Elezioni e corsa all’esenzione dalla raccolta firme: un problema di uguaglianza e democrazia

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di Gabriele Maestri

Mancano poco più di due settimane al giorno indicato dal governo per le elezioni europee, amministrative (in quasi 3800 comuni), regionali (in Piemonte) e per le suppletive indette per sostituire due deputati eletti in collegi uninominali nella provincia di Trento. In preparazione al voto, è il caso di dare qualche numero.

Sulla scheda che riceveranno il 26 maggio per le elezioni europee, i votanti troveranno 16 simboli nella circoscrizione Nord-Ovest, 17 nella circoscrizione Nord-Est, 15 nelle circoscrizioni Centro, Sud e Isole. Per finire lì, una lista dovrebbe raccogliere almeno 30mila sottoscrizioni autenticate per circoscrizione: almeno 3mila firme devono arrivare da ciascuna regione, compito arduo in Valle d’Aosta, Molise e Basilicata. Quante delle 18 liste – presenti in ogni circoscrizione o solo in una – si sono sobbarcate quest’onere? Zero. Ciò è possibile grazie a una parola già incontrata su questo sito prima delle elezioni politiche: «esenzione» (Curreri e Maestri).

Per la legge n. 18/1979, che norma il procedimento elettorale per le europee, la regola dovrebbe essere la raccolta delle firme, ma sono previste varie eccezioni, cioè ipotesi di esonero dalla raccolta. Fin dalla prima elezione europea sono esentati i partiti costituiti in gruppo in almeno una Camera (anche se sorti in corso di legislatura: la consistenza numerica è ritenuta una prova di “serietà”) o che alle ultime politiche abbiano «presentato candidature con proprio contrassegno», ottenendo almeno un seggio alla Camera o al Senato (dunque le sigle minori sono esenti solo se hanno partecipato alle elezioni, avendo abbastanza seguito da ottenere almeno un eletto); dal 1984 non raccolgono le firme i partiti che alle europee precedenti hanno conquistato un seggio a Bruxelles (ma questi devono aver presentato liste con il loro simbolo, per non estendere il beneficio anche ai partiti nuovi o esistenti, cui abbiano aderito eletti sotto altre insegne).

Dal 1990, poi, sono esonerate pure le liste distinte «da un contrassegno composito, nel quale sia contenuto quello di un partito o gruppo politico esente da tale onere», perché presente con propri eletti alle Camere o al Parlamento europeo (cosa che ha contribuito a creare simboli per le europee “affollati” da miniature di altri emblemi, ancor prima che venisse introdotto lo sbarramento del 4%). Nel 2004 si è aggiunto che non raccolgono firme neanche i simboli che alle ultime elezioni politiche distinguevano liste proporzionali cui era collegato un candidato eletto in un collegio uninominale: il testo, scritto pensando alla “legge Mattarella” (e al diabolico stratagemma delle “liste civetta” elaborato dai partiti maggiori nel 2001 per non perdere nemmeno un voto), non era stato cancellato sotto la vigenza della “legge Calderoli” che non prevedeva collegi uninominali; ma ora che la nuova legge li ricontempla la norma è ancora applicabile.

Nel 2014, però, volle correre senza firme la lista Verdi europei, il cui contrassegno conteneva il riferimento al Partito verde europeo, presente all’Europarlamento e al quale la Federazione dei Verdi era affiliata. Le liste furono bocciate in prima battuta (ritenendo che l’esenzione, «secondo le sue originarie finalità», valesse solo per europarlamentari eletti in Italia da liste italiane), ma l’Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo le riammise. Per l’organo, la disposizione era formulata in un modo «che non ne preclude una interpretazione, conforme al Trattato dell’Unione e costituzionalmente orientata» che non discrimini in tema di esenzione dalla raccolta firme «in ragione del carattere nazionale o europeo del partito o movimento politico richiedente». Per provare la «comprovata rappresentatività», bastava presentare un contrassegno che conteneva l’emblema del partito europeo esentante, assieme alla dichiarazione di affiliazione rilasciata da quel partito europeo (e al pagamento delle quote di affiliazione, che dimostrava meglio l’adesione): se per le fonti europee c’era un «unico corpo elettorale europeo» ed era giusto evidenziare i legami tra partiti europei e nazionali, non si poteva negare l’esenzione.

