“Get Brexit Done”: L’uscita del Regno Unito dall’UE e la futura composizione del Parlamento di Strasburgo

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di Alberto Di Chiara

Boris Johnson e i conservatori hanno vinto le elezioni politiche in Gran Bretagna. Com’era prevedibile, il principale terreno di scontro della campagna elettorale è stato proprio l’uscita del Paese dall’Unione europea.Il Primo Ministro in carica è riuscito a prevalere sugli avversari promettendo una Brexit rapida e, al netto di colpi di scena da non escludere in una vicenda che si trascina da quasi quattro anni, tale obiettivo sembra a portata di mano come mai prima d’ora.

Se tutto procede secondo i piani, Brexit dovrebbe diventare effettiva il 31 gennaio 2020, con un periodo di transizione fino alla fine dell’anno, durante il quale il Regno Unito sarà ancora formalmente parte dell’Unione.

Tra le tante conseguenze derivanti da Brexit, la composizione del Parlamento europeo è destinata ad avere un impatto profondo sul funzionamento delle istituzioni europee nel loro complesso. La decisione del Consiglio europeo 2018/937 del 28 giugno 2018 ha stabilito che a seguito dell’addio del Regno Unito i 73 seggi ad esso spettanti verrebbero ripartiti nel seguente modo: 27 andranno distribuiti tra alcuni Stati membri, mentre gli altri 44 verrebbero accantonati in vista di eventuali allargamenti dell’Unione europea.

Com’è noto, al momento delle scorse elezioni il Regno Unito ha partecipato alla competizione elettorale: cosa accadrà agli eurodeputati britannici dopo Brexit? Secondo quanto stabilito nella Decisione sopra richiamata che – si noti – aveva ad oggetto la determinazione del numero degli eurodeputati per la legislatura 2019-2024, essi dovrebbero decadere dal mandato parlamentare, subentrando, al loro posto, eurodeputati già eletti il cui mandato è sottoposto alla condizione sospensiva dell’uscita del Regno Unito. Tale evento si configura dunque come condizione risolutiva del mandato parlamentare in essere per gli eurodeputati già eletti, e come condizione sospensiva degli eurodeputati eletti in attesa di subentrare.

È evidente come lo scenario prospettato ponga almeno due ordini di problemi.

Sul piano costituzionale, non è anzitutto chiaro chi dovrebbe decretare la decadenza degli eurodeputati britannici. Spetterà al Parlamento europeo in sede di verifica dei poteri? O sarà un compito delle autorità nazionali competenti? Quale motivazione giuridica verrà addotta per giustificare la decadenza? A ciò si aggiunga che la tempistica nell’avvicendamento dei deputati non pare affatto chiara: si metterà in moto al momento dell’uscita del Regno Unito o allo scadere del periodo transitorio?

Inoltre, l’art. 10, comma 2, del Trattato sull’Unione europea stabilisce chiaramente che «i cittadini sono direttamente rappresentati, a livello dell’Unione, nel Parlamento europeo». Il medesimo comma si preoccupa poi di sottolineare che gli Stati membri sono rappresentati nel Consiglio europeo e nel Consiglio dell’Unione europea, contrapponendo, dunque, la rappresentanza dei cittadini – che ha sede nel Parlamento – a quella degli Stati membri e dei loro governi. Se è vero che gli europarlamentari rappresentano tutti i cittadini dell’Unione, per quale ragione, a seguito di Brexit, i deputati britannici dovrebbero abbandonare il proprio seggio? È vero che le elezioni europee sono tuttora organizzate come una sommatoria dei risultati delle elezioni nei singoli Stati membri, non sussistendo una legge elettorale comune ma soltanto alcuni principi uniformi, dettati dall’Atto del 1976, cui gli Stati nazionali devono adattarsi mantenendo un margine di discrezionalità. Ma è indubbio che gli eletti di ciascuno degli Stati membri non rappresentino lo Stato di elezione: oltre il dato testuale, tra i tanti indicatori che meritano di essere presi in considerazione, è da ricordare che gli eurodeputati sono suddivisi all’interno del Parlamento europeo in gruppi transnazionali riconducibili alle principali famiglie politiche, e non su base geografica.

Se i parlamentari europei rappresentano tutti i cittadini dell’Unione, non è così scontato sostenere la doverosa, necessaria e automatica decadenza degli eurodeputati britannici. D’altro canto, quando la Germania perse numerosi territori a seguito della I Guerra Mondiale, ciò non implicò la perdita del seggio nel Bundestag per i deputati eletti in quei collegi.

Sul piano pratico vi sono poi una serie di considerazioni che meritano attenzione. È opportuno eliminare 73 seggi a legislatura inoltrata, facendo subentrare 27 neoeletti? Si pensi alla faticosa elezione di Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione europea, avvenuta con appena nove voti di scarto: cosa accadrà alla maggioranza che sostiene la Commissione eliminando 73 seggi dal Parlamento e facendo subentrare 27 nuovi eletti? Come proseguirà l’iter legislativo dei tanti provvedimenti nel frattempo in fase di discussione, soprattutto qualora dovessero mutare gli equilibri tra i gruppi politici?

Tale vicenda ha avuto un impatto importante anche negli ordinamenti nazionali. Il nostro Paese dovrebbe beneficiare di tre seggi in più dei 27 che verranno ripartiti dopo Brexit: alle scorse elezioni del 26 maggio 2019, sono stati eletti 76 deputati, di cui tre sottoposti a condizione sospensiva. Ad oggi sono pendenti diversi ricorsi dinanzi al TAR Lazio aventi ad oggetto l’elezione dei tre eurodeputati aggiuntivi. Secondo uno dei ricorrenti, l’elezione di 76 eurodeputati “in blocco” prima di Brexit avrebbe alterato il riparto dei resti tra le cinque circoscrizioni, che avrebbe condotto ad esiti differenti se si fosse proceduto dapprima alla proclamazione dei 73 eletti “sicuri”, integrando i tre eurodeputati italiani solo a seguito di Brexit, attingendo tra i non eletti. D’altro canto, la scelta del legislatore italiano di non disciplinare l’aumento del numero degli eletti si è rivelata criticabile a posteriori anche per queste ragioni, come aveva sottolineato in questa stessa sede il prof. Tarli Barbieri.

In conclusione, è comprensibile come dal punto di vista politico sia difficile sostenere la permanenza degli eurodeputati britannici in seno al Parlamento europeo: nei prossimi anni l’Unione europea sarà chiamata ad assumere decisioni complesse che avranno ricadute forti sulla vita dei cittadini dei singoli Stati membri, ma presumibilmente non sui britannici, nel frattempo usciti dall’Unione. Inoltre, una parte considerevole dei deputati europei d’Oltremanica è stata eletta nelle fila del Brexit Party, ostile all’integrazione e cooperazione europea. Tuttavia, le molteplici considerazioni politiche in gioco non possono cancellare il dato letterale del Trattato UE né i principi fondamentali della rappresentanza democratica, che suggeriscono di non dare costituzionalmente per scontata e doverosa l’uscita degli eurodeputati britannici dal Parlamento europeo.

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