Capitalismo e umanesimo digitali nella stagione della pandemia: la via europea

Print Friendly, PDF & Email

di Giovanni Pitruzzella e Oreste Pollicino

Ci sono almeno due modi per guardare alle sfide che non solo il diritto, ma la società nel suo complesso, sta affrontando in questa stagione della pandemia globale. Il primo è uno sguardo che per forza di cose si concentra prevalentemente sul presente dell’emergenza, e quindi, per esempio, oltre ovviamente a sostenere in tutti i modi possibili gli sforzi (ed i sacrifici) eroici di donne e uomini del nostro servizio sanitario, riflette sulla proporzionalità (e costituzionalità) delle misure di restrizioni delle nostre libertà, sul rapporto fonti governative e primazia del parlamento nella nostro forma di governo e cosi via.

Il secondo è uno sguardo che prova a ragionare anche sul futuro prossimo in cui si tenga conto dell’impatto sistemico della stagione eccezionale che stiamo vivendo, al fine di poter provare a immaginare anche la pars costruens di questa stagione, non fosse altro perché essa lascerà un vuoto che andrà in qualche modo riempito. Ed il come lo si farà non è esattamente un dettaglio.

Quali le implicazioni per la società post virus dell’impatto della tecnologia digitale che, e su questo non ci possono essere dubbi, è di natura costitutiva e (ri)fondativa? Si scontrano a riguardo visioni utopistiche e distopiche, entrambe da maneggiare con cura.

La prima, che vede tra i suoi fautori anche il filosofo François Levin, vede nell’impatto del fattore tecnologico, la possibilità costituire “grande riconciliazione tra le passioni e i desideri individuali da un lato e le esigenze della produzione dall’altro; tra l’anelito alla felicità e lo sviluppo delle proprie capacità da un lato e le necessità dell’inserimento economico dall’altro; quella tra la vita e il lavoro, insomma”. Dall’altra parte, in termini distopici, Shoshana Zuboff, nel suo Il Capitalismo della sorveglianza, pur ovviamente scrivendo prima dell’emergenza, vede nell’accelerazione tecnologica la concretizzazione di una società, per l’appunto della sorveglianza, in cui le grandi piattaforme, nuovi poteri privati, nutrendosi di una mole di dati sempre più ingente, saranno in grado di strutturare e strumentalizzazione il comportamento degli individui/utenti al fin di modificarlo, predirlo, monetizzarlo e controllarlo .

Si diceva prima, visioni utopistiche e distopiche da maneggiare con attenzione perché hanno lo stesso punto debole: vedere il cyberspace come uno spazio del tutto disconnesso da quello reale, idealizzandolo sia senso negativo che positivo.

In questo senso, sembrano più convincenti le proposte di chi vede società analogica e società digitale strettamente interconnesse e riflette su come il fattore tecnologico abbia amplificato possibilità e debolezze già presenti nel mondo degli atomi.

In questo contesto, sembrano interessanti le riflessioni dell’economista Daniel Coehn, che vede nella emergenza sanitaria un vettore di accelerazione verso quello che lui chiama capitalism numérique. Una forma di capitalismo digitale che occuperà lo spazio vuoto lasciato dal declino, sempre a detta dell’economista francese, del processo di globalizzazione cosi come trainato dal capitalismo neo- liberista. O meglio, quella sua particolare espressione che, da quarant’anni a questa parte, è alla ricerca dei costi più bassi di manodopera localizzando in luoghi sempre più distanti, in genere in Cina o in India, la sede di produzione.

Visto che al declino di una di forma di capitalismo non potrà che seguire l’ascesa di una nuova espressione di capitalismo, quella che sembra avere i titoli nel dominare la scena nella stagione post emergenza è proprio la forma del capitalismo digitale. Un capitalismo che ha come combustibile la dimensione tecnologica digitale e, in particolare, l’enorme numero di dati che caratterizzano il serbatoio della società dell’informazione. La digitalizzazione di tutto ciò che può essere digitalizzato è il mezzo per il capitalismo del Ventunesimo secolo di ottenere nuove riduzioni dei costi.