Per le elezioni del 26 maggio, il Ministero dell’interno ha aggiornato le Istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature, elevando i rilievi che avevano portato a riammettere i Verdi europei per «comprovata rappresentatività» (contrassegno composito con nome e simbolo del partito politico europeo, dichiarazione di affiliazione del rappresentante di quel partito, ricevute del pagamento delle quote d’iscrizione) a requisiti per l’esenzione, nel silenzio della legge. Il 7 e l’8 aprile nelle bacheche del Viminale, tra i simboli ammessi per le europee, è comparsa una marea di contrassegni compositi, alcuni chiaramente volti a evitare le firme: non è il caso del cartello Pd – Siamo europei, esente anche senza riferimenti al Pse.

Qualche emblema – Europa Verde, La Sinistra, Destre unite – CasaPound Italia, Forza Nuova, nonché Il popolo della famiglia – Alternativa popolare e i Popolari per l’Italia, entrambi esentati dal Ppe – conteneva almeno il riferimento al partito politico europeo di affiliazione; qualcun altro – come il Partito comunista o il Partito Pirata – univa l’emblema di un partito di un paese europeo con eletti a Bruxelles al fregio di un’associazione di partiti nazionali (cosa diversa da un partito politico europeo in senso stretto, normato dal Regolamento Ue n. 1141/2014, modificato nel 2018); non è mancato chi – come il Partito animalista – ha inserito solo la miniatura del logo d’un partito nazionale che nel 2014 aveva eletto un europarlamentare.

Se alla prima categoria di liste spettava certamente l’esenzione, la cosa non era pacifica per le altre due, soprattutto per l’ultima: per rispettare il significato delle decisioni dell’Ufficio elettorale nazionale e delle Istruzioni ministeriali, a esonerare dalla raccolta firme doveva essere un partito politico europeo (magari registrato e cui era possibile aderire), forse non un’associazione di partiti nazionali non riconosciuta come partito europeo e quasi certamente non un partito nazionale che aveva eletto un eurodeputato. Gli Uffici elettorali circoscrizionali (Milano, Venezia, Roma, Napoli, Palermo), invece, hanno ammesso tutti, limitandosi a dire che «non sussiste l’obbligo della sottoscrizione della lista da parte di elettori, ai sensi dell’art. 12, 4° co., L. 24.01.1979, n. 18 e succ. mod.»: non una riga per motivare questo enorme allargamento delle maglie rispetto alle decisioni di cinque anni fa e alle Istruzioni messe nero su bianco dal Viminale poche settimane prima (regolarmente citate altrove per escludere determinate candidature).

Nel silenzio di chi forse ha taciuto per prudenza, ma le cui parole sarebbero state apprezzate (e forse anche doverose), si immagina che la disposizione che esenta dalla raccolta firme «partiti o gruppi politici che nell’ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio al Parlamento europeo» sia stata interpretata nel modo più ampio possibile: non solo partiti o liste che abbiano eletto un europarlamentare in Italia o – come suggerito dalla Cassazione – partiti politici europei che abbiano eletti all’Europarlamento, ma qualunque partito o gruppo (di uno Stato europeo) che alle ultime elezioni abbia presentato liste e avuto almeno un eletto (nel suo paese). L’interpretazione, in effetti, è più coerente con il testo e meno forzata rispetto a quella data dall’Ufficio elettorale nazionale nel 2014, ma non c’è una sola riga o dichiarazione ufficiale che chiarisca che si è seguita proprio questa lettura.

Diventa quindi concreto il monito lanciato su queste pagine da Roberto Bin all’inizio del 2018: «Più le leggi sono confuse, più potere si trasferisce da chi le leggi le fa – il parlamento democraticamente eletto – a chi le leggi le interpreta e applica – le burocrazie amministrative e i giudici – organi politicamente non responsabili». Quel potere ha permesso che le liste del movimento Ppa – Popolo Partite Iva, presentate senza firme, siano state escluse in quattro circoscrizioni su cinque perché ritenute non titolari di alcuna forma di esenzione, mentre la lista è stata ammessa nella circoscrizione Nord-Est. È probabile che solo lì sia stata accolta la tesi del fondatore del partito: quando la legge dice «Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici…», la congiunzione “o” avrebbe valore disgiuntivo, per cui la presenza parlamentare sarebbe richiesta solo ai soggetti diversi dai «partiti» inseriti nel Registro previsto dal d.l. n. 149/2013 (come il Ppa). Chi scrive non sa individuare argomenti diversi da questo – seducente, ma con vari problemi giuridici – per fondare quell’unica ammissione e spiegare l’incoerenza delle decisioni (non sanabile: le quattro esclusioni sono ora definitive e non previsto che si possa impugnare l’ammissione di una lista).

