Cambiare la costituzione perché nulla cambi?

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di Andrea Pisaneschi

Le ragioni del no al referendum da un punto di vista tecnico sono state ormai ampiamente evidenziate dalla gran parte dei commentatori: la riduzione del numero dei parlamentari – allo stato – non garantisce una ragionevole rappresentanza di tutti i territori… manca la legge elettorale e quindi – ancora allo stato attuale –  è difficile comprendere gli effetti di questa modifica (è dunque paradossale che gli effetti di una modifica costituzionale, che incide su una norma garanzia di tutti, dipendano da una legge ordinaria approvata invece dalla maggioranza di governo), mancano le necessarie modifiche dei regolamenti parlamentari. Dall’altra parte la tesi dei risparmi economici è ormai una butade chiara a tutti, mentre non si vede perché l’efficienza del Parlamento dovrebbe migliorare (come tutti sanno la gran parte del lavoro Parlamentare è svolto nelle commissioni che sono organi ristretti, mentre a livello di aula ciò che conta è principalmente la disciplina di gruppo).

Qualora il voto referendario desse esito positivo, è tuttavia molto probabile che la legge elettorale che verrà necessariamente approvata non sarà una legge liberticida e soppressiva della rappresentanza dei territori (anche perché il Presidente della Repubblica è attento garante di tutto il processo) e che i regolamenti parlamentari daranno le necessarie garanzie di rappresentanza nelle commissioni.

I problemi allora sembrano essere altri e si riassumono nei seguenti interrogativi.  È giusto modificare la Costituzione, in una parte comunque qualificante della forma di governo, come le istituzioni rappresentative, con la piena consapevolezza che questo cambiamento non avrà alcun effetto sul funzionamento dello Stato? E quale è allora la ragione di tale modifica?

Questi interrogativi trovano una risposta in alcuni retropensieri della riforma, che fungono da collante alla stessa e che sono, questi sì, assai poco condivisibili.

Il primo retropensiero è che questo possa essere il primo passo. Altri ne seguiranno (ma non si sa assolutamente in quale direzione). Vi è cioè l’idea che si possano fare modifiche costituzionali a pezzetti, senza una visione chiara dell’insieme, di dove si voglia arrivare, sulla base di quali valori e attraverso quali istituti giuridici.  È Il modello spesso seguito dalle costituzioni sudamericane dove le modificazioni costituzionali sono frequentissime, fatte per singoli frammenti, seguendo i mutamenti dei differenti governi in carica. Attraverso di esse i governi promettono cambiamenti e miglioramenti sociali (che poi non si verificano) ma che danno – nel breve termine- ai medesimi governi, un certo surplus di legittimazione e di stabilità politica.

Ora, tutti sanno che le costituzioni hanno un contenuto giuridico ma sono anche simboli identitari e strumenti di unità e coesione sociale.  È certo che possono essere modificate quando la evoluzione della storia, dei fenomeni sociali, delle relazioni internazionali lo renda da un lato necessario, e quando nel paese, dall’altro lato, vi sia un humus culturale che consenta di riunire nuovi e più avanzati valori in un nuovo testo costituzionale. Per questa ragione, però, ed al contrario, il cambiamento della Costituzione richiede una visione ed un progetto istituzionale complessivo. Se è accertato che la tecnica, sempre più usata, di modificare le leggi ordinarie “a pezzettini” sta progressivamente distruggendo lo Stato di diritto, proprio per la mancanza di un disegno complessivo, a maggior ragione una tale prassi non dovrebbe essere avvalorata per la Costituzione, la cui funzione storica e giuridica è proprio quella di assicurare e stabilizzare l’esistenza di un disegno complessivo.

In secondo luogo, se per modificare una costituzione è necessario uno sfondo culturale ed una visione, quale è lo sfondo culturale e la visione di questa riforma? Qui il retropensiero è evidente: la riforma si cala solo ed esclusivamente su di una visione di tipo conflittuale tra il “popolo” e la “casta,” tra la politica e la pretesa che la politica la si possa fare attraverso l’anti-politica, tra la rappresentanza come meccanismo tradizionale di canalizzazione e mediazione degli interessi e “nuovi” meccanismi diretti che bypassino gli istituti classici della democrazia parlamentare. Ora, mentre gli effetti strettamente giuridici della riforma, se dovesse essere approvata, non saranno drammaticamente gravi, è invece assai grave avvalorare questa visione teorica che vi è sottesa. La storia – europea e non – è piena di esempi nei quali l’appello al popolo e la contrapposizione tra popolo e politica ha prodotto l’indebolimento delle istituzioni parlamentari e la diffusa convinzione che di esse si possa tranquillamente fare a meno. Nell’ipotetico percorso successivo di riforme – delle quali allo stato non vi è alcuna idea chiara – vi sarebbe comunque un punto di partenza basato sull’ideologia antiparlamentarista, sull’antipolitica in sé stessa, e, per conseguenza, diventerebbe coerente la proposizione di modelli istituzionali che sono invece estranei alla storia e alla tradizione costituzionale italiana.

In terzo luogo la riforma avvalora un ulteriore convinzione, che recentemente va consolidandosi in maniera pericolosa nel paese. L’idea che una visione complessa delle cose sia uno strumento utilizzato dalla “casta” e dai “poteri forti” come strumento di esclusione sociale e decisionale; che i problemi in realtà sono sempre semplici, ed è sufficiente la legittimazione popolare per permettere di assumere decisioni a chi abbia ottenuto tale legittimazione.

Questa visione è evidente nella prospettazione della riforma. Nel mondo dei social, dei twitter, degli slogan di due righe, cosa c’è di più semplice di un taglio lineare dei parlamentari? Tutti lo capiscono e in prima battuta è anche difficile essere contrari proprio per la banalità della proposta. Non si parla dei problemi – complessi – di un bicameralismo paritario in uno Stato regionale,  di scelte sul ruolo del governo rispetto al Parlamento, di delicati bilanciamenti di poteri.  Si raggiunge un obbiettivo semplice – come detto sostanzialmente irrilevante – ma lo si utilizza per avvalorare l’idea che le cose si possano fare in maniera tranchant, senza soffermarsi troppo sulle problematiche “di contorno”. È la stessa metodologia seguita per la questione delle concessioni autostradali, per ’ILVA, per Alitalia, per il MES.

Avvalorare, con il surplus di legittimazione derivante da voto popolare diretto, che questo sia il metodo corretto per affrontare questioni complesse, anche di natura costituzionale, è più dannoso degli effetti che la riforma può produrre.

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