Il Sì possibile trappola per il regionalismo

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di Piero Cecchinato

Può darsi che, come già sostenuto in Assemblea costituente dal deputato Giovanni Conti, relatore della seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, il popolo italiano «disgraziatamente» abbia sempre «una sola abitudine circa il Parlamento: parlarne male» e che si possa «elevare il prestigio del Parlamento per una via soltanto: diminuire il numero dei componenti alla Camera» (seduta del 18.9.1946).

Un numero ridotto incentiverebbe certo una selezione al rialzo: in condizioni di maggiore scarsità della domanda ed a salari invariati e fissi per legge, aumenterebbero gli standard mediamente richiesti.

E’, inoltre, sicuramente vero che «Non occorre che i legislatori siano tanti: è necessario che siano buoni» (ancora Giovanni Conti nella seduta del 27.1.1947).

Infine, è vero che i centri di democrazia si sono moltiplicati. Dalla promulgazione della Costituzione sono stati dapprima ricostituiti in senso democratico i Consigli provinciali (legge elettorale provinciale del governo De Gasperi, approvata con legge n°122 dell’8 marzo 1951) e poi sono stati istituiti quelli regionali (legge elettorale regionale 17 febbraio 1968 n. 108).

Votare No al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari assumerebbe, pertanto, un certo sapore centralistico e conservatore. E’ vero.

Un dilemma, però, mi attanaglia. Non è che votare Sì, alla fine, si riveli una trappola per quelle legittime istanze di devoluzione che cercano coronamento nella creazione di una Camera delle Regioni?

I c.d. “correttivi” alla riforma (allineamento dell’elettorato attivo e passivo del Senato a quello della Camera e superamento della “base regionale” per l’elezione del Senato) vanno infatti in senso contrario rispetto ad una differenziazione ulteriore delle due camere. Del resto, la qualifica di “correttivo” suona un po’ antinomica rispetto a quella di “riforma” e l’eliminazione delle piccole differenze che pur vi sono fra le due camere (in particolare della “base regionale” di elezione dei Senatori) allontana la trasformazione del Senato in camera delle autonomie.

Come sappiamo, il bicameralismo nasce storicamente per dare voce ad interessi diversi. La Costituzione italiana fece invece una scelta bicamerale senza differenziare in maniera significativa le due Camere e ciò, soprattutto, per l’incerto modello regionale che al tempo era ancora tutto da disegnare e quindi difficile da declinare in termini di rappresentanza nel Senato, nonché per il timore di creare una camera troppo differenziata che avrebbe potuto rammentare l’epoca fascista.

Il percorso, però, appariva ben delineato nei lavori dell’Assemblea costituente. 

Per usare le parole di Emilio Lussu, «Come sostenitore, assieme alla grande maggioranza della Sottocommissione, dell’autonomia regionale, sono convinto che creando l’Ente regione, bisogna contemporaneamente creare un organismo nel quale le varie regioni trovino maggiori possibilità di contatti e di vita unitaria e nello stesso tempo un correttivo ai pericoli di aberrazione separatista» (seduta del 6.9.1946).

La premessa dei lavori dell’Assemblea è sempre stata che il Senato avrebbe dovuto «trovare la sua base nelle Regioni» (così Perassi, interpretando la volontà sottesa ai lavori della Sottocommissione nella stessa seduta del 6.9.1946). 

I “correttivi” (in particolare quello della soppressione della “base regionale”) si giustificano per lo più con esigenze di stabilità. La diversa base elettorale per le due Camere può infatti portare a diverse proporzioni di maggioranza, mettendo ancor più a rischio un governo legato a diversi rapporti di fiducia con entrambe le camere.

Un minor numero di eletti (200 sarebbero i nuovi Senatori) rende di per sé più rischiosi possibili cambi di maggioranza e aumenta il potere di veto dei partiti più piccoli (soprattutto in sistemi elettivi di tipo proporzionale, come quello in discussione oggi). E se si mantenesse la diversa base elettorale (nazionale per la Camera e regionale, appunto, per il Senato) l’incidenza di possibili incongruenze nelle proporzioni fra forze politiche risulterebbe amplificata.

Se però la riduzione del numero dei parlamentari impone una parificazione totale fra le due camere, in quello che diventerebbe un bicameralismo più che perfetto, allora ne dobbiamo concludere che votare Sì allontani la trasformazione del Senato in una camera delle autonomie.

Le esperienze di referendum costituzionale del 2006 e del 2016 hanno dimostrato che riforme troppo ampie non sono viste di buon grado.

Sarebbe però auspicabile trovare una via di mezzo fra riforme organiche e riforme capillari come quella che verrà posta al voto del 20 settembre.  

Non era meglio giocarsi la carta maggiormente dotata d’appeal (la riduzione del numero dei parlamentari, il taglio lineare della “casta”) assieme, almeno, alla trasformazione del Senato in camera delle Regioni, alla eliminazione del Senato (una provocazione, questa, ma solo fino ad un certo punto) o alla introduzione della fiducia a camere riunite?

Che garanzie vi sono, di fronte a correttivi costituzionali che livellerebbero ogni differenza fra le due camere ed eliminerebbero l’unico collegamento esistente fra Senato e Regioni, che si possa pervenire alla creazione di una camera delle autonomie?

L’unica garanzia in questo senso, paradossalmente, la darebbe la rinuncia ai “correttivi”. Perché solo la maggiore instabilità dell’esecutivo che ne discenderebbe costituirebbe l’ineluttabile leva per intervenire sulle radici del nostro bicameralismo. 

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