È evidente che ora parlare di raccolta firme per le elezioni europee equivale a una burletta: grazie alle decisioni di quest’anno, nel 2024 i partiti minori, vecchi o nuovi, gareggeranno per accaparrarsi l’appoggio di un partito qualunque tra quelli che hanno eletti a Bruxelles, pur di finire sulla scheda (per farsi pubblicità, per non morire, per infastidire qualcun altro o per altri scopi) senza faticare ai tavolini fermando la gente, chiamando per autenticare le firme notai o cancellieri (a pagamento) o un consigliere comunale che gentilmente si presta (sempre che non si segua la nota – e penalmente rilevante – prassi di chiedere cortesemente a quel consigliere di autenticare in blocco firme raccolte non alla sua presenza). C’è da prepararsi a una scheda elettorale affollatissima, a meno che il Parlamento decida di cambiare la legge.

Già che c’è, quel Parlamento farebbe bene a prendere atto della realtà: il sistema della raccolta firme pensato decenni fa non funziona più perché sono scomparsi i partiti; quelli rimasti godono di pessima salute e non sono più presenti sul territorio come un tempo. Se allora il numero di firme richieste era esigente ma comprensibile, oggi è fuori dalla portata quasi di tutti: chi potrebbe raccogliere le firme, di solito sta già nelle istituzioni ed è esonerato (e, se non lo è, ha gli strumenti per ampliare le ipotesi di esenzione). Chi sta fuori fa di tutto per infilarsi nei pertugi che intravede nel testo normativo, se burocrazia e giudici non gli sbarrano (magari correttamente) la strada: in quel caso si sente autorizzato a dire che il ceto politico si è blindato grazie a uno «sbarramento all’ingresso». È più onesto allora – come si è già detto alla fine del 2017 – ridurre una volta per tutte le firme richieste per le elezioni politiche ed europee (anche togliendo uno zero), mettendo tutti nelle condizioni di raccoglierle, pure in forma elettronica, senza falsificazioni – da punire – o trucchi; dovrebbe quindi sparire ogni esenzione, eliminando tutti i privilegi.

Un discorso simile dovrebbe valere per le elezioni regionali, modificando in modo armonico la disciplina nazionale cedevole e quelle delle singole regioni: al momento, infatti, c’è scarsissima coerenza tra le varie norme, ma quasi tutte prevedono ipotesi di esenzione dalla raccolta firme. Il caso più interessante riguarda proprio il Piemonte, che nel 2009 ha normato la materia elettorale regionale solo per introdurre tre ipotesi di esonero: non raccolgono le firme le liste che hanno ottenuto propri eletti alle ultime europee (stavolta solo in Italia), politiche o regionali piemontesi; sono esenti pure le liste, anche con contrassegno composito, espressione di gruppi esistenti in Consiglio regionale al giorno della convocazione dei comizi elettorali oppure, in alternativa, che possano contare su una dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari già presenti in Consiglio regionale al momento della convocazione dei comizi, anche se nome e simboli sono diversi. Un gruppo consiliare, quindi, può esentare la sua lista oppure, se non ne presenta una, può esentarne un’altra pur con un altro simbolo; se poi un partito ha la fortuna di essere presente anche in Parlamento (italiano o europeo), ha a disposizione di fatto due esenzioni, una per sé e una per un’altra lista.

