Mercati globali e pandemia

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di Andrea Guazzarotti

Nell’attuale clima di crescente preoccupazione per la tenuta del sistema sanitario dinanzi all’impatto della pandemia, vorrei provare a riflettere sul contesto strutturale, economico e giuridico, in cui la pandemia stessa si colloca. Il tutto nella convinzione che stiamo attraversando un momento epocale, ma anche nel terribile dubbio se tale momento sia comparabile a quello della fine del secondo conflitto mondiale o piuttosto a quello della dissoluzione dell’ordine capitalistico globale innescato dalla crisi del 1929, con tutto ciò che ne seguì.

In Italia, la mancata chiusura tempestiva del Nord produttivo è probabilmente legata alla forte interconnessione nelle catene produttive globali: la paura dei fornitori di grandi imprese multinazionali di essere sostituite da imprese concorrenti collocate in altri Paesi ha assai plausibilmente spinto – anche la politica, sia regionale che nazionale – a minimizzare i rischi di contagio, quando questo era nelle sue fasi iniziali.

Questa omissione ha comportato la diffusione del contagio, non solo in Italia, ma anche negli altri Stati europei, compresa la Germania, che rappresenta uno dei centri della catena produttiva di cui sopra.

La conseguenza è che il costo del blocco produttivo non dovrà essere sostenuto solo dall’Italia, bensì dall’intera area europea colpita (nonché dagli USA, ecc.).

Se l’interconnessione delle catene produttive non fosse lasciata soltanto ai meccanismi decentrati del mercato, ma fosse gestita anche in maniera centralizzata, con una sorta di potere di pianificazione d’emergenza, questa escalation si sarebbe forse potuta evitare.

Ove, infatti, il cuore produttivo (la Germania, ad es.) di una determinata area geopolitica fosse stato inquadrato all’interno di un’autentica struttura politica para-federale, quest’ultima avrebbe potuto tempestivamente imporre (o almeno incentivare) la chiusura delle aree inizialmente colpite dal contagio, con la garanzia che non vi sarebbe stata nessuna sostituzione dei fornitori delle principali catene produttive, garanzia ottenuta mediante opportuni vincoli normativi sugli obblighi contrattuali assieme con l’indispensabile apprestamento di forti strumenti di sostegno a imprese e lavoratori costretti alla sospensione dell’attività, congiunta alla garanzia di investimenti localizzati per il rilancio dell’area colpita nel dopo-crisi.

I costi per operare gli interventi precedenti, ancora circoscrivibili a una determinata sub-area dell’entità geopolitica (ed economico-produttiva) interessata, sarebbero stati inferiori a quelli necessari in caso di diffusione del contagio e di applicazione di quelle garanzie all’intera area.

Nel primo caso, l’intervento para-federale avrebbe neutralizzato i differenziali di competitività dei diversi sistemi-paese che compongono l’intera area, nel secondo caso, questi differenziali riemergeranno prepotentemente alla fine della pandemia, consentendo ai Paesi più resilienti di avere in mano i destini economici dei Paesi meno resilienti, al netto delle perdite umane e dei costi economico-sociali che pure si saranno nel frattempo prodotti anche nei Paesi più resilienti.

Si potrebbe anche pensare che questi eventi eccezionali producono dei costi che il capitalismo globalizzato, assieme a coloro che lo sostengono, mette in conto quale contropartita rispetto ai vantaggi in termini di libertà individuali e benessere collettivo offerti dallo stesso capitalismo.

La logica dei Paesi perdenti per loro colpa, e dei Paesi vincenti per loro virtù, non è però tale da poter sopravvivere, negli elettorati dei Paesi perdenti, per un tempo troppo lungo e a fronte di perdite così ingenti come quelle che si profilano oggi.

Come già mi era capitato di scrivere su questo sito, l’integrazione europea è stata, alle origini, la molla che ha aiutato alcuni stati e alcuni popoli a superare il disastro materiale e morale della seconda guerra mondiale. L’idea di un’Unione europea ‘di competitività’, capace di costringere stati e popoli a essere più competitivi e produttivi, è arrivata dopo e rischia di mangiarsi l’idea precedente.

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