Attenzione però, il capitalismo digitale, certamente attraente per la sua capacità di rimodulare il rapporto tra tecnologia, kilometro zero, riduzione dei costi e condivisione delle informazioni, ha un duplice rischio.

Il primo è quello di non garantire alcuna certezza sulla trasparenza ed affidabilità delle piattaforme che costituiscono la base portante, come stiamo sperimentando in questi giorni, di questo cambio di marcia. Si tratta di società private, veri colossi del digitale, a tutti gli effetti nuovi poteri privati che competono con quelli statali. Piattaforme che di fatto in questo periodo stanno fornendo servizi essenziali di pubblica utilità, senza alcun contratto, onere o particolare responsabilizzazione in questo senso. L’algoritmo rimane non trasparente e l’utilizzo dei dati una variabile spesso ignota.

D’altronde, le grandi piattaforme sono in una trappola. Se diventano digital utilies adesso, nel post emergenza dovranno essere di conseguenza pesantemente regolate, come lo è chi fornisce servizi pubblici essenziali. Unico modo per sfuggire a questa trappola è offrire all’individuo/utente un new deal, di cui gli ingredienti non possono che essere quella della trasparenza nelle procedure di moderazione di contenuti, riconoscimento dei diritti di accesso, di traduzione e di spiegazione connessi al funzionamento dell’algoritmo.

Il secondo rischio è quello di trovarsi di fronte ad un processo di disumanizzazione e di automazione della società digitale. La tecnologia può accorciare distanze, ma può anche amplificarle, e con esse accrescere l’impoverimento dettato dalla riduzione drastica del momento empatico che si nutre dello scambio e del confronto interpersonale.

Se capitalismo digitale deve essere, la persona umana e la sua dignità non possono essere un elemento accessorio di questo processo, che necessita dell’affiancamento di un secondo processo, uguale e contrario legato dell’emersione di una nuova forma di umanesimo digitale.

Proprio dall’affiancamento dei due processi prima identificati può emergere una via europea al rapporto tra tecnologia digitale, mercato e tutela della persona nella stagione della pandemia.

Un osservatorio privilegiato per provare a delineare contorni e direzione di tale percorso sembra quello dell’approfondimento della questione relativa alle modalità di funzionamento delle app di contact tracing e alle indicazioni che proprio l’Unione europea ha dato per provare a costruire un modello europeo sul punto.

Il passaggio seguente della recente lettera del Presidente del Comitato dei Garanti europei alla Commissione ci sembra fondamentale per fare emergere le coordinate di base della via europea cui prima si faceva riferimento: “Il Comitato accoglie con grande favore la proposta della Commissione di prevedere l’adozione di app su base volontaria, attraverso una scelta compiuta dai singoli nel segno di una responsabilità collettiva. È bene osservare che l’adozione volontaria va di pari passo alla fiducia individuale, e ciò sottolinea ulteriormente l’importanza dei principi di protezione dati”.

In un momento in cui anche l’Italia, come tanti altri paesi europei, sta per lanciare la sua app per il tracciamento dei contagi, sembra fondamentale andare oltre la possibile frammentazione dei vari modelli, e provare a identificare una bussola unitaria nei principi fondamentali del costituzionalismo europeo che possa condurre detti modelli a trovare un percorso unitario di sviluppo e perfezionamento.

Attenzione, sarebbe assai riduttivo leggere il riferimento all’adesione volontaria dei cittadini al sistema di tracciamento come legato alla necessità del consenso per il trattamento dei propri dati ai fini di una identificazione più accurata della catena epidemiologica dei contatti. Si è detto sin dall’inizio che lo stesso regolamento europeo per la protezione dei dati personali prevede che, per ragioni legate alla salvaguardia della salute pubblica, si può prescindere dal consenso. Quell’adesione volontaria trova invece il proprio humus nelle radici più profonde del costituzionalismo europeo, in cui l’autodeterminazione è principio fondamentale in quanto proiezione della dignità dell’individuo che non tollera una via alternativa alla “scelta compiuta dai singoli nel segno di una responsabilità collettiva”, come si legge nella lettera prima richiamata.

