesso in avanti cambieranno, come è sperabile che accada.

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