Ognuno può esprimere il suo giudizio sulla norma, criticandone la “generosità” o, al contrario, apprezzando la partecipazione ampia che consente, a fronte di una raccolta firme antiquata e inadeguata. L’ampiezza, però, sembra non bastare: Destre unite e Azzurri italiani, parte della coalizione di centrodestra nel 2014, hanno presentato quest’anno una lista autonoma unica (che include CasaPound) senza firme a sostegno, sostenendo di aver avuto un eletto, nella persona del candidato presidente Gilberto Pichetto. Il Consiglio di Stato, giusto ieri, ha confermato l’esclusione dei candidati, ritenendo che per avere l’esenzione l’eletto debba essere ottenuto “in proprio” dalla lista, non valendo il contributo dato all’elezione dell’aspirante presidente della coalizione; in due province, però, gli uffici elettorali avevano ammesso le candidature, accogliendo la tesi di Destre unite (quelle liste non correranno, vista la bocciatura delle altre). Gli esclusi dicono di aver subito un’ingiustizia, proprio per opera di burocrati e giudici che hanno contestato a loro la scarsa rappresentatività, ma hanno concesso che – a norma di legge – gruppi consiliari esentassero liste civiche nuove, la cui consistenza sarebbe dubbia. Sul piano tecnico non hanno ragione; eppure, considerando che di 14 liste provinciali solo una ha raccolto le firme, si ha persino la tentazione di capirli.

2 commenti su “Elezioni e corsa all’esenzione dalla raccolta firme: un problema di uguaglianza e democrazia

  1. Egregio Dottor Gabriele Maestri,
    penso sia al corrente che il contrassegno di “PENSIONI & LAVORO” (con inserito nella ruota posteriore il riferimento al Labour International, cioè la piccola rosa color rosso vermiglio che è anche elemento caratteristico di altri 18 partiti e/o movimenti europei) è stato rifiutato dalla Direzione Centrale dei Servizi Elettorali del Ministero dell’Interno, per due motivi: il primo, per una “impossibile” confondibilità con il Labour Party inglese (è sconcertante, ma in pochi sanno che i contrassegni europei corrono ciascuno nel proprio Stato [tra l’altro in quel momento si parlava anche di Brexit elettorale]; va aggiunto che l’attuale inesistente “confondibilità” potrà invece verificarsi nel futuro a causa delle cervellotiche norme italo-europee sulle affiliazioni e sulle esenzioni, perché un partito europeo o italiano potrebbe concedere -per simpatia o altro- più affiliazioni e quindi più esenzioni); il secondo motivo di esclusione è consistito nella mancanza (non necessaria) di autorizzazione da parte del Labour Party inglese… così la confondibilità sarebbe magicamente scomparsa!!!
    Sto preparando il ricorso alla CEDU di Strasburgo per violazione della Convenzione e dei vari protocolli (tra i quali il divieto di modificare le norme a pochi giorni dalle scadenze elettorali) con il quale chiedo la condanna dello Stato italiano e la ripetizione delle Elezioni Europee per la sola Italia. Potrebbe essere un bel “rompicapo” per la Corte Europea (sperando che nel collegio giudicante ci sia un/a appassionato/a di diritto elettorale) ed anche un’occasione per verificare se -per caso- i giudici europei sono più preparati e giudiziosi di quelli nostrani.
    In tutto questo vortice di ricorsi c’è stata una piacevole sorpresa: il Partito dei Lavoratori Lettoni, saputo dell’esclusione del confratello-poverello “Pensioni & Lavoro”, ci ha inviato un attestato di solidarietà… con l’evidente intenzione di rimborsarci le 5 sterline che avevamo versato ai laburisti inglesi.
    Tutti gli atti sono secretati. Cordiali saluti. Dott. Ugo Sarao, presidente “Pensioni & Lavoro”, L.I. Italian Branch

  2. Condivido le conclusioni dell’articolo e dichiaro la mia piena solidarietà con il commentatore. Non è solo criticabile quello che è successo ai candidati-promotori della lista Pensioni & Lavoro, è doppiamente scandaloso, e emblematico per l’intero paese: scandalosa e assurda è la decisione specifica dell’autorità competente, e scandalosa e imbrogliata è la legislazione che la inquadra. La più bella costituzione del mondo ha partorito la più cinica finta democrazia nell’UE. Il vizio (tecnico) profondo sono i listoni elettorali, strumenti per le nomenclature di mantenersi al potere, confusi con i partiti, non criticate dai cattedratici fino a quando i nuovi barbari grazie proprio ai listoni hanno conquistato il potere. Finirà male, molto male; se va bene (cioè nell’euro) con una “dittatura” della troïka, se no con il potere ducale di Salvini, ma fuori dall’euro.

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