Il punto è fondamentale per individuare la via europea ad una tecnologia digitale che sia al servizio della tutela della salute senza rinnegare le proprie radici di protezione delle libertà individuali. Comparando i sistemi di tracciamento di Singapore, Cina e Corea a quelli che si vorrebbero implementare in Italia ed in Europa, il rischio è quello di guardare il dito e perdere di vista la luna. Vale a dire concentrarsi sulla normativa europea del GDPR che si differenzia, per una tutela assi più elevata della privacy digitale, dalle legislazioni rilevanti nei Paesi richiamati, e non invece sui due modelli (europeo e asiatico) culturali e valoriali a confronto. Sono proprio queste le due facce della luna che emergono chiaramente nelle riflessioni del filosofo coreano Byung-Chul Han che spiega cosi, con riguardo ai modelli di contact tracing, l’assoluta indifferenza estremo-orientale, prima ancora che alla tutela della privacy, alla protezione dell’autodeterminazione dell’individuo: “La digitalizzazione è una sorta di ebbrezza collettiva. C’è anche un motivo culturale. In Asia domina il collettivismo. Manca uno spiccato individualismo (….). I Big Data sono in tutta evidenza più efficaci nella lotta al virus rispetto alla chiusura delle frontiere, ma in Europa, per via della protezione dei dati personali, un’analoga lotta al virus non è praticabile”.

Ma il bello del costituzionalismo europeo è proprio questo, il fatto che si fondi sui concetti di dignità e tutela di libertà dell’individuo. Non si vuole barattare una mappa chirurgica del virus con uno slittamento verso una dimensione collettivistica ed impersonale della (non) protezione dei diritti fondamentali, a cominciare dall’autodeterminazione e dal diritto alla privacy.

D’altronde, l’art. 2 della Costituzione italiana è di una chiarezza cristallina ed è di un’attualità sconcertante in questa stagione della pandemia. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

 Quindi, da una parte, tutela della libertà individuali inviolabili, nella dimensione singola e collettiva, dall’altra parte, doveri di solidarietà che si concretizzano in quella responsabilizzazione dell’individuo che sceglie di contribuire allo sforzo collettivo contro il virus.

Alla luce del quadro che emerso, non vi è dubbio che l’obiettivo primario debba essere quello di far sì che il numero più elevato di persone installino l’app di tracciamento. Il tutto, però, dovrebbe essere fatto in modo da non snaturare il punto di partenza: salvaguardare quella adesione volontaria, anche perché, nella stessa lettera dei garanti europei prima richiamati, si legge chiaramente che “il fondamento giuridico per l’utilizzo delle app potrebbe individuarsi nella promulgazione di leggi nazionali che promuovano l’impiego di app su base volontaria senza alcuna penalizzazione per chi non intendesse farne uso.” Evidentemente, la sottile linea rossa tra incentivare quel processo di responsabilizzazione di cui si è parlato ed evitare la penalizzazione di chi fa una scelta diversa passa attraverso un sapiente utilizzo del criterio della ragionevolezza riguardo alle possibili limitazioni alla libertà di circolazione per chi rimane libero di non aderire e di non installare.

Condividi!

Lascia un commento

Utilizziamo cookie (tecnici, statistici e di profilazione) per consentire e migliorare l’esperienza di navigazione. Proseguendo con la navigazione acconsenti al loro uso in conformità alla nostra cookie policy.  Sei libero di disabilitare i cookie statistici e di profilazione (non quelli tecnici). Abilitandone l’uso, ci aiuti a offrirti una migliore esperienza di navigazione. Cookie policy

Alcuni contenuti non sono disponibili per via delle due preferenze sui cookie!

Questo accade perché la funzionalità/contenuto “%SERVICE_NAME%” impiega cookie che hai scelto di disabilitare. Per porter visualizzare questo contenuto è necessario che tu modifichi le tue preferenze sui cookie: clicca qui per modificare le tue preferenze sui